Libero, 5 giugno 2017
Carlotta Jesi: «I miei figli dislessici hanno i superpoteri»
La dislessia non si vede e a lungo non ha avuto un nome. La maggiore difficoltà per un dislessico è non essere riconosciuto a vista, non essere compreso subito nella sua “diversità” e pertanto essere bollato come strano.
Ma la dislessia non è una disabilità, sebbene condivida con quella il prefisso dis-, né una malattia: è piuttosto un modo di pensare e di guardare il mondo con mente e occhi differenti, un metodo alternativo, sicuramente più difficile, di raggiungere gli stessi obiettivi altrui. A volte, anche obiettivi più grandi.
Sulla dislessia come risorsa preziosa e non come problema ha appena scritto un bellissimo libro Carlotta Jesi, giornalista e supermamma di due figli dislessici cui ha dedicato I miei bambini hanno i superpoteri (Sperling&Kupfer, pp. 174, euro 16,90). Il suo è lo sforzo, enorme, di provare a intendere la realtà con lo stesso sguardo di chi ha disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). «I dislessici», ci racconta la Jesi, hanno tre punti di ancoraggio per comprendere le cose: a volo di uccello, ossia la capacità di vedere la realtà dall’alto; dall’interno, ossia l’abilità nel cogliere il dettaglio o il piccolo ingranaggio che non funziona; e in prospettiva, cioè il pensiero strategico che consente loro di intuire in quale direzione andranno gli eventi». “Superpoteri” che coincidono con l’attitudine a definire parole e fatti a partire da altre forme e dimensioni, avvalendosi di un pensiero mitico-narrativo anziché logico: «I dislessici», continua la Jesi, «pensano per immagini e non per suoni. Vedono la realtà in 3D e la ricostruiscono a partire da un disegno, un colore, un odore, mettendo un loro marchio di personalità unico nel raccontare le cose». Per intendersi, un cartello è per loro molto più esplicativo ed efficace che un lungo discorso ragionato: messaggio simbolico più che dialogico. Queste attitudini poi possono risultare valori aggiunti nella ricerca del lavoro e nel successo professionale.
EINSTEIN E DA VINCI
Geni come Einstein e Leonardo da Vinci, talenti creativi come Walt Disney e Steven Spielberg, attori e cantanti famosi come Keira Knightley, Orlando Bloom e Mika sono stati e sono dislessici. «E ci sono istituti di altissima formazione», avverte la Jesi, «come il MIT (Massachusetts Institute of Technology) che cercano dislessici proprio per la loro dote di pensare fuori dagli schemi, di trovare strategie diverse per arrivare alla soluzione e per la loro naturale predisposizione ad accettare e coltivare la differenza».
I SEGNALI
Certo, a ciò si associano difficoltà oggettive, sulle quali intervenire: «I primi segnali della dislessia sono di natura fisica: i bambini sono svogliati, riluttanti a fare, non vogliono andare a scuola, dicono di avere male da tutte le parti». Poi subentrano prove più evidenti: il parlare tardi e lo scrivere lentamente, l’invertire le sillabe (un dislessico, ad esempio, può scrivere “lapazzo” piuttosto che “palazzo”), il mozzare le parole, il non riuscire a seguire le righe del foglio. E a questo punto occorre prendere consapevolezza del disagio sia da parte del genitore che del ragazzo: «Riconoscere il problema e chiamarlo col suo nome, insomma fare outing, è il primo passo per affrontarlo», avverte la Jesi. Quindi si passa alla fase costruttiva attraverso un paio di espedienti: «Uno strumento interessante è adottare un eroe che possa fungere da incoraggiamento per il bimbo dislessico. Può essere un personaggio di fantasia, come è stato Aragorn de Il Signore degli Anelli per mio figlio, ma anche un ragazzo più grande che, nonostante o forse grazie alla dislessia, c’è l’ha fatta negli studi. L’altro metodo è accompagnare il dislessico su una strada di autonomia, offrirgli fuori da scuola delle esperienze sportive o sociali che gli consentano di bilanciare gli insuccessi e così convincerlo di non essere meno capace degli altri». E magari scongiurare episodi di bullismo a suo danno.
Naturalmente in questo percorso non basta il ruolo, pur decisivo, dei genitori. Ma diventa determinante l’azione degli insegnanti che, come dice Franco Botticelli, presidente AID (Associazione Italiana Dislessia), «può essere in grado di cambiare in meglio la vita di un ragazzo dislessico». A tal fine la legge 170 del 2010 ha previsto per gli studenti dislessici strumenti compensativi e dispensativi, che assicurino loro le stesse possibilità di apprendimento degli altri. Ma il lavoro da fare è ancora molto.
«In primo luogo», avverte Botticelli, «bisognerebbe estendere l’uso di questi strumenti a tutti gli studenti, anche ai non dislessici. Parliamo di mezzi, dalle mappe concettuali ai registratori, dai computer ai libri in formato digitale aperto come quelli da noi proposti con il progetto Libro AID che potrebbero essere utili a tutti come forme complementari rispetto agli strumenti didattici tradizionali e che, se estesi, permetterebbero una migliore integrazione dei dislessici».
Oltre a ciò, appare urgente una conoscenza maggiore del problema da parte dei docenti. «Come AID, e con il sostegno di Miur e Fondazione Tim, abbiamo già avviato in 5.375 scuole italiane il progetto Dislessia Amica, corsi di formazione online per insegnanti. Attraverso video, testi scritti, questionari, il docente capisce cosa sia la dislessia e come approcciarla nel modo giusto in chiave didattica. I risultati, dal punto di vista di prof e studenti, sono incoraggianti».
IL LAVORO
L’altra questione importante è il rapporto tra dislessici adulti e mondo lavorativo e sociale. «Al momento», nota Botticelli, «in concorsi pubblici, test di ingresso all’uni-versità ed esami per la patente non ci sono strumenti compensativi mirati per i dislessici. A tal proposito, ben vengano proposte di legge su dislessici e lavoro come quella appena depositata in Parlamento. Ma vanno fatti alcuni rilievi. Quel testo prevede l’istituzione di un responsabile dell’inserimento lavorativo del dislessico, in analogia a quanto avviene con i disabili. Ciò genera un equivoco semantico, perché il dislessico non è una persona con disabilità e così rischia di subire diversità di trattamento se non addirittura fenomeni di esclusione».
Ma forse i concetti principali da far passare sono questi: la dislessia non va nascosta («capita ancora a Sud», sottolinea Botticelli, «dove molti genitori hanno paura a mostrare la diversità dei loro figli: non a caso, la sola Lombardia ha un numero di dislessici certificati maggiore rispetto a tutto il Centro-Sud»); di dislessia si vive; e con la dislessia si possono generare capolavori. Lo sapeva bene la dislessica Agatha Christie, maestra del linguaggio, nonostante le sillabe ballerine, le lettere capovolte e le parole mancanti. Come facesse, è destinato a restare un “giallo”.