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 2017  giugno 04 Domenica calendario

Sos per le banche venete le prove di salvataggio sono all’ultima chiamata

MILANO Il primo ponte davvero estivo, che milioni di italiani trascorrono ignari e spiaggiati, vede invece un pugno di banchieri, consulenti e membri del governo alle prese con una domanda rompicapo: può la mancanza di 1 miliardo di soldi privati mettere a repentaglio almeno 61 miliardi di euro, di cui 12 pubblici? Come nei quiz a scuola, spesso le domande dall’apparenza nonsense sono le più insidiose. La “risoluzione” delle ex popolari di Vicenza e Veneto Banca, di cui ormai si parla apertamente, per negarla come il più grande tabù, dietro le quinte per evocarla con terrore – avrebbe conseguenze colossali sul sistema del risparmio e dell’economia, ed effetti traumatici sulla politica già precaria del paese. L’antefatto è che due settimane fa l’Antitrust Ue, cui spetta il nulla osta sui piani di rilancio delle banche che chiedono aiuti allo Stato, ha fatto sapere “per via verbale” agli emissari del Tesoro che la bozza messa a punto dall’ad di Vicenza Fabrizio Viola, che prevede la fusione degli ex reami bancari di Gianni Zonin e Vincenzo Consoli, il dimezzamento delle loro filiali e la cessione di 9 miliardi di crediti inesigibili, non va bene. Le assunzioni sono considerate troppo ottimistiche dai funzionari accigliati di Bruxelles: e le loro “correzioni” su crediti, redditività e dismissioni hanno trasformato i 600 milioni di capitale in eccesso rispetto al minimo richiesto in 1,25 miliardi di deficit. L’Antitrust chiede inoltre che a pagarlo siano soci “privati”, non le tasche di Pantalone.
I COSTI DEL RISCHIO DI “BAIL IN”
Nessuno sa veramente quanto costerebbe un “bail in”, la liquidazione ordinata dei due istituti come da normativa europea del 2016. Ma l’elenco delle passività da coinvolgere a copertura delle perdite è ingente. Se la Bce decidesse di staccare la spina a Vicenza e a Montebelluna ne farebbero le spese, in ordine di priorità, l’azionista Atlante (per 3,5 miliardi), gli obbligazionisti subordinati (1 miliardo), i bond ordinari a minor rischio (13 miliardi). Poi vanno sommati 12 miliardi di obbligazioni a garanzia statale che in questi mesi le due banche hanno potuto emettere per colmare l’addio di molti loro depositanti. In caso di problemi quegli obbligazionisti chiederebbero il rientro anticipato, e 12 miliardi dai conti d’ordine si trasformerebbero in debito pubblico, costringendo a una nuova manovra il governo. A latere ci sono i 35 miliardi di prestiti in bonus erogati da Vicenza e Veneto banca: il “bail” causerebbe un loro rientro immediato, e molte famiglie e Pmi venete non saprebbero rifinanziarsi con altre banche già fornitrici, con l’effetto di una gelata sull’economia locale. Infine c’è il costo della turbolenza sui mercati, non misurabile ma il pallottoliere è quello dei miliardi.
