la Repubblica, 4 giugno 2017
«Baciamano shock, riportiamo San Luca in Italia»
SAN LUCA «Stiamo provando a portare San Luca in Italia». Salvatore Gullì è la faccia dello Stato in un pezzo di Calabria che allo Stato ha da tempo girato le spalle. Dal 2015 commissario prefettizio in un paese che da due anni si rifiuta persino di mettere insieme una lista per le amministrative, Gullì a San Luca ha iniziato a mettere ordine. I contatori dell’acqua e della luce nelle case, la dignità di un nome a strade anonime, la raccolta della spazzatura, la riscossione di canoni e tributi arretrati. Ordinaria amministrazione, che non molto tempo fa in paese era pura utopia. Inconcepibile, come un campo di calcio in cui ragazzini che a stento parlano italiano si confrontano con ex glorie della serie A. Adesso c’è anche questo, grazie ad un progetto portato avanti da Prefettura e associazione italiana calciatori.
«Non saremmo riusciti a mettere in piedi uno stadio in venti giorni se non ci fosse stato l’apporto di tutti» dice il commissario «per la prima volta il paese inizia a rispondere». Ma la lotta è lunga e impari. Perché chi oggi propone un’alternativa si confronta con una terra che da decenni si regge su leggi e istituzioni altre. E persino linguaggi. Perché a San Luca governano i clan, si parla la lingua dei clan e ci sono gesti che pesano più di un vocabolario. Lo sa bene quel giovane colonnello dei carabinieri cui il boss Giuseppe Giorgi “u capra” si è rivolto non appena uscito dallo stretto bunker in cui si nascondeva per tentare di sfuggire all’arresto. «Voi siete Mucci? Bravo, voi siete bravo» gli ha detto ridendo il boss. Poi ha persino voluto baciarlo. Il suo però non è stato né un gesto d’affetto, né un segno di resa. Ma la dichiarazione di guerra di un capo nei confronti dell’investigatore che ritiene responsabile del suo arresto, tramandata come un dogma a parenti e affiliati. Gli stessi che hanno atteso “u capra” all’esterno della sua casa-fortezza, per oltre cinque ore passata al setaccio dai carabinieri, che dopo 23 anni sono riusciti ad arrestare il boss latitante.
Quando “u capra” è uscito, parenti, amici e astanti si sono lanciati a baciarlo, ad abbracciarlo. Uno di loro gli ha persino baciato le mani. «Era un cugino. Giorgi era troppo lontano, quindi ha avvicinato le mani alla bocca per salutarlo» si dice in uno dei bar del paese. «No – puntualizza un avventore – era un vicino, un compare». Tutti però ci tengono – fin troppo – a minimizzare. «Una cosa senza significato» assicurano. E inutile, aggiungono. Anche se un anziano in piazza si lascia scappare «non si fanno queste cose davanti ai carabinieri, non così». Perché il baciamano è l’omaggio supremo che si riserva solo ai capi veri. E quel gesto, così eclatante, così sfacciato ha sorpreso persino i militari che scortavano alla macchina “u capra” senza manette. Una scelta precisa, dettata dalla necessità di non esacerbare il clima già estremamente teso vissuto in casa nel corso delle operazioni. «Se lo avessimo portato fuori ammanettato, il paese intero lo avrebbe visto come un’inutile angheria» spiega chi ha partecipato alle operazioni.
«Certo non si tratta né di condivisione né tantomeno di debolezza dello Stato, che anzi ha dato una straordinaria dimostrazione di forza» dice chiaro il procuratore capo Federico Cafiero de Raho. Sui militari però si è abbattuta una pioggia di polemiche, mentre quel baciamano faceva il giro del mondo in tv. Un clamore che in paese è diventato un nuovo alibi. «Siamo perseguitati, il problema è sempre San Luca» tuona la gente in piazza. «Qui lo Stato deve portare il lavoro, non i carabinieri» dice un altro. E la ‘ndrangheta? «Quella vera è a Roma» rispondono quasi in coro. Parole che affondano le radici in un linguaggio altro, in uno Stato altro.