la Repubblica, 4 giugno 2017
«Sono diverso, non sbagliato». E il tema mette a tacere i bulli»
A Ivan piace cantare. Canta appena sveglio, canta in auto mentre la mamma o il papà lo accompagnano a scuola, canta a casa il pomeriggio in attesa che i genitori tornino dal lavoro. Ma la sua voce squillante disturba i maschietti della sua e di altre classi, già alle elementari. Cantare «è roba da femmine».
Ivan non gioca al calcio. Non tifa nemmeno per la Juventus o l’Inter. Quando alle medie scoprono quant’è goffo «a ginnastica» se deve correre o saltare l’asticella, cominciano a prenderlo in giro. E cos’è questa storia di avere tante cose da condividere e da fare con le bambine e, più tardi, con le ragazzine anziché con loro, quelli del gruppo che sta diventando un po’ branco? Non è che Ivan, si confidano, sia «un omosessuale» o addirittura «un trans», qualsiasi cosa quella parola voglia dire? Ridono. Il passo è breve, qualcuno prima glielo sussurra all’orecchio, poi glielo urla in faccia: «Sei un gay!». Com’è normale nell’era dei profili social già in terza elementare, viene aperto un gruppo WhatsApp “Anti Ivan”, e pochi hanno il coraggio di tirarsi indietro. Diventa uno dei luoghi virtuali più frequentati dai ragazzi della scuola, da quelli di seconda media come lui e anche dai più grandi e più piccoli.
Il resto lo racconta Ivan nel tema in classe che consegna alla sua insegnante a fine febbraio e che Repubblica mette oggi in pagina. La traccia è “Inventa un racconto in cui sono presenti i seguenti personaggi: una vittima, un gruppo di ragazzi prepotenti, degli spettatori, un adulto. Soffermati sui dialoghi e sugli stati d’animo dei diversi personaggi. Alla base del racconto può essere un fatto realmente accaduto o un episodio verosimile. Scegli un finale che preveda uno scioglimento positivo o una soluzione negativa”. La signora Rossi (tutti i nomi di questa vicenda, per il resto vera e verificata, sono di fantasia) è una professoressa preparata e sensibile, come migliaia di altre, per fortuna, in Italia. Ha la percezione che qualcosa nelle dinamiche nella comunità di classe non funzioni, e vuole farlo emergere. Dice adesso: «Abbiamo ragazzi di provenienze e culture differenti, la convivenza va guidata. Avevo notato squilibri nei rapporti, però non avevo intuito i problemi di Ivan con i suoi compagni». La scuola ha una componente multietnica rilevante: su 18 studenti, nella classe di Ivan ci sono due ragazzini rom, un somalo, due italo-marocchine. Il bullismo nei suoi confronti è tuttavia di marca indigena (siamo in Centro Italia), non ha nulla a che fare con l’integrazione, riuscita o fallita che sia. Il quartiere è popolare, ma l’efficienza dei servizi pubblici ha convinto parecchie famiglie di ceto medio a sceglierlo per crescere i figli.
Quando, a casa, legge e corregge tema di Ivan, la signora Rossi si rende conto che quell’allievo bravissimo in matematica sta raccontando la sua storia, sei anni di gioie – le amicizie – e di delusioni – l’esclusione, la derisione, le violenze – incolonnati in quattro fogli da protocollo. La calligrafia è netta e chiara. L’episodio del pestaggio in spiaggia è una “forzatura letteraria”. Ivan condensa due eventi reali e separati, uno al parco e uno al mare: nel primo lo difende la ragazza alla pari che passa con lui ogni pomeriggio, nel secondo viene affrontato e spintonato pesantemente, ma le due amichette che lo accompagnano riescono, soprattutto a parole, a fermare i ragazzini ormai organizzati in branco. Il suicidio l’ha soltanto immaginato: ma anche immaginarlo è segno inequivocabile di una situazione fuori controllo. Un disagio che non è di Ivan, che ha il coraggio sereno di denunciarlo, ma di quella scuola e forse di tutte le scuole.
La signora Rossi fa quello che deve fare una docente di italiano: appunta a lato gli errori compiuti da Ivan («Qui usa il presente», «Attento all’uso dei tempi verbali»), poi dà i voti: 10 al contenuto, 8/9 alla forma. Quando riconsegna i lavori alla classe, chiede a Ivan se vuole leggere pubblicamente il suo, e lui ci sta, senza problemi. Comincia così, spontaneamente, quello che viene definito dalla mamma di Ivan «un percorso di formazione degli insegnanti e di attività scolastiche contro il bullismo». I risultati sono tangibili: alcuni ragazzini coinvolti negli episodi raccontati nel tema chiedono scusa. Non tutti, comunque.
Ivan ora sta meglio, aver reso pubblico il suo disagio è un passaggio per ritrovare sicurezza ed equilibrio. Quando la mamma gli chiede se è d’accordo nel pubblicare su un giornale il suo tema, risponde: «Certo, perché voglio aiutare chi ha passato brutti momenti come me». Pensa a chi s’accorge «di essere diverso ma non sbagliato», come scrive nel tema. Accade, perfino a dodici anni, di avere una consapevolezza di sé così acuta, forse perché frutto del dolore. L’importante è trovare sulla propria strada una professoressa come la signora Rossi.
Il tema di Ivan
Alcune persone all’apparenza stanno bene, ma muoiono dentro.
Io sono Ivan e ho dodici anni. Vivo in una cittadina del Centro Italia, in una famiglia modesta, ma senza amici. Fin da quando ero all’asilo non ho mai amato i giochi da maschio: calcio, carte, giochi elettronici… A me non sono mai interessati. Preferivo stare con le femmine, più interessanti, a mio parere.
Ero diverso, non sbagliato. Venivo preso in giro, deriso davanti a tutti, perfino i miei amici partecipavano, per poi chiedere pateticamente scusa. «Mamma, ma perché mi trattano così? Cos’ho che non va?!?!”. «Tranquillo, amore: sono solo invidiosi!». Io non credo proprio.
Poi arrivo alle elementari, un’occasione di riscatto, lasciando il passato alle spalle. La prima cosa che i compagni notano di me è la mia voce, acuta, squillante, diversa da quella degli altri maschi. Conoscevo qualcuno, ma erano proprio quelli che mi guardavano con più disprezzo. Ero solo, di nuovo.
Successivamente lego con due bambine, diventano le mie migliori amiche. Nonostante il nostro profondo legame cerco di stare lontano da tutte e due, temevo che se mi avessero conosciuto meglio se ne sarebbero andate. Le offese si ripetono, non erano pesanti, ma era il modo in cui le dicevano che mi feriva.Passano quattro anni e arrivo in quinta. Le prese in giro gradualmente finiscono e riesco finalmente ad entrare nel “mondo dei maschi”. Francesco, Flavio, Domenico, Roberto: eravamo inseparabili. Con l’arrivo in questo nuovo “mondo” o semplicemente un “diverso punto di vista” (come diceva papà) alcune cose cambiano in me. Inizio a seguire la moda, carte e gameboy sparsi per tutta la camera. Ero felice, finalmente.
Nella classe però c’erano alcuni ragazzi più emarginati, capivo come si sentivano e cercavo di stare vicino anche a loro: Alfredo, Saverio, Livio e Mario. Purtroppo questo bellissimo anno finisce.
Iniziano le medie. C’erano tutti: Livio, Domenico ecc… Entro a testa alta, fiero dell’anno precedente. Ma magari avrei dovuto abbassarla. Ginnastica, il mio punto debole. Non essendo interessato agli sport non ne avevo mai praticato uno. «Tutti alla sbarra! Flessioni!» urla il prof di ginnastica. Fiero di me mi getto sulla sbarra, faccio più flessioni che posso. Ma poi mi fermo. Tutti mi guardano. Uno dei compagni rompe il silenzio: «Ma cosa sei? Una femminuccia?!?». «Già: scommetto che non sai nemmeno saltare!».
Tutti ridono, mi indicano come se fossi un fenomeno da baraccone. Ero a pezzi. «Omosessuale» «Trans», ormai era così che mi chiamavano. Inizio con l’autolesionismo, una droga potentissima di cui non puoi più fare a meno. Mi chiedo come sarebbe bere quel bicchiere di candeggina sopra la lavatrice.
Un giorno vado al mare con Domenico e Francesco. Vedo in lontananza Alfredo, Saverio e Livio con cui avevo chiuso i rapporti. Si avvicinano e mi spingono a terra, sento un calcio, poi un altro ancora, iniziano a picchiarmi. Vedo Francesco e Domenico dietro di me, pietrificati, non reagiscono semplicemente perché non vogliono vedere. Mi lasciano a terra senza nemmeno la forza di piangere. Torno a casa e mi chiudo in camera.
Accendo il telefono “Cento nuovi messaggi dal gruppo antIvan”. Il gruppo l’aveva creato Alfredo, c’era tutta la scuola. Leggo solo insulti, nessuno mi difende. “Ivan” chissà se ricorderanno questo nome, una volta che non ci sarò più. Apro la finestra e mi lascio andare. È finita, finalmente in pace.
Sono diverso, non sbagliato.
Il bullismo in Italia: dati
4,09 milioni nel 2014
Le vittime: ragazzi e ragazze che hanno subito atti di bullismo nell’ultimo anno (età da 11 a 17 anni
47,3 mai
32,9 qualche volta
19,8 una o più volte al mese
Il tipo di molestie
Offeso con soprannomi, parolacce, insulti 12,1 %
Preso in giro per l’aspetto fisico o il nodo di parlare 6,3 %
Preso di mira raccontando in giro storie sul suo conto 5,1 %
Emarginato per le opinioni 4,7 %
Colpito con spintoni, botte, calci, pugni 3,8 %
Come pensano di difendersi
Chiedono aiuto ai genitori 65,0 %
Cercando di evitare la soluzione 43,7 %
Confidandosi con gli amici 42,8 %
Chiedendo aiuto agli insegnati 41,0 %
Confidandosi con fratelli e sorelle 30,0 %
Facendo finta di niente 29,0 %
Provando a riderci sopra 25,3 %
Cercando di cavarsela da soli 16,8 %
Vendicandosi personalmente 7,1 %
Organizzando con gli amici il modo per vendicarsi 5,0 %
Organizzando con fratelli e/o sorelle il modo per vendicarsi 1,3 %
Subendo passivamente 0,8 %