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 2017  giugno 04 Domenica calendario

I dieci Sudamerica

Come sta il Sudamerica? Non è il paradiso, ma nemmeno la «faccia triste dell’America» di una vecchia canzone. Il mondo è cambiato e il Sudamerica non fa eccezione. Guai, perciò, a indulgere in stereotipi, esotismi, paternalismo: non è proprio il caso, non serve a capire una regione dinamica e multiforme, ora proiettata verso il futuro ora risucchiata verso il passato.
Il Sudamerica è un’area inquieta, che lungi dal muoversi all’unisono compone una variopinta tavolozza di colori sgargianti o sfumati, tutti uguali per il comune passato iberico, tutti diversi per le tante vie parallele imboccate in seguito. Una cosa è certa: non è la remota India, la misteriosa Cina. È parte del nostro mondo come noi siamo parte del suo; mondo latino, cristiano fino al midollo: assai più simile e comprensibile di tanti Paesi europei.
Di Sudamerica si torna da qualche tempo a parlare: per la tragedia venezuelana, la grave crisi brasiliana, l’agitazione che l’attraversa; anche per il Papa argentino. Ma i guai sono la schiuma sotto cui c’è un mare da esplorare. Per orientarsi tra le radiografie dei singoli Paesi è bene fissare un paio di coordinate. La prima sulla congiuntura economica: il boom dei prezzi delle materie prime è finito; con esso la più grande crescita economica da un secolo in qua. La recessione è arrivata puntuale, erodendo gli enormi progressi sociali compiuti. Ma non ovunque: quando i granai erano colmi, qualcuno è stato cicala e altri formiche, c’è chi ha costruito istituzioni solide e chi no; ora che l’economia pian piano si risolleva, la velocità della ripresa dipenderà da questi fattori.
La seconda coordinata riguarda il clima politico. L’onda rosa, la raffica di governi di sinistra che s’impose a inizio secolo, è oggi una risacca. Dove la democrazia è forte tale risacca sfocia in fisiologica alternanza, ma dove sono sorti regimi populisti, essa apre crisi traumatiche. Più che di un’oscillazione da sinistra a destra del pendolo politico è perciò bene parlare di crisi della via populista e di nuova opportunità per la democrazia liberale, la Cenerentola della storia latino-americana. In taluni Paesi trova terreno fertile, in molti altri assai meno: alcuni prossimi passaggi elettorali saranno fondamentali.
Scandali e riforme mancate In Brasile la «tempesta perfetta»
Per esplorare il Sudamerica, si parte dal Brasile. È obbligatorio. Quel che vi accade solleva ondate tutto intorno: s’è visto col caso Odebrecht, la multinazionale brasiliana che aveva corrotto quasi tutti i governi latinoamericani; e coi nefasti effetti che la recessione brasiliana sta producendo sui partner regionali.
Cos’è successo al Brasile? Perché l’astro nascente di pochi anni fa è tornato il brutto anatroccolo? I fatti sono chiari: il Paese dove l’economia cresceva al 4% e la disoccupazione era crollata, dove 30 milioni di abitanti avevano sconfitto la povertà e si riduceva la disuguaglianza, dal 2015 è precipitato nella peggiore recessione della storia; un tunnel da cui comincia appena ora a uscire.
Sul Brasile infuria la tempesta perfetta: in parte scatenata da fattori esogeni, ma assai più dalla sua classe dirigente. Diciamo che s’è seduto sugli allori: Lula da Silva e Dilma Rousseff hanno attuato importanti piani sociali e cavalcato l’onda di una congiuntura straordinaria, evitando però delicate riforme strutturali: pensioni, pubblica amministrazione, mercato del lavoro. Perché turbare i loro elettori? Così i nodi sono venuti al pettine appena il vento economico è cambiato. Il risultato? Deposta Dilma Rousseff da un discutibile impeachment, le riforme le sta attuando il suo successore, Michel Temer, senza anestesia né consenso: da ciò l’ovvia protesta sociale.
Ma ciò che più pesa sul futuro brasiliano è la crisi politica: travolto da una clamorosa catena di scandali, l’intero ceto politico è stato decapitato. Il sistema politico, già frammentato in miriadi di clientele, è screditato e alla mercé del potere giudiziario. L’abisso aperto tra gli elettori e i loro rappresentanti rivela scenari inquietanti e le elezioni presidenziali dell’ottobre 2018 paiono un miraggio troppo remoto: c’è spazio per un Trump brasiliano, anche se in Brasile il populismo è sempre stato moderato; e ce n’è per una profonda riforma della democrazia. Per tale compito, molti alludono a João Doria Jr., il sindaco di San Paolo: il physique du rôle ce l’ha.

È in frantumi il modello chavista. Il Venezuela crolla in fondo al pozzo
Se in Brasile c’è una crisi nella democrazia, il Venezuela patisce una crisi della democrazia; se il Brasile ha patito la recessione, il Venezuela è in caduta libera. I dati fanno paura: dal 2013 ha perso il 20 per cento del prodotto, sul quale pesa un buco fiscale del 25%; ha l’inflazione più alta del pianeta, che entro l’anno raggiungerà il 2000%; la moneta si è appena svalutata del 64% e la bancarotta è dietro l’angolo. Un disastro che si traduce in carenza di beni primari, collasso degli indicatori sociali, corsa al si salvi chi può. Colpa del crollo dei prezzi del petrolio, dicono i nostalgici di Hugo Chávez. Ma non regge: nessun altro produttore di greggio soffre crisi simili; e per oltre un decennio il Venezuela ha incassato somme da capogiro: che fine hanno fatto? Non sono state investite: le infrastrutture cadono a pezzi; né sono servite a differenziare la produzione: la dipendenza dal petrolio è maggiore oggi di ieri.
La verità è prosaica: un misto di dilettantismo, fanatismo ideologico, corruzione e megalomania ha portato il Venezuela in fondo al pozzo. Nemico del mercato e imbevuto di nazionalismo, dirigismo e protezionismo, il chavismo ne è responsabile; ne pagano il prezzo i ceti popolari che avevano beneficiato dell’imponente spesa pubblica, rivelatasi insostenibile. Poiché il Venezuela di Chávez e Maduro s’è eretto a modello, il suo tracollo è il tracollo di un modello, il socialismo del XXI secolo, tipico populismo latinoamericano. Il chavismo ha sempre disprezzato la democrazia liberale. Non s’è mai ritenuto un governo comune, ma una revolución, dove il suo popolo era l’unico legittimo. Nel suo nome ha soggiogato magistratura, esercito, scuola, creato milizie, imposto migliaia d’ore di comizi a reti unificate. Finché la popolarità è crollata e le opposizioni hanno stravinto le elezioni parlamentari del 2015: da allora, di far votare i venezuelani non si parla più. Il regime cerca ora di imporre l’ordine delle baionette, costato già decine di vittime; e di cambiare le regole del gioco, introducendo una costituzione corporativa ispirata al modello cubano. Non c’è pace in vista nel Venezuela.

Così la pragmatica Colombia ha smesso di essere il cugino povero
La Colombia era il cugino povero del Venezuela. Oggi le parti