la Repubblica, 5 giugno 2017
Tormentone: «La mia Despacito è la risposta a tutti i muri di Trump». Intervista a Luis Fonsi
ROMA Il tormentone dell’estate 2017 si intitola Despacito. Da tre mesi impazza in Italia, ad aprile è arrivato in vetta alla classifica prima nel Regno Unito e subito dopo negli Stati Uniti, dov’è al primo posto da tre settimane. Erano vent’anni, dal 1996 con La macarena, che una canzone cantata in spagnolo non raggiungeva la prima posizione nella Hot 100 americana. Per l’Inghilterra lo spagnolo in cima alla classifica è addirittura un inedito assoluto.
Despacito è un reggaeton cantato dal portoricano Luis Fonsi, stella del pop latino, con il rapper Daddy Yankee, cui si è poi aggiunto Justin Bieber per un remix cantato in parte in inglese, in parte in spagnolo, lanciando il brano in orbita: oltre un miliardo e 700 milioni di visualizzazioni su Youtube, 700 milioni di streaming. Dopo dieci settimane al numero uno in Italia, Fonsi oggi è ospite all’Arena di Verona per i Wind Music Awards, su Rai1 stasera e domani. A luglio suonerà il 17 a Pesaro e il 28 al Lucca Summer Festival.
Fonsi, come ci si sente ad essere l’autore di una hit globale?
«Per me è una benedizione, un onore essere in grado di essere parte della storia di una canzone che sta rompendo ogni barriera, che unisce le culture. Ascoltarla in giro per il mondo è una piacevole sorpresa, così come poter vedere come anche persone lontane per cultura riesca a connettersi con il suo sentimento latino».
Lei è noto per il suo pop romantico, crede che il successo planetario di questo brano dipenda dal ritmo trascinante del reggaeton?
«Sono già stato primo in classifica nei paesi latini e nelle classifiche specializzate nel latin pop, ma vedere Despacito prima negli Usa, in India, in Russia, in Giappone è un’altra cosa. Mi chiede cosa la rende così globale e grande? Non lo so, però noto che era al primo posto in Italia anche prima del remix di Bieber. Certo lui l’ha aiutata, e ne sono felice, l’ha resa ancora più grande».
Lei non ha dunque ancora scoperto la formula per la hit perfetta.
«No, non conosco quella formula e del resto non credo che nessuno l’abbia ancora scoperta. Noi autori sappiamo bene che la cosa più importante resta la canzone. Ho sempre un’idea su cosa mi serve: una fusione tra una bella melodia pop, ritmi urban e sapore latin. Se togli il ritmo torna ad essere la canzone che ho scritto con la chitarra, una ballata cantabile, testo e melodia. Questo è successo con Despacito: la produzione ne ha fatto una canzone con un testo sexy ma mai volgare, mai troppo forte per poter essere cantata anche da un ragazzino».
L’avete cantata anche nel concerto di Bieber in Portorico, è vero che lei non sapeva di dover salire sul palco con lui e che lui non è riuscito a cantare la parte in spagnolo?
«Justin l’ha imparata foneticamente, non parla spagnolo, ha avuto le stesse difficoltà che avrei io se dovessi cantare in tedesco. E del resto l’avevamo registrata solo quattro giorni prima del concerto ed è una canzone difficile da cantare, ha tante parole, non le ha memorizzate. Justin è però ammirevole: gli avevamo proposto di cantare il ritornello in inglese e invece ha insistito per farlo anche in spagnolo. Al concerto ho improvvisato, siamo andati per gran parte in playback, dunque non è vero come sostiene qualcuno che lui abbia sbagliato la sua parte».
Perché non canta in inglese ma in spagnolo?
«Parlo entrambe le lingue tutti i giorni, ma il romanticismo delle mie canzoni suona meglio in spagnolo.Ora che la gente ha desiderio di conoscermi di più canterò senz’altro più spesso in inglese, anche nell’album che uscirà alla fine di quest’anno».
Ha studiato canto all’università, pensa che questo l’abbia aiutata nella sua carriera?
«Sì, un diploma in musica classica aiuta, per l’allenamento cui ti sottopone, anche se il 99,9 per cento dei cantanti pop non lo fa perché ha un talento naturale. Io volevo diventare un vero musicista, non solo un cantante, volevo arrivare ad arrangiare, a scrivere e leggere la musica, a suonare il piano».
Cantò alla Casa Bianca per le vittime dell’attacco dell’11 settembre: crede che la musica anche dopo l’attentato di Manchester possa diventare un messaggio contro la violenza?
«Certo, la musica unisce le persone, è vita, una canzone è uno strumento di grande forza. Ciò che è avvenuto a Manchester è molto triste, oltre che spaventoso, perché ha colpito un luogo in cui ragazzi anche giovanissimi volevano stare insieme e gioire con la musica. L’unica risposta è continuare a dare speranza, e la musica è il miglior strumento per dire: ora faremo altri concerti, ci metteremo assieme per dare messaggi positivi e per dire a chi vuole intimorirci che no, noi non abbiamo paura».
Da latinoamericano, cosa pensa della politica di Donald Trump sull’immigrazione?
«Potrei parlarne per giorni. Come portoricano sono cittadino americano, non abbiamo bisogno di passaporto e non abbiamo barriere da superare o paura di essere deportati, anche se tra mille virgolette. Nonostante questo ci sentiamo vicini ai nostri fratelli messicani, centroamericani o sudamericani perché siamo latini come loro e veniamo discriminati se parliamo spagnolo o se abbiamo la pelle più scura. Chi vive di pregiudizi ci vede tutti come messicani. Io non voglio vivere in un paese diviso, vorrei un leader che ci unisse, questa è la mia idea di America. Per questo dico: restiamo positivi e lavoriamo sodo. La risposta migliore alla cultura dei muri e della divisione di Trump è Despacito: la bellissima ironia è che questa canzone diventata la numero uno nel mondo è americana ed è cantata in spagnolo».