Libero, 5 giugno 2017
Paolo Villaggio: «Fantozzi? Sarebbe emigrato. Ai giovani dico di andare via»
Non è facile strappargli più di qualche parola. Si è sempre incerti se l’anima sia quella del Professor Kranz o del timido Giandomenico Fracchia, primi personaggi a donargli notorietà in Quelli della domenica sulla Rai nel lontano 1968. Ma Paolo Villaggio a 84 anni rimane oggi uno dei più lucidi pensatori italiani, capace 40 anni fa di dare vita all’ancora attualissima maschera tragicomica del ragionier Ugo Fantozzi. E poche sue frasi valgono ben più di quelle pronunciate pomposamente da personaggi che insistono a circondarsi di un’aura da intellettuali.
Gli chiediamo se per sé preferisca quella definizione a rischio di autocelebrazione o un più semplice «comico» per sentirci rispondere che «mi piace definirmi scrittore». Uno scrittore che in più di 30 libri ha definito con lucida ironia la società italiana meglio di tanti saggi universitari. Molti i titoli dedicati a Fantozzi naturalmente, ma Villaggio è autore anche di testi come Giudizio universale, Storie di donne straordinarie e Storia della libertà di pensiero. La stessa libertà di pensiero di un uomo capace di plasmare il proprio spirito in diverse forme. Lo spirito della risata come lo spirito della scrittura. Entrambi prestati all’amico Fabrizio De André, per il quale scrisse il testo di Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, dove il re franco conquista una splendida ragazza, nonostante “un gran nasone, un volto da caprone”. Del resto lo spirito della bellezza per Villaggio è un «concetto assolutamente soggettivo».
PASSIONE ZALONE
Bellezza e spirito dunque come concetti legati all’io, che in alcuni casi può sfociare in ego. Ed è un peccato, quello dell’egoismo, che non nega di aver avuto. «Sì, lo sono stato», taglia corto. Confessione quasi banale per un artista e attore, ancor più negli anni del selfie, quando non serve più lo schermo di una sala a ingigantire la propria immagine perché basta quello di uno smartphone. E sul suo mondo sembra che Villaggio abbia un’indole quasi rassegnata. Per lui che è tra i grandi del cinema italiano, amico di Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi, «è nell’ordine delle cose che la mia vita non sia più quella di una volta». Getta acqua sulle polemiche innescate dalle dichiarazioni di sua figlia Elisabetta, che aveva denunciato come il cinema italiano avesse dimenticato suo padre, ma aggiunge, quasi a ricordare la sua presenza, che «il Cinema è stato una parte fondamentale della mia vita!». Così, con la C maiuscola e il punto esclamativo alla fine. E se glissa sui grandi registi di oggi come Paolo Sorrentino e Matteo Garrone («non li conosco personalmente»), ammette che «mi piace Checco Zalone, mi sembra una persona intelligente».
Un attore e comico che, come lui, prima del cinema ha iniziato con il piccolo schermo. Ecco che non può mancare una considerazione sul mezzo più nazionalpopolare che ancora unisce l’Italia. «La televisione è assolutamente cambiata», riflette Villaggio. «È difficile anche solo un paragone rispetto alla Rai degli anni Sessanta e Settanta. L’avvento della tv commerciale è stato ciò che ha veramente cambiato il modo di vivere degli italiani».
E a proposito di oggi e ieri il discorso cade su Fantozzi, un personaggio ormai mitologico che in quel ragioniere vessato riconoscono i propri peggiori pregi e migliori difetti. «Non lo so, me lo dica lei se è davvero entrato nel mito», risponde il suo creatore. «Ho l’impressione che Fantozzi sopravvivrà a me stesso, è entrato nel linguaggio comune. È un personaggio a cui sono molto affezionato e al quale devo molto». Ci chiediamo come sarebbe stata la sua più grande maschera se fosse vissuta negli anni Duemiladieci, senza più articolo 18 o Megaditte in grado di dare lavoro a decine di migliaia di dipendenti e con una tecnologia che sta eliminando sempre più professioni.
PASSATO E FUTURO
«Oggi quel Fantozzi non esisterebbe più, il contesto è assolutamente cambiato», riconosce Villaggio per poi aggiungere che «probabilmente sarebbe disoccupato, o emigrato!». Come i giovani italiani che con sempre maggiore frequenza scelgono di costruirsi il futuro all’estero dopo aver finito gli studi in Italia. «Ma credo che il pezzo di carta che ti dà la laurea valga ancora oggi», mette in guardia. È però indubbio che il panorama culturale italiano non sia quello che ha contrassegnato l’Italia del boom economico, con i Fabrizio De André e i Federico Fellini. E di nuovi Villaggio non se ne vede neppur vagamente la sagoma. «Stiamo vivendo un periodo non facile, a un giovane consiglierei di andarsene all’estero», chiosa lui, che alle elezioni del 2013 votò il suo amico Beppe Grillo perché «ho pensato che fosse l’unica alternativa possibile». In un panorama tanto desolante, gli facciamo notare che secondo un paradosso quando il pessimista dice «peggio di così non si può», l’ottimista risponde «si può si può».
Ecco, Villaggio è ottimista o pessimista per il futuro del Paese? E la risposta non può che essere aperta a più interpretazioni. «Faccio fatica a essere ottimista».