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 2017  giugno 05 Lunedì calendario

I padroni della Champions. Il Real batte anche il suo passato

Il destino si diverte a trasformare in leggenda le storie del pallone e la finale che ha spinto il Real Madrid oltre il limite delle vittorie sarà ricordata come il trionfo sul blanco y negro. Battuta la Juve e staccato il passato.
Potere della Duodecima che divide le epoche del successo, finalmente senza più sospiri per i tempi mitici del Real che alzava le Coppe Campioni a ripetizione. «Il siglo pasado», la gloria assoluta costruita tra il 1956 e il 1966, dieci anni in cui la Casa Blanca si è presa sei titoli europei, 5 consecutivi, più due finali. Il totem della perfezione, il riflesso con cui era impossibile competere solo che a Cardiff i conti sono cambiati e stavolta tornano: il Real ha sei trionfi in bianco e nero e sei a colori. Anche la scintillante era della Champions League è domata, non c’è più confronto che regga. Anzi.
Il regno di Florentino
I tifosi archiviano i paragoni con «le Coppe della dittatura» perché in quel regno madridista c’erano Gento e Di Stefano ma Franco metteva la faccia su ogni vittoria. Oggi l’unico despota in circolazione è Florentino Perez, il presidente megalomane che sarà molto più difficile criticare. Lui rimane l’uomo che detesta ogni voce contraria, che accantona chiunque esprima un’opinione alternativa ed è pure quello che ha insistito a oltranza sulla linea galattica e che oggi vede la sua visione compiuta grazie a un tecnico che ha voluto contro il parere di tutti.
Il tecnico predestinato
Zizou, Dna Real e nessuna passione per l’eccesso, è uno dei pochi al mondo che non ha bisogno di sottolineare le proprie doti, di imporre le qualità: gli viene tutto così naturale che può permettersi di essere controcorrente, rivoluzionario, sottotono. Si chiama classe, pare sia innata e regga alle testate. Quando ha occupato il posto di Ancelotti sembrava quasi un sopruso, lui carico di un talento infinito, con i figli già sparsi per la cantera del club. Un predestinato a cui tutto era dovuto. O come ha detto Raul, sabato notte, «un genio». Ancelotti è stato cacciato a un solo anno dalla Decima, la Coppa che ha rimesso il Real sullo stesso piano del Barcellona, pesante, decisiva, una svolta dopo anni di magra eppure non è bastata. Quel Real è imploso tra le solite liti di potere, i clan dei giocatori, Ronaldo che si sentiva oscurato da Bale e il presidente irrequieto.
Zidane non ha l’esperienza di Ancelotti, ma ha imparato da lui che non serve essere isterici e non c’è stato un solo attimo durante la finale contro la Juve in cui abbia dato segni di sbandamento. Sappiamo che durante la carriera da calciatore ha ceduto ai nervi più di una volta, da quando è in panchina neanche un gesto di stizza. Il potere si esercita anche così, con il controllo, e Zidane aggiunge maestà a una squadra che crede nelle dinastie.
Un gruppo insaziabile
Sono abituati alle grandi imprese, complice il tracollo della Juve, ormai sono considerati quasi invincibili però al di là dei valori espressi in questa finale sono di certo insaziabili. Sono arrivati a questo appuntamento con la pancia piena, campioni in carica, freschi possidenti della Liga, dopo una Supercoppa Europea e un Mondiale per club. Tenere a distanza il Barcellona in Spagna e fuori poteva appagarli invece sono andati oltre. Sono loro i padroni della Champions e anche se le meraviglie del tiki taka restano, il relativismo pallonaro è destinato a rotolare sopra i numeri. Il Real ha vinto più di tutti da quando è cambiato il formato della competizione, sei tacche contro le quattro del Barcellona. Manca solo il Triplete.
Il Madrid aveva una missione, colorare la propria storia. Abituati a vincere perché in passato lo hanno sempre fatto e pure così voraci da volersi superare. Meglio dei propri antenati, superando i propri record. Siamo nel siglo del color e comandano sempre loro.