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 2017  giugno 04 Domenica calendario

Vivo in un capolavoro di Wright. «È un’esperienza spirituale»

Guardare il genio dal buco della serratura fa sempre piacere: così, tanto per restare all’architettura, scoprire dal biopic (2005) di Sidney Pollack che Frank Gehry è (nell’ordine) un grande appassionato di hockey e un pittore mancato o dal film girato dal figlio (2003) che Louis Kahn viveva due esistenze parallele (famiglie comprese) può regalare brividi di soddisfazione. La vita di Frank Lloyd Wright, anche prima dell’8 giugno quando si festeggeranno i 150 anni dalla nascita, è stata già abbondantemente raccontata e sviscerata: dallo stesso Wright in Un’autobiografia (1932, pubblicata in Italia da Jaca Book), come da King Vidor ne La fonte meravigliosa (1949, con Gary Cooper, per quanto molto più alto dell’originale, nei panni di Wright). Così sembra quasi che, in attesa della grande mostra che si aprirà il 12 giugno al Moma di New York (Frank Lloyd Wright at 150: Unpacking the Archive, fino al primo ottobre) ci si voglia in qualche modo dimenticare di quanto importante sia stato Wright per l’architettura moderna e contemporanea. Tanto che Rowan Moore sul «Guardian» si divide, senza paura, tra il dubbio se Wright sia «un genio» o un semplice «fantasista» (in alternativa lo definisce «leader carismatico, fraudolento e dominatore»). 

Steve Sikora che con la moglie Lynette vive dal 2002 in una casa-capolavoro di Wright, The Willey House, al 225 di Bedford Street, Minneapolis (Minnesota), realizzata nel 1933 per Malcom e Nancy Willey, giovane coppia di professori di università, non è assolutamente d’accordo con questa «normalizzazione» del lavoro di Wright: «Vivere qui – spiega a “la Lettura” – è un’esperienza spirituale, qualcosa che riesce a emozionarti giorno dopo giorno. Perché questa casa sprigiona energia da ogni an

golo, per quanto piccolo e nascosto. Il senso, e il piacere, della scoperta è qualcosa che dal primo giorno della nostra vita qui non è mai venuto meno». Non ha davvero dubbi Steve: «Ogni volta che un gruppo di persone viene a visitare The Willey House vedo nei loro volti la sorpresa e il piacere di scoprire quello che la buona architettura può offrire». Perché, come spiega a «la Lettura» Stuart Graff, presidente e Ceo della Frank Lloyd Wright Foundation, «il modo migliore per capire l’importanza di Wright è sperimentare le sue architetture, anche solo per poco tempo, anche solo per una visita. Solo così si può comprendere l’armonia tra l’interno e l’esterno, la scelta dei materiali locali e l’importanza di ogni singolo spazio che rendono unici i progetti di Wright». 

Una fortuna a lungo cercata, quella di Steve (62 anni, presidente della Design Guys di Minneapolis) e Lynette: «Fino a una decina di anni fa, non avrei mai immaginato che ci potesse essere una casa progettata da Wright a un passo da dove vivevo – racconta—. Una casa all’epoca abbandonata e danneggiata, dal tempo e dai vandali». La storia della Willey House è una storia diversa da quelle 

delle grandi case che hanno reso celebre Wright: come The Fallingwater, la Casa sulla Cascata progettata nel 1939 per Edgar J. Kaufmann, ricco commerciante di Pittsburgh, per molti simbolo di tutti gli «acciacchi» imputati alle architetture del maestro. Ovvero costi (e tempi) di realizzazione costantemente superiori rispetto al previsto (da 35 mila a 125 mila dollari nel caso di Fallingwater) e infiltrazioni d’acqua così abbondanti che Mr. Kaufmann l’aveva soprannominata The Seven Buckett Building, la Casa dei sette secchi. 

The Willey House nasce da una sfida diversa da tutte le altre: è la prima delle case usoniane, come definiva Wright le sue case ispirate al modello di vita nordamericano, costruite però per la Middle Class e non per i ricchi tycoon come Kaufmann: «Nancy Willey – racconta Sikora – scrive nel 1932 a Wright dopo aver letto la sua autobiografia e gli dice che il suo libro “fa nascere e crescere le idee”. Senza paura chiede all’architetto “che possibilità ha di potersi permettere un’architettura come la sua” e se “su quella casa sulla collina affacciata sul Mississippi potrà mai nascere qualcosa di piccolo ma non volgare”». A sorpresa Wright le risponde: «Niente è volgare solo perché è piccolo». E i lavori iniziano. Il risultato, naturalmente più costoso e più lungo, in termini di tempi, del previsto, sarebbe stato una serie di stanze belle e funzionali («gli Willey non avevano personale di servizio e dovevano avere la possibilità di controllare»), tutte luminosissime, tutte affacciate sulla terrazza-giardino (ispirate ai ranch e nel segno di quel rapporto uomo-paesaggio tipico di Wright) e con quella «cucina a vista» che con il tempo sarebbe diventata il simbolo stesso dell’ascesa della Middle Class. E, dunque, anche di Mr & Mrs Willey.