Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  giugno 05 Lunedì calendario

Ma il terrorismo è solo la punta di un iceberg

«Siamo stati troppo tolleranti con l’estremismo». Sono parole, quelle di Theresa May, in parte dettate dall’esigenza di mostrarsi dura agli occhi di un elettorato allarmato dal terzo attentato in poche settimane e arginare la mini-emorragia di voti che i conservatori hanno subito nelle ultime settimane. Ma è anche la sacrosanta analisi di quello che è stato l’atteggiamento della Gran Bretagna nei confronti del fondamentalismo islamista sin dagli Anni 90. Se nei mesi passati, quando era (e, sia chiaro, ancora lo è) la Francia ad essere nell’occhio del ciclone jihadista, si facevano analisi sociologiche che più o meno correttamente, vedevano nel fallimento dell’integrazione dei musulmani francesi la causa dei problemi d’Oltralpe, questa analisi funziona poco oltre Manica. Le comunità musulmane inglesi soffrono di un parziale deficit di ricchezza e istruzione, ma sono significativamente meglio integrate di quelle di tutta l’Europa continentale.
È quindi un altro il problema, e la May lo ha identificato alla perfezione. Già negli Anni 90 i servizi francesi avevano coniato il termine Londonistan, frustrati dal fatto che nella capitale inglese avessero trovato asilo politico e operassero pressoché indisturbati alcuni dei leader del jihadismo mondiale. Egiziani ricercati per stragi nel proprio Paese, leader di Hamas, libici legati ai gruppi jihadisti opposti a Gheddafi (come il padre di Salman Abedi, l’attentatore di Manchester). Controllavano moschee, raccoglievano fondi e attraevano nuovi adepti. E Londra poco faceva. Basti pensare che per espellere Abu Qatada, eminenza grigia del jihadismo giordano e definito dai giudici spagnoli «l’ambasciatore di Bin Laden in Europa», ci volle una battaglia legale di più di dieci anni.
Negli ultimi anni le cose sono cambiate: nuove leggi, più risorse e un atteggiamento più aggressivo. Ma i semi piantati dai pionieri del jihadismo d’Albione hanno dato i loro frutti, creando una rete tentacolare di predicatori, organizzazioni salafite militanti e legami operativi con gruppi jihadisti che radicalizzano e mobilitano giovani inglesi. È una scena ampia ed eterogenea, attiva a Londra come nelle città del Nord, dove vivono grosse comunità musulmane.
Fa bene quindi la May a dire che internet e i social giocano un ruolo importante, ma altrettanto forieri di problemi sono, per esempio, le madrase che Londra tollera. Era proprio di questa settimana un servizio televisivo che, con telecamere nascoste, aveva documentato come una scuola islamica, che aveva passato a pieni voti l’ispezione governativa, in realtà insegnasse agli studenti che gli hindu sono delle «creature stupide» e che un buon musulmano non può avere come amici ebrei e cristiani. È l’inizio di un percorso di odio che solo in pochi ed eclatanti casi porta chi lo percorre ad unirsi allo Stato Islamico in Siria (circa mille i foreign fighters britannici) o a volere uccidere i propri concittadini che si bevono una birra in una calda serata londinese. Ma che in ogni caso porta a spaccature nella società, alla formazione della mentalità del «noi contro loro».
La sfida di Londra, come quella di tutta Europa è quindi duplice. Da una parte fermare i terroristi, attraverso un lavoro investigativo e d’intelligence che può sempre essere migliorato ma che, è chiaro, non arriverà mai a fermare ogni singolo attentato. Ma ancora più necessario è l’altro obiettivo dichiarato dalla May, sconfiggere l’ideologia che motiva i terroristi. Ma come farlo sul web, spazio aperto e incontrollabile per eccellenza? E cosa fare coi predicatori dell’odio che, pur predicando valori polarizzanti e da Medioevo, non compiono reato, ipocriticamente proteggendosi con quella libertà di parola che detestano? Con quale strumento giuridico si può impedire a un imam di pronunciare sermoni che demonizzano la democrazia ed esaltano lo Stato Islamico? E come fare a convincere i suoi fedeli che sbaglia? La May capisce bene che il terrorismo è la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più grande e pericoloso, il fondamentalismo islamista, anche nelle sue manifestazioni non immediatamente violente. Non ha però detto molto su come sconfiggere entrambi.