la Repubblica, 4 giugno 2017
Etty, la vita buona
Quello di Etty Hillesum – giovane ebrea olandese che nel mezzo del dramma del genocidio scrisse un contro-dramma luminoso che salvò la sua anima e la nostra – è un nome sacro per i suoi lettori ma non è ancora abbastanza noto al grande pubblico. Onore a Edgarda Ferri che le dedica ora una biografia ariosa, costruita per quadri, dove le frasi di Etty – tratte dal suo diario e dalle sue lettere – si intrecciano alla storia dell’occupazione nazista dell’Olanda – tanti piccoli eroismi e tradimenti – e al paesaggio – tanti boccioli e tanti fiori, in questo libro, come piaceva a lei, e i cieli altissimi di Amsterdam, mutevoli come il suo umore, e le pedalate nel freddo, fermandosi per annotare qualcosa sul taccuino – e dove il finale è un crescendo degno del Requiem di Achmatova. La giovane madre che confida: “Il mio bambino non piange mai, è proprio come se sentisse quello che sta per succedere”. La ragazzina che si rammarica: “Che peccato, eh, pensare che quello che hai imparato nella tua vita è stata fatica sprecata”. La vecchia signora che raccomanda alle ragazzine intorno a lei: “Ricordatevi che domani ognuna di noi potrà piangere soltanto tre volte”. La partigiana che ha abortito per le torture e dice: “Sul treno potrò fare un buon lavoro, ho ancora del latte”. Il ragazzo che entra nel vagone anche se non è nella lista e quando la guardia gli chiede perché, ribatte: “Perché piace a me”. Lungo il binario per Auschwitz, pieno di pianti e fagotti e richiami, l’umanità è salvata dallo sguardo di cristallo di Etty, che sa vedere fino all’ultimo.
Tra il marzo del 1941 e il settembre del 1943 Etty Hillesum, ventisette anni, studentessa in lingue slave ad Amsterdam, tiene un diario che cambierà la sua vita, e quella di generazioni di lettori in tutto il mondo. A spingerla a scrivere – per curare la sua personalità ingarbugliata – è stato Julius Spier, ebreo tedesco, fondatore della psicochirologia, l’arte di leggere nelle mani la personalità dei pazienti. Etty ha sentito parlare della sua fama di guaritore di anime ed è andata a trovarlo. È una brunetta nervosa, non bellissima ma con occhi pericolosi, “metà russa e metà spagnola”, soprattutto quando si mette una peonia rossa nei capelli e fa tintinnare i grandi orecchini. Le piace la letteratura, traduce i russi, sogna di scrivere qualcosa di grande.
Le piacciono gli uomini, ha già tante storie complicate alle spalle e ora si riposa tra le braccia di un vedovo che la ospita nella sua casa.
Quando vede Spier per la prima volta, lo trova antipatico, un uomo di cinquantacinque anni con i denti finti, il corpo pesante e intorno troppe ammiratrici. Solo gli occhi – grigi e infinitamente buoni – la colpiscono.
Accetta di farsi visitare. Lui, dopo averle analizzato le mani, e averle fatto dire ben più di quanto lei volesse – “Parli senza vergogna, io non la giudico” – la sorprende togliendosi la giacca e dicendo: “E adesso facciamo la lotta”.
Inizia così – con la minuscola Etty che a sorpresa getta a terra il massiccio Spier, spaccandogli il labbro – una delle più belle storie d’amore che io conosca. Una storia piena di sensualità e spiritualità, che grazie alla personalità magica di Spier e all’anima assetata di Etty, diventa ben presto un miracoloso, altissimo amore senza possesso e gelosie. Quando, dopo un anno e mezzo di prodigi, a Spier viene diagnosticato un tumore terminale, Etty è sollevata perché sa che lui morirà prima di essere arrestato dalla Gestapo. Non ha paura, si sta costruendo radici solide. Nel diario ha scritto: “La sorgente di ogni cosa ha da essere la vita stessa, mai un’altra persona”.
Grazie a Spier, che le ha insegnato a pregare (“Provi a inginocchiarsi, è un esercizio che le farebbe bene”), è ormai lontanissima dalla ragazza tormentata di un tempo. Il suo diario diventa sempre più luminoso e chiaro, con al centro un dialogo continuo e personalissimo con Dio. Etty vede il terrore che si stringe intorno a lei, nella città dove non può più usare la bici o salire sul tram, dove i vicini vengono portati via di notte, e gli amici partigiani torturati dalla Gestapo, ma si rifiuta di odiare: “Non dobbiamo riempierci di odio. Se non sarà così, il mondo non riuscirà a spostarsi di un solo centimetro dal fango in cui si è cacciato”.
Scrive nei suoi quaderni cose immense – “Dio, tu non puoi aiutarci, tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi” – e poi, quando capisce che è salita troppo in alto, si prende in giro – “Signore dammi meno pensieri e più acqua fredda e ginnastica alla mattina presto”.
Ha amici nella Resistenza che potrebbero nasconderla, ma vuole condividere il destino del suo popolo. Lavora per un anno come volontaria nel campo di transito di Westerbork, dove gli ebrei vengono ammassati in condizioni penose prima di partire per Auschwitz, un treno alla settimana. Riesce a restare se stessa anche lì, tra il fango e i topi, e passa il tempo a correre da un prigioniero all’altro, sempre sorridente. Così la ricordano i sopravvissuti. E così la descrivono le lettere, che manda agli amici ogni sera, sapendo che il tempo sta finendo. Un partigiano riesce a entrare nel campo e fa un ultimo tentativo per convincerla a evadere ma lei ribatte: “Non mi muovo da qui”.
Sale sul treno per Auschwitz il 7 settembre del 1943, portando una coperta e tutti i suoi libri. Qualche giorno dopo un’amica riceve una sua cartolina, che qualcuno ha trovato lungo i binari. Sono le ultime parole di Etty arrivate fino a noi. “Christine, apro a caso la Bibbia e trovo questo: ‘Il Signore è il mio solo ricetto’. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un carro merci. Mio padre, mia madre e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure. Arrivederci da noi quattro. Abbiamo lasciato il campo cantando”.