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 2017  giugno 04 Domenica calendario

Il prossimo Steve Jobs

La giustiziera di abusi online e troll twitta foto del gatto e della figlia 
Su Twitter si nascondono violazioni di ogni genere. Scovarle e prevenirle spetta all’americana Del Harvey, classe 1982, vice presidente del team Trust & Safety dell’azienda. Il suo compito è «assicurarsi la fiducia degli utenti, proteggere i loro diritti e tenerli al sicuro» – il che si traduce in una guerra serrata contro troll, spam, stalking e minacce. 
Nel corso della sua carriera Harvey, assunta da Twitter nel 2008 in concomitanza con la creazione della divisione Trust & Safety, di situazioni difficili ne ha affrontate diverse. E tutto ciò che sa lo ha imparato sul campo, dal momento che non è laureata (ma insegna presso la Stanford Law School, in California). La passione di Harvey per la sicurezza in Rete è nata per caso. Nell’estate dei suoi 18 anni ottenne un posto come bagnina in un istituto di igiene mentale: trascorreva parecchio tempo a contatto con adolescenti problematici, molti dei quali avevano subito molestie. Le loro storie la spinsero a lavorare come volontaria per l’organizzazione Perverted Justice, che si occupa di denunciare i pedofili online. Questa esperienza le ha cambiato la vita: costringendola ad assumere uno pseudonimo (il suo vero nome è Alison Shea) e rendendo la lotta alla pedopornografia un chiodo fisso. Grazie alle pressioni di Harvey – membro del comitato consultivo di Inhope, ong che contrasta la diffusione su internet di materiale legato all’abuso sessuale su minori —, nel 2013 Twitter ha adottato PhotoDna, un software in grado di riconoscere il contenuto delle immagini caricate sul web. 
Pur dovendo fare spesso fronte a episodi spiacevoli, Harvey appare una persona serena: la sua pagina Twitter brulica di foto del gatto e della figlia. Sul polso sinistro ha un tatuaggio a forma di cuore, «simbolo di speranza». Lei stessa si dichiara un’ottimista: «Nonostante tutto, la maggior parte delle interazioni che vedo – e ne vedo tante – è positiva». (a. de.) 

Le macchine imparano a vedere: è la quarta rivoluzione industriale 
ll’ultima conferenza degli sviluppatori di Google, che si è svolta due settimane fa a Mountain View, la «nuova arrivata» Fei-Fei Li, laurea in fisica a Princeton e dottorato in ingegneria elettronica al California Institute of Technology, ha dichiarato che l’intelligenza artificiale è «la forza motrice della quarta rivoluzione industriale». Una visione ambiziosa che è già da tempo un progetto concreto per il colosso californiano, che quando ha deciso di spingere in avanti la sperimentazione sulla capacità di apprendimento delle macchine ha voluto lei: l’ex cameriera diventata direttrice dello Stanford Artificial Intelligence Lab. 
Fei-Fei Li – emigrata a 16 anni dalla Cina insieme ai genitori che non parlavano una parola di inglese – è l’ingegnere che nel 2007 ha dato vita a ImageNet, un database di milioni di immagini, catalogate in diverse categorie e sottocategorie con lo scopo di insegnare al computer a vedere e riconoscere gli oggetti. 
Il campo di ricerca della scienziata, sposata con il collega italiano di Stanford Silvio Savarese, si chiama visione artificiale e Fei, 41 anni, esploratrice della cosiddetta intelligenza ottica, ne è leader indiscussa. Come ha spiegato in un emozionante Ted Talk del 2015, il suo lavoro consiste nell’«insegnare alle macchine a vedere proprio come noi: indicare cose, riconoscere persone, dedurre la geometria 3D degli oggetti, comprendere relazioni, emozioni, azioni e intenzioni». 
Non si tratta solo di creare software per automobili capaci di riconoscere meglio degli automobilisti pericoli e percorsi sulla strada, ma di realizzare macchine in grado di assistere i medici nelle diagnosi e programmi abili nell’identificare materiali, persone, incidenti attraverso la lettura delle immagini. Di certo, il suo passaggio dall’accademia al ricco mondo aziendale di Google renderà questi obiettivi più facilmente raggiungibili. (s. da.) 

Il futuro della pubblicità online nelle mani di un tedesco anti-banner
Avete mai cliccato un banner pubblicitario su internet? È molto probabile che la risposta sia no. Anche per questo il modello pubblicitario online è da tempo in crisi, in balia di pubblicità sempre più rumorose (e lucrose). Till Faida pensa di avere una soluzione al problema. Con Eyeo, la sua azienda, il tedesco ha creato Adblock Plus, un programma in grado di bloccare i contenuti pubblicitari su internet. Di software simili ce ne sono a bizzeffe ma Faida ha fatto del suo blocco un manifesto per l’internet del futuro. E a chi dice che il suo lavoro distrugge le possibilità di sopravvivenza dei siti, risponde: non sono io il problema, è la pubblicità che tanto desiderate ad esserlo.I banner sono brutti, noiosi, rumorosi e, nonostante tutto, inefficienti. Finché le cose saranno così, dice Faida, è chiaro che sempre più persone passeranno a Adblock Plus et similia. Inevitabile. Si tratta di una posizione piuttosto interessata, certo, da cui il tedesco è partito per dare la sua idea di pubblicità online. Così Eyeo ha creato Acceptable Ads, un programma che mira a creare un nuovo standard per le pubblicità di qualità su internet. Le pubblicità «accettabili» secondo Faida sono quelle che compariranno sugli schermi del futuro: «Non disturberanno il flusso di lettura», saranno segnalate chiaramente in quanto pubblicità e avranno dimensioni adeguate e standard. Solo queste potranno arrivare agli utenti che utilizzano il programma: un bel privilegio per chi vuole investire nel settore e un notevole business per l’azienda, visto che a vendere questi slot pubblicitari «accettabili» è sempre l’azienda di Faida.Visto che sempre più persone usano blocchi di questo tipo (i nuovi iPhone hanno una funzione apposita), il mercato sta lentamente cambiando, allontanandosi dal formato banner. Non è ancora chiaro come sarà il futuro della pubblicità online, ma Till Faida sarà tra i principali attori del settore. (p. mi.)

La cintura nera di karate che vuole prevenire le catastrofi
La regina delle start-up nella nazione delle start-up. Ecco chi è Kira Radinsky, 31 anni, nata a Kiev, cresciuta in Israele, cintura nera di karate. È lei, infatti, l’ideatrice di un complesso algoritmo in grado di raccogliere dati, analizzarli e predire il futuro con un grado di accuratezza stimato tra il 70 e il 90 per cento. Attuale Director of Data Science di eBay, Kira non ha però solo manifestato una passione sfrenata per i dati – come dichiara sul proprio sito, kiraradinsky.com – ma ha anche dimostrato un certo fiuto negli affari. Nel 2012, infatti, a 26 anni, ha deciso di applicare il proprio algoritmo al commercio e ha fondato SalesPredict, raccogliendo più di cinque milioni di dollari da investitori vari.La start-up, come suggerisce il nome, è nata con l’obiettivo di aiutare le aziende a vendere di più intercettando potenziali clienti futuri. E in pochi anni è cresciuta tanto velocemente da guadagnare clienti propri e titoli di giornale, finché nel 2016 è stata acquisita da eBay per una cifra, riportano le testate israeliane, compresa tra i 20 e i 30 milioni di dollari. E se per Radinsky è già iniziata una nuova era dell’economia mondiale – l’epoca della data-driven economy, guidata dalla conoscenza dei dati —, Kira non ha però intenzione di applicare le proprie ricerche solo al campo del commercio.Vorrebbe fare di più: prevenire catastrofi, per migliorare la vita di comunità e persone. È stata lei a predire un’ondata di colera a Cuba dopo 130 anni dall’ultima epidemia ed è stata lei a prevedere la Primavera Araba e l’inizio dei disordini in Siria. Lo ha fatto, ha detto, sempre applicando il proprio algoritmo all’analisi delle notizie raccolte negli archivi delle testate online. In fondo, ha spiegato, Mark Twain aveva già capito tutto: «Il passato non si ripete ma fa rima con se stesso». L’importante è cercare gli indizi nella storia, rintracciarli nel presente, immaginarne gli effetti. (fe. co.)

Il (quasi) successore di Zuckerberg ha sviluppato il Facebook dei licei
Per capire il principale grattacapo di Mark Zuckerberg, il 33enne fondatore e amministratore delegato di Facebook, bisogna prendere lo smartphone e scaricare applicazioni come Snapchat o Musical.ly. Il rapporto dei ragazzini con i dispositivi mobili e i social network è mutato e sta mutando radicalmente: gesti diversi (il polpastrello scorre più in diagonale o orizzontale che in verticale, ad esempio), linguaggi differenti (tante immagini, poche parole), nuove esigenze (un maggiore controllo delle informazioni personali rispetto alla generazione precedente). E un denominatore comune e imprescindibile: i video. Ecco perché nel gennaio del 2015 Zuckerberg ha assunto Michael Sayman, oggi 20enne.Nato a Miami da madre peruviana e padre boliviano, ha nell’acerbo curriculum il gioco per smartphone 4 Snap, che – si narra – abbia aiutato la sua famiglia a pagare il mutuo e a scongiurare un trasferimento in Perù. A Menlo Park ha sviluppato LifeStage, una sorta di tentato revival degli anni gloriosi di Facebook. Come la sua antenata, l’app è pensata per attecchire nelle reti di studenti. Zuckerberg è partito da Harvard e dai college, Sayman aggredisce i licei: se hai più di 21 anni e non indichi il nome del tuo istituto non puoi iscriverti. Dentro la piattaforma è tutto un video per «raccontare chi sono io, con le modalità della generazione Z», ha spiegato.Dobbiamo aspettarci una diffusione massiccia e un passaggio di testimone con Zuckerberg? No, perché il numero uno di Facebook si sta occupando delle pratiche Snapchat e Musical.ly copiando senza remore, la prima, e stringendo accordi con editori di video, per confermarsi valida alternativa alla seconda. Sayman, che ha anche il pregio di essere vicino alla comunità latina, e la sua app sono tuttavia fondamentali per il futuro di Menlo Park. Per sopravvivere bisogna continuare a inventare. Senza abbandonare chi occupa i banchi di scuola. Contando su chi li ha lasciati da poco. (mar. pen.)

La salute delle donne in una app per monitorare il ciclo ormonale
Ida Tin ha pensato a Clue, app per tracciare il ciclo ormonale femminile, durante i viaggi in moto con l’agenzia del padre, specializzato in escursioni in Mongolia, Vietnam e Cile. «Nel 2009 – racconta – avevo l’abitudine di misurare ogni giorno la mia temperatura e di memorizzarla in un file», un lavoro meticoloso, da cui è nata l’ispirazione per la sua start-up.
Oggi Clue ha sede a Berlino, 45 impiegati e un motto: le donne non vogliono applicazioni rosa o cuoricini, vogliono la scienza. L’idea di Tin, infatti, nasce dalla volontà di offrire un servizio scientificamente solido per decidere se tentare o meno una gravidanza, tracciando ogni giorno i cambiamenti fisici, emotivi, dell’umore. L’applicazione è oggi sugli smartphone di cinque milioni di utenti. Il segreto del successo? «È progettata per mezzo mondo», spiega Tin, la quale ha però un obiettivo in più. Rendere Clue davvero inclusiva, in grado di coinvolgere anche il pubblico transgender.
Per farlo l’imprenditrice ha assunto personale di diverso orientamento sessuale. In fondo non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso da Tin, nota anche per aver coniato il termine FemTech, female technology, con cui si individuano software, servizi e prodotti che usano la tecnologia per aiutare le donne a prendersi cura della salute.
Un settore in netta crescita: a inizio 2017 tra le prime cinquanta applicazioni gratuite destinate al controllo del benessere ben sette hanno riguardato il ciclo femminile. E la privacy? È un tema chiave per Tin, la quale spiega che non solo i ricercatori di Clue sono focalizzati sulla sicurezza ma che nel caso dell’applicazione le utenti cedono dati in cambio di un sostegno personale diretto. La maggior parte delle volte in cui ci connettiamo non è così. Ma Ida Tin non si accontenta e vuole meritare la fiducia delle donne. Aggiungendo nuove funzionalità alla app, spiega. Senza mai ricorrere a un linguaggio stereotipato. (fe. co.)

L’auto pubblica che si guida da sola Uber fa un altro passo avanti
Se, scherzando, gli si domanda come sia possibile che i clienti di Uber possano preferire altri prodotti al suo, Ronak Trivedi allarga le braccia, si apre in un sorriso e dimentica le ferree regole delle pubbliche relazioni della Silicon Valley che impongono contegno al cospetto di qualsiasi quesito: «Me lo chiedo sempre anch’io!». Nato a Toronto da genitori indiani, 27 anni, laureato in scienza e ingegneria all’Università di Waterloo con una specializzazione nei Paesi Bassi, sa di presidiare una delle stanze più calde del rovente edificio di Market Street, a San Francisco, dove si trova la sede principale di Uber. La società fondata da Travis Kalanick esiste in quanto dirompente e problematica: la sua visione liberalizzata dei trasporti di presente e futuro è – per ora – in contrasto con le regole di mezzo mondo (il Tribunale di Roma ha però appena revocato la sentenza che imponeva la chiusura dell’app nei nostri confini).
UberPool, di cui si occupa la squadra diretta da Trivedi, sbatte contro il muro normativo perché dà a privati cittadini la possibilità di sfruttare l’applicazione per trasportare persone, a pagamento. Ma fa un passo oltre, grazie al cuore tecnologico che in grado di gestire e ottimizzare più richieste in tempo reale, proponendo la condivisione delle corse a un prezzo inferiore a quello applicato ai singoli passeggeri.
«Si prova a fare carpooling da anni, la novità è che adesso noi ci stiamo riuscendo, a livello tecnologico prima di tutto», spiega a «la Lettura» il giovane manager con un passato in Microsoft. Al momento, nella pionieristica San Francisco, sceglie l’opzione Pool il 50% dei clienti. C’è di più: Pool si propone come scheletro ottimale per il futuro del colosso, soprattutto quando si parla di vetture autonome. Ci si immagina (e si lavora in direzione di) auto pubbliche e non private che avranno bisogno di piattaforme per lo smistamento di chiamate e pagamenti. Uber, con Trivedi, c’è. (mar. pen.)

Ecco chi c’è dietro il successo di Slack la piattaforma che sostituisce le email
Abilissima con la tecnologia sin da bambina, ha realizzato il suo primo progetto di software all’età di dieci anni: un foglio elettronico per catalogare la sua collezione di carte di baseball. Ora che di anni ne ha 37, April Under-wood, originaria del Texas, è la vice presidente sviluppo prodotto di Slack, la piattaforma di comunicazione tra gruppi di lavoro che sta sostituendo le email.
Prima di essere assunta da Stewart Butterfield nel 2015, la 37enne – una laurea in direzione aziendale e un master in gestione d’impresa – ha lavorato, tra gli altri, per Intel e Google, per poi ricoprire per cinque anni il ruolo di direttrice sviluppo prodotto di Twitter. Nel suo primo anno a Slack gli utenti attivi dell’applicazione sono triplicati, superando i tre milioni. Underwood sta puntando moltissimo sugli sviluppatori esterni, con lo scopo di trasformare la piattaforma in uno strumento attraverso cui poter svolgere tutti i compiti quotidiani connessi al proprio lavoro: Slack, su suo suggerimento, ha lanciato un fondo per start-up da 80 milioni di dollari e le app compatibili con il servizio di messaggistica hanno superato quota 750.
L’innovatrice fa inoltre parte del consiglio di amministrazione di Zillow Group, azienda strategica dell’immobiliare online, e di #Angels, gruppo di investimento che ha creato nel marzo 2015 insieme a cinque ex colleghe di Twitter e che fino a oggi ha supportato oltre 50 aziende – di cui un terzo con almeno un fondatore di sesso femminile. Il tema della parità di genere sul luogo di lavoro è molto caro ad Underwood.
Nonostante le innumerevoli attività in cui è coinvolta, la 37enne – che è sposata e ha una figliastra di 19 anni – riesce anche a ritagliarsi del tempo per se stessa. «Quando sono libera, pratico yoga oppure suono il piano o il violino», spiega. «E credo fermamente nell’importanza della colazione». (a. de.)

L’architetto olandese del web : i siti possono crescere senza paura
Dal 2008 il computer scientist Werner Vogels ha iniziato a viaggiare per il mondo per spiegare l’importanza del ruolo che stava svolgendo per conto di Amazon. Il suo lavoro per il colosso di vendite online riguarda un settore diverso, forse più oscuro, ma che oggi vale il 10% del fatturato dell’azienda di Seattle: Amazon Web Services (AWS), un servizio che consente a siti web e applicazioni di andare online in pochi minuti e – soprattutto – di crescere senza pensare ai costi di hosting (cioè di gestione del sito stesso).
Ogni sito deve infatti «risiedere» in qualche punto della rete, in uno o più server, a seconda del traffico che lo interessa, e l’hosting è da sempre una questione tecnica molto delicata (e costosa). All’olandese Vogels è riuscito l’impossibile: permettere a qualunque applicazione di continuare a vivere senza temere la sua stessa crescita, cambiando per sempre l’approccio degli imprenditori. Ogni start-up ha il problema dello scaling, la crescita proporzionale di ogni sua componente, il timore di non ampliarsi abbastanza deludendo i propri utenti. Crescere, nell’internet di qualche anno fa, era però complicato: si dovevano comprare nuovi server, e collegarli. Il primo social network della storia, Friendfeed, è finito anche per questo: troppi utenti volevano accedervi nello stesso momento.
Vogels ha visto il futuro creando una grande nuvola aperta a tutti, anticipando la rivoluzione: dispositivi sempre più piccoli e servizi sempre più lontani fisicamente dagli utenti. Nella nuvola di dati, appunto. Grazie al successo di AWS, Amazon ha ottenuto una posizione dominante nel settore dell’hosting, arrivando a essere criticata da alcuni osservatori: cosa succede infatti quando una porzione sempre più grande di internet funziona grazie a una singola azienda? Che un piccolo errore nel codice della stessa può mandare all’aria la rete intera, per esempio. Com’è successo a febbraio. (p. mi.)

Serie tv su misura per ogni utente Il sogno dell’uomo-chiave di Netflix
Com’è possibile che Netflix sembri conoscerci di persona? Come riesce una piattaforma video con oltre cento milioni di abbonati a suggerire una serie che non sapevamo esistesse, ma che finisce per piacerci come l’avessimo aspettata per mesi? Merito di Todd Yellin, l’uomo che, da otto anni, ha la responsabilità dei meccanismi con cui l’azienda di Los Gatos intercetta i gusti di ogni iscritto per cucire un’offerta su misura. Questione di algoritmi, big data e altri arcani digitali, certo, ma non solo. Non è un caso che Yellin nel 2014 abbia aperto il suo intervento al summit «Future of Storytelling», uno dei più importanti del settore, con una delle scene madri di Matrix Reloaded : «Scelta. Il problema è la scelta», profetizzava Keanu «Neo» Reeves circondato da migliaia di schermi.
Nato a New York 43 anni fa, documentarista e oggi vicepresidente della innovazione del prodotto di Netflix, Yellin è uno dei nomi chiave quando si parla di nuove abitudini di accesso e fruizione dei contenuti: «Il mio lavoro consiste nel far trovare facilmente grandi video a ognuno dei nostri abbonati e metterlo nelle condizioni di goderne ovunque si trovi», minimizza.
La realtà è più complessa: nel 2016 è stato cruciale nel contribuire allo sbarco della piattaforma in 130 Paesi, ognuno con infrastrutture tecnologiche e utenti diversi, per cultura e abitudini di consumo. Quando si rese conto di come in alcune zone la disponibilità di banda non consentisse una visione fluida, convinse Netflix a fare retromarcia su uno dei suoi capisaldi: da allora è possibile scaricare i film per poi guardarli senza intoppi. I suoi trascorsi mescolano l’attività registica – nel 1994 fu il primo a filmare la fuga dei bambini tibetani sull’Himalaya – a un’assidua frequentazione dei nuovi media: nel 2001 era alla Sega, storico marchio di videogiochi. L’industria del gaming gli ha certo insegnato molto: «Il mio obiettivo è consigliare a ognuno il suo contenuto ideale. Non è facile, ma ci arriveremo». (em. co.)