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 2017  giugno 04 Domenica calendario

Rivoluzione Moma da 450 milioni. A New York si investe sui musei

Una rivoluzione è in atto al MoMA, il Museum of Modern Art nel cuore di Manhattan. I musei di New York sono in perenne corsa contro il tempo, in un ambiente di concorrenza virtuosa e creativa, e il MoMA è all’avanguardia. Sono passati solo 13 anni dall’ultima ristrutturazione, che portò al raddoppio dei locali espositivi ad opera dell’architetto giapponese Yoshio Taniguchi, e giusto in tempo per celebrare con un altro taglio di nastri l’ottantesimo compleanno, nel 2019, il direttore Glenn Lowry ha annunciato un’ulteriore espansione, e soprattutto un cambio di modalità di fruizione. «Vogliamo il miglior spazio possibile per i nostri visitatori ha detto Lowry spiegando che il principio guida sarà quello di dare al pubblico un ambiente in cui le pause sono parte dell’esperienza culturale della visita. A differenza del rinnovo precedente, che comportò il temporaneo trasloco del MoMA nei Queens per un paio d’anni, il progetto attuale degli architetti Diller Scofidio + Renfroo non prevede chiusure durante le due fasi dei lavori. La prima è già in corso, con una spesa di 50 milioni, e i suoi effetti saranno visibili da metà giugno. 
L’esposizione (12 giugno-1 ottobre) sugli archivi di Frank Lloyd Wright, nel 150 ̊ anniversario della nascita 8 giugno 1867 del celeberrimo architetto americano, autore di oltre 500 progetti realizzati, sarà infatti godibile nelle gallerie rinnovate, e ampliate per 1400 metri quadrati, del terzo piano. Ma i visitatori avranno un assaggio dei miglioramenti fin dall’ingresso nel museo, perché ci saranno una nuova sala al piano terra adiacente al giardino esterno delle sculture, e un paio di locali bar, con lounge. 
Il grosso della trasformazione, che porterà l’investimento a 450 milioni, riguarderà la costruzione di una nuova torre al posto tra i medium in esposizione e la collezione nel suo insieme», ha detto alla presentazione. «Per tanto tempo il museo è stato diviso, e lo è ancora, tra dipartimenti specifici (pitture, sculture, foto, oggetti, ndf), che è il modo tradizionale nel quale presentiamo le opere d’arte». Ma questa ripartizione è interna e non è necessario sia visibile al pubblico. «Quello su cui puntiamo è mettere l’arte al centro, facendo tutto ciò che ci serve in modo di raccontare le storie che vogliamo narrare». 
La esposizione di opere, insomma, diventa arte di per sé, e la figura del curatore evolve in quella del creatore artistico. Quanto felice sarà, agli occhi della gente, caso per caso, l’impegno di confezionamento concettuale dei quadri, dei busti, delle fotografie e di quant’altro è giudicato degno di essere esposto, e come, dalla nuova generazione degli ambiziosi curatori? Sarà il pubblico a decidere, come è giusto. Ma non è da oggi, con il nuovo MoMA, che l’offerta museale newyorkese presenta sfide e attrazioni sempre nuove. I curatori delle mostre, a ben vedere, sono solo un anello della catena della fruizione, perché prima, e più importanti di loro, ci sono gli architetti. Sono questi ultimi che lasciano il marchio inventando gli edifici contenitori che diventano landmark. E sopra di loro vengono i mecenati, indispensabili e instancabili nella gara a chi fa più bella e ricca la città. New York è un cantiere in progress. 
La scena culturale ha appena digerito il nuovissimo Whitney Museum di Renzo Piano, che si è trasferito due anni fa sull’Hudson river lasciando la sede storica sulla Madison Avenue al Metropolitan Museum, che ne ha fatto una dependance per l’arte moderna e contemporanea, il MET Breuer. Mentre il New Museum ha compiuto solo 10 anni ma è già un’istituzione che, al tempo della inaugurazione, ha aiutato a gentrificare la Bowery. Perché i musei, a New York, sono anche avanguardie di urbanizzazione. Il Whitney è situato alla fine, a sud, della High line, ormai celeberrima passeggiata d’obbligo per i turisti, che si snoda dalla Gansevoort street nel Meatpacking district fino alla 34esima strada, sul tracciato di una linea ferroviaria commerciale in disuso da decenni che costeggiava il fiume. E lì, nel nuovo progetto immobiliare Hudson Yards, che coprirà una volta completato l’intera area che va dalla 30esima alla 41esima strada e dalla Ottava alla Undicesima Avenue, sorgerà nel 1919 lo Shed arts center. Con 75 milioni l’ex sindaco Mike Bloomberg guida il gruppo di miliardari che finanziano l’iniziativa, Diana von Furstenberg e il marito Barry Diller con Ronald Perelman sono della partita, ed hanno già commissionato la prima opera d’arte concettuale, e maestosa dicono gli informati -. Maestosa di sicuro, degna del centro dove sarà esposta che richiede un investimento complessivo di 500 milioni, superiore a quello del MoMA.