la Repubblica, 5 giugno 2017
Una coppia di italiani denunciò il killer Marocchino e pachistano nel commando
LONDRA «Quell’uomo era il mio vicino di casa». Di fronte alla foto che le viene mostrata su un telefonino, Erica si sbarazza di ogni minimo dubbio. «Due anni fa l’ho anche denunciato alla polizia perché faceva discorsi strani sull’Islam a mio figlio piccolo». Erica Gasparri, che si è trasferita a Barking, a East London, 14 anni fa con suo marito Jibril Palomba, rovescia parole alternando inglese e veneziano. «Scotland Yard sapeva che era un pericoloso radicalizzato». Quel volto senza nome con la barba e un copricapo bianco, immortalato in una fotografia che i cronisti inglesi ritengono essere di uno dei tre attentatori, per lei è un incubo finito soltanto sabato notte. Quando i corpi dei terroristi sono stati crivellati da cinquanta colpi di pistola sparati da otto poliziotti inglesi.
Nella nebulosa che ancora avvolge i tre del commando del London Bridge, si afferrano pochi fatti ufficiali. Si sa che uno è di origini pachistane, un altro è di origini marocchine, il terzo lo stanno ancora identificando. Di due si conosce l’eta’: 31 e 26 anni. Avevano affittato a loro nome il van bianco usato per la mattanza sul ponte. Uno indossava la maglietta della squadra di calcio dell’Arsenal.
Al momento le certezze finiscono qui, dove pero’ iniziano una marea di indizi. Come la testimonianza che a Repubblica rilasciano due coniugi, Erica e Jibril: per proteggere il loro figlio maggiore Raffaele, si sono trovati ad avere a che fare con un inglese di origini paistane, “sulla trentina”, appassionato di boxe e con un impiego come “security receptionist” in una palestra, che tutti conoscevano col soprannome “Abu Mohammed”. Abitava con la moglie e tre figli al piano terra della palazzina di Kings Road, teatro della retata degli agenti dell’antiterrorismo che ieri mattina hanno arrestato dodici persone sospettate di avere legami con la strage. Erica ha una storia da raccontare. Questa. «Un giorno, circa un paio di anni fa, mi accorgo che nel parco con mio figlio c’era Abu Mohammed e che gli stava offrendo cioccolatini. Il giorno dopo lo vedo inginocchiato davanti allo scivolo che prega in arabo, mentre i bambini giocano. Il terzo giorno Raffaele mi ha chiesto di voler diventare musulmano». A quel punto Erica, donna tanto combattiva quanto minuta, decide di affrontare Abu Mohammed e gli altri tre adulti che da tempo gironzolavano con lui nel parco. «Mi disse che il mio Dio sarebbe diventato musulmano e ci avrebbe punito tutti. E che io, in quanto donna, non avevo diritto di parlare con lui». Erica li fotografa di nascosto, e porta la foto al commissariato di Barking. «Quando il poliziotto vide la foto, si allarmò e contattò Scotland Yard». Nei giorni successivi, Erica nota due agenti a fare la ronda al parco. Poi, della denuncia verbale fatta al commissariato contro Abu Mohamed possibile radicalizzato, Erica non ha saputo più niente. Fino a quando, ieri, non le hanno mostrato la foto di uno degli attentatori. E lei vi ha riconosciuto l’uomo che aveva affrontato da sola nel parco. «Lo sapevo… lo sapevo che era pericoloso». Secondo i vicini, Abu Mohamed aveva litigato per motivi religiosi con l’imam della moschea Jabir Bin Zayd della vicina North Road e per questo era stato cacciato. Il centro islamico, con una nota, non ha chiarito la circostanza, limitandosi solo a dichiarare di stare collaborando con la polizia.
Se quell’Abu Mohamed è uno degli uomini del commando, qualcuno a Scotland yard dovrà spiegare cosa ne è stato della segnalazione di Erica Gasparri. E perché non meritò più attenzione di due bobbies in bicicletta mandati a presidiare per un paio di giorni il parco dietro Kings Road. «Lavoriamo per capire meglio chi siano, quali legami abbiano e se siano stati supportati da qualcuno», dichiara Mark Rowley, capo dell’antiterrorismo della Metropolitan Police. L’intelligence italiana verifica 4 nomi di pachistani, non si capisce a che titolo legati alla strage di Londra. Almeno in un caso, però, è stata trovata una traccia che porta in Italia: un passaggio di soldi fatto attraverso Money Transfer.
È prematuro dare un peso congruo a tale informazione, potrebbe non valere niente. Oppure aprire uno scenario. L’uso dei coltelli e le cinture esplosive fasulle lasciano supporre che il gruppo non fosse così strutturato, anche se con loro in Inghilterra riappare un commando terroristico, che non si vedeva dal 2005. «Benchè non ci siano collegamenti diretti con l’attentato di Manchester – ragionano all-MI6, l’apparato inglese di intelligence estera – potrebbe aver avuto un peso lo spirito emulativo dopo Manchester e l’attacco a Westminister del marzo scorso». Una strage per emulazione.