I RIMEDI
Da 15 giorni si lavora a tutti i livelli per scovare rimedi. Da una parte il Tesoro, che tratta per le banche, chiederà uno “sconto”, o meglio un’interpretazione meno severa del piano di riassetto; allo scopo sarà aiutato dai banchieri veneti, intenti a riscrivere le strategie per limare il fabbisogno patrimoniale che ne deriva. Per fare due esempi, se le sofferenze creditizie da 9 miliardi, che il fondo Atlante è impegnato a rilevare a una media sui 20 centesimi per ogni euro di fido, potrebbero essere valutate un po’ di più: Atlante avrebbe rendimenti più bassi, ma le due banche libererebbero capitale. Se, poi, Poste Vita o altri interlocutori comprassero subito le quote di Vicenza in Cattolica Assicurazioni, o la controllata di Veneto banca Bim, o le quote di entrambe in Arca Sgr, si materializzerebbe dell’altro capitale incluso dai banchieri nel piano triennale (l’Antitrust non l’ha conteggiato, perché eventuale). Quanto al lato delle “entrate” di capitale, i primi sondaggi hanno escluso un bis di Atlante e dei suoi protagonisti (Intesa Sanpaolo, Unicredit, le Fondazioni). Nelle ultime ore si studia il modo di far intervenire le Poste – controllate dalla Cassa depositi, ma quotate per una minoranza – o qualche fondo speculativo tra Apollo, Cerberus, Atlas, Warburg Pincus, Centerbridge. Alcuni s’erano già fatti avanti un anno fa, con condizioni troppo stracciate: il rischio è che lo siano anche ora. In alternativa si cerca qualche banca, magari attratta dal fatto che le due venete hanno 1,2 miliardi di crediti fiscali e una rete fitta in un’area tra le più ricche d’Europa. Ma arruolare soci privati non è detto che riesca nei tempi stretti richiesti: Vicenza & Veneto hanno poche settimane di resistenza in queste condizioni.
CONSEGUENZE E FORZATURE
Se si aggiunge che il clima politico da maggio segna “elezioni”, si capisce anche senza il conforto dei numeri che il governo vuole evitare a qualunque costo l’incidente bancario in Veneto. Se iniziasse la conta dei danni e dei miliardi sarebbe davvero difficile per la coalizione di governo affrontare la campagna elettorale; per giunta, avendo salvato con denaro pubblico la banca “rossa” di Siena, finita in crisi per le vecchie gestioni prone al Pd locale o romano. Chi sentirebbe l’elettorato veneto, già incline al leghismo, allora? I partiti antisistema, Cinquestelle compresi, farebbero man bassa. Per questo negli ultimi giorni il governo, che sul dossier ormai impegna (con Pier Carlo Padoan) Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, il presidente Sergio Mattarella, riconsidera l’idea di nazionalizzare i due istituti con un blitz, scrivendo un decreto che consenta a parte dei 20 miliardi stanziati a dicembre di fluire nei forzieri veneti prima dell’autorizzazione di Bruxelles. La mossa risolverebbe le formalità della legge italiana, ma aprirebbe un possibile contenzioso comunitario. “Se io dovessi dare consiglio oggi allo Stato – confessa un importante avvocato – gli direi che è più facile gestire una procedura di infrazione che una di bail in”. Tra l’altro l’ultima mossa dell’Ue somiglia a un assist: la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager ha reso noto di avere raggiunto un accordo “di principio” per la simile ricapitalizzazione precauzionale statale nel Montepaschi. “L’accordo è condizionato alla conferma della Bce che Mps è solvente e soddisfa i requisiti di capitale – ha scritto la Commissione – e che il governo italiano ottenga conferma formale che investitori privati acquisteranno il portafoglio di crediti inesigibili Mps”. Non formalità da disbrigare, ma 29 miliardi di merce avariata su cui trattano in queste ore Atlante e i fondi Fonspa e Fortress. L’annuncio inatteso e ottimista di Vestager, su un negoziato in atto da cinque mesi (e ne durerà un sesto) consente sia di concentrarsi sull’ultimo dossier delle venete, sia di levare dal tavolo negoziale il rischio Mps. In caso di uno strappo di Roma sulle venete, da ora in poi, Siena non è più un ostaggio in mano alla Commissione. Per tutti questi motivi la maggioranza degli osservatori ritiene che evocare il bail in delle banche venete oggi sia frutto di paura, o strategia di persuasione mediante la paura. Ma nessun finale va dato per scontato. Anche perché se entro pochi giorni la situazione non si sblocca in qualche modo, esiste il rischio di “incidente”. Come tutti sanno in finanza, le crisi bancarie sono sempre crisi di liquidità: e anche una piccola fila di clienti delle banche venete che chiede i suoi soldi potrebbe scatenare il panico.