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 2017  giugno 04 Domenica calendario

Viva la libertà di bestemmiare. Così la Danimarca sfida l’islam

L’intolleranza islamica si vince anche con la tolleranza delle bestemmie. Almeno la pensano così in Danimarca, dove venerdì hanno abrogato la legge del 1866 che puniva l’oltraggio alla religione. 
Il primo a giovarne è un islamofobo, che aveva pubblicamente dato fuoco al Corano e ora vede cadere ogni accusa nei suoi confronti. Quell’articolo 140 del codice penale danese, ormai desueto, era di fatto inefficace nei confronti di coloro che hanno ripetutamente insultato e minacciato i cristiani del piccolo regno scandinavo, ancora sotto choc per le conseguenze della guerra santa scatenata dai musulmani di tutto il mondo dopo la pubblicazione delle vignette satiriche su Maometto sul quotidiano Jyllandsposten nel 2005. 
Ci sono voluti dodici anni e un governo di centrodestra per respingere quel tentativo di mettere a tacere ogni critica contro l’islam, benché una parte significativa seppur minoritaria della politica abbia insistito per la continuità nella sottomissione alla sharia. 
I socialdemocratici, all’opposizione, hanno votato contro e non certo per difendere un’eredità cristiana che hanno contribuito a smantellare durante tutto l’ultimo dopoguerra. La motivazione si ritrova in un avvertimento giunto ai deputati del Folketing dai servizi segreti di Copenaghen, timorosi che la decisione possa condurre «all’acuirsi della minaccia nei confronti della Danimarca e degli interessi danesi all’estero». Il Centro nazionale per l’analisi del terrorismo propone la resa incondizionata. Lo scopo dichiarato è evitare che attraverso i mezzi di informazione si dia vita a una rivolta, che susciti un’attenzione negativa verso il Paese e sia utilizzata nella propaganda dell’islamismo militante. 
In realtà, nei Paesi Bassi, in Islanda e in Norvegia, gli Stati che per ultimi si erano liberati del reato di blasfemia, non si sono registrate reazioni violente. Così come erano considerati infedeli prima, lo sono anche ora. Nessun boicottaggio dei Paesi nordici e scandinavi da parte dell’Organizzazione per la Cooperazione islamica, nessuna dimostrazione davanti alle ambasciate. Al contrario, crescono i flussi migratori verso le terre dei «miscredenti» e prosegue senza sosta l’occupazione degli spazi pubblici da parte delle comunità islamiche. 
Invece del paventato effetto a catena, con la presa di posizione danese si assiste semmai a un arretramento della campagna pluridecennale, montata dai Paesi musulmani presso le istituzioni internazionali, per l’approvazione di una risoluzione che estenda il reato di diffamazione della religione. Con quel pretesto, in Pakistan si perseguitano i cristiani e si tiene rinchiusa in un carcere da otto anni, con una condanna a morte che le pende sul capo, Asia Bibi, madre di famiglia colpevole solo di aver litigato con le colleghe di lavoro musulmane, che poi l’hanno denunciata per aver offeso Maometto. Le hanno proposto di convertirsi per aver salva la vita. Lei ha risposto: «Preferisco morire da cristiana piuttosto che uscire dal carcere da musulmana». 
Contro quel terrorismo da Stato confessionale islamico, l’Occidente non è in grado di esercitare pressioni diplomatiche ma sceglie la strada della deconfessionalizzazione della propria legislazione. Finora, la separazione laicista fra Chiesa e Stato non ha affatto impedito che si formassero comunità di fondamentalisti sul territorio del’Europa e degli Stati Uniti. Perfino la Santa Sede ritiene che gli Stati dovrebbero astenersi dalle restrizioni alla libertà di espressione, per evitare abusi e persecuzioni delle minoranze etniche e religiose. E se questo comportasse anche la depenalizzazione della cristianofobia, poco importa. Non tanto perché il Crocifisso è abituato al dileggio, ma perché non si possono far coincidere la legge morale e quella civile. E la bestemmia più grave consiste nell’uccide nel nome di Dio.