La Stampa, 5 giugno 2017
Fondo comune e sicurezza integrata. Così cambierà la difesa europea
Da un lato «l’aumento delle minacce ibride e transnazionali». Dall’altro «la natura delle relazioni transatlantiche in evoluzione». Per questo «oggi più che mai gli europei hanno bisogno di prendersi maggiori responsabilità per quanto riguarda sicurezza e difesa». Nella paralisi (almeno temporanea) dell’Ue, in attesa che si concludano i cicli elettorali nazionali, la difesa e la sicurezza restano i due campi su cui resta forte l’intesa per una maggiore integrazione.
Come già fatto per gli aspetti economici la scorsa settimana, mercoledì la Commissione Ue presenterà un «Documento di riflessione» sulla difesa europea. Tre gli scenari tratteggiati da qui al 2025 e messi sul tavolo dei leader: spetterà loro, a fine anno, decidere in che direzione andare. Nel frattempo, qualcosa già si muove: sempre mercoledì Bruxelles lancerà il Fondo europeo per la difesa, un meccanismo che punta a fare un primo passo concreto verso un’unione dell’industria della difesa europea. Settore oggi estremamente frammentato. Per il 2019 e il 2020 la dotazione del Fondo sarà di 250 milioni di euro l’anno. L’obiettivo è di portarla a un miliardo l’anno nel prossimo bilancio pluriennale post 2020.
È dallo scorso anno che Bruxelles ha iniziato a intensificare i suoi sforzi per fare passi avanti in questo settore. Se ne sta occupando principalmente l’Alto Rappresentante Federica Mogherini, in collaborazione con l’altro vicepresidente Jyrki Katainen (per la parte legata agli aspetti industriali). «In tutti gli Stati – si legge nel documento che sarà presentato mercoledì – c’è un’ampia maggioranza che vuole più Europa in sicurezza e difesa». Ma quanto dovrà essere forte questa integrazione? Tre gli scenari proposti: il primo parla di una «Cooperazione in sicurezza e difesa» e di fatto compie solo piccoli passi avanti rispetto a quanto già succede oggi: maggiore collaborazione, ma pur sempre in modo «ampiamente volontario» e con decisioni ad hoc prese volta per volta. C’è poi l’opzione «B», «sicurezza e difesa condivise»: più solidarietà, rafforzamento del potere militare della Ue e assistenza reciproca tra gli Stati. La terza opzione punta a una vera difesa comune: missioni esecutive guidate da Bruxelles, integrazione tra gli eserciti, piani nazionali per la difesa «pienamente sincronizzati» e definizione di una serie di «priorità a livello europeo» che potrebbero mettere in secondo piano quelle nazionali. Anche se non si parla esplicitamente di un esercito comune europeo, l’obiettivo è simile: i vari eserciti nazionali integrati dovranno tenersi «pronti a essere dispiegati a beneficio dell’Unione».
Un progetto molto ambizioso, che certamente andrà costruito a piccoli passi. Il primo vedrà la luce dopodomani, con il lancio di un Fondo per la difesa europea. L’obiettivo dichiarato è quello di supportare gli investimenti in ricerca, sviluppo e per l’acquisizione di attrezzature e tecnologie. «L’industria europea – si legge nel regolamento preparato dalla Commissione – soffre di un basso livello di investimenti ed è caratterizzata dalla frammentazione tra gli Stati, che porta a una duplicazione dei costi». C’è prima di tutto un problema di «quantità». Le spese europee per la difesa sono calate dell’11% nell’ultimo decennio e ammontano a 227 miliardi di euro l’anno (quelle Usa sono 545 miliardi di euro), pari all’1,34% del Pil. «È chiaro – sottolinea la Commissione – che bisogna fare di più». E poi c’è la mancanza di «qualità» della spesa. Basti pensare che in Europa esistono 178 differenti tipologie di armamenti: negli Usa sono 30.
I vari Paesi Ue utilizzano diversi standard tecnici per i propri armamenti. «L’intesa su criteri tecnici comuni – scrive Bruxelles – deve essere una condizione per poter usufruire del programma». Un’altra condizione per accedere al Fondo (che garantirà un tasso di cofinanziamento dei progetti fino al 20%) è che le imprese siano controllate dagli Stati e che operino effettivamente sul territorio Ue. I progetti potranno essere presentati se coinvolgono «almeno tre imprese» e riguardano «almeno due Stati«. L’industria europea della difesa ha un giro d’affari annuo di 102 miliardi di euro, ma l’80% delle spese è ancora su base nazionale. L’obiettivo è di ridurre la percentuale al 65%.