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 2017  giugno 05 Lunedì calendario

Sicurezza al massimo. Oppure eventi vietati

Il combinato disposto tra l’attentato di Londra e quanto accaduto in piazza San Carlo a Torino costringe gli apparati a rimodulare nuovamente le misure di sicurezza. Perché adesso, come chiarisce il ministro dell’Interno Marco Minniti al termine del comitato convocato d’urgenza ieri pomeriggio al Viminale, «tra le disposizioni antiterrorismo dobbiamo tenere in conto anche la prevenzione della psicosi». È un bilancio grave quello che si registra in serata nel capoluogo piemontese, poteva essere drammatico. E allora bisogna fare i conti con le conseguenze di ciò che può avvenire quando ci sono centinaia o addirittura migliaia di persone in piazza e si perde il controllo della situazione. Arrivando anche a vietare gli eventi, i concerti e le altre manifestazioni se non prevedono non soltanto dispositivi adeguati alla prevenzione degli attacchi jihadisti, ma anche vie di fuga in caso di emergenza dovuta al panico collettivo.
Il Ramadan e i nuovi attacchi
La riunione con i responsabili di forze dell’ordine e intelligence serve a fare il punto della situazione in base alle notizie provenienti dal Regno Unito e dopo aver avuto la conferma, evidenzia Minniti, «di uno schema che si ripete esattamente come era accaduto durante il Ramadan del 2016 con l’alternanza di attentati in Europa e nei teatri di guerra». Riferimento evidente alla sequela di attacchi delle ultime settimane: il Regno Unito con l’esplosione nell’arena di Manchester durante il concerto di Ariana Grande; le bombe in Egitto, Iraq e Afghanistan; l’assalto di ieri a Londra.
Gli analisti sono concordi nel ritenere che altre azioni potrebbero essere già state programmate. Le indagini in corso diranno se i kamikaze delle ultime azioni in Gran Bretagna siano parte di un’organizzazione o abbiano agito autonomamente, ma questo cambia poco rispetto alla strategia terroristica. Soprattutto tenendo conto che sui siti dei fondamentalisti si continuano ad incitare anche i «lupi solitari» e questo espone tutti i Paesi all’azione estemporanea e dunque impossibile da prevedere.
I comitati e gli eventi a rischioEcco perché diventa fondamentale mettere a punto quelle misure che possono limitare al massimo la presenza di soggetti pericolosi durante le manifestazioni e sbarrare ogni possibile via di accesso per evitare che auto o camion piombino sulla folla. Il capo della polizia Franco Gabrielli ha già diramato la circolare che prevede la riunione urgente di tutti i comitati provinciali dove il prefetto, in accordo con le amministrazioni locali, riesamini l’elenco degli eventi previsti.
Oltre a garantire un servizio di steward, come già avviene negli stadi, gli organizzatori dovranno assicurarsi che nelle strutture ci siano adeguate via di fuga e soprattutto la possibilità di effettuare un doppio filtraggio per controllare l’ingresso delle persone. «La nostra intenzione è garantire lo svolgimento di tutte le manifestazioni – chiarisce il ministro – ma la nostra priorità è la salvaguardia delle persone e dunque in caso di minimo rischio il prefetto dovrà sospendere l’autorizzazione e addirittura revocarla in caso di pericolo». Una situazione come Torino, con migliaia di persone ammassate, non sarà mai più tollerata.
I radicalizzati nelle carceri
Nelle ultime settimane c’è stata un’escalation di episodi di violenza da parte di detenuti stranieri che aggrediscono gli agenti penitenziari e inneggiano alla jihad. Da tempo le agenzie di intelligence hanno avviato il monitoraggio all’interno dei penitenziari e adesso i controlli sono stati intensificati.
Il 30 maggio scorso a Pesaro, denuncia Donato Capece segretario del Sappe, il sindacato degli agenti penitenziari, «una decina di reclusi nordafricani, fondamentalisti musulmani simpatizzanti della jihad, hanno appiccato un incendio nella cella e poi minacciato il personale lanciando rudimentali ordigni realizzati con le bombolette del gas che usano per cucinare». Un episodio analogo era accaduto qualche giorno prima nel penitenziario di Rossano che ospita detenuti per terrorismo. Secondo Capece «non è un caso la radicalizzazione di molti criminali comuni, specialmente di origine nordafricana, che pure non avevano manifestato nessuna particolare inclinazione religiosa al momento dell’entrata in carcere, e ora si sono trasformati gradualmente in estremisti sotto l’influenza di altri detenuti già radicalizzati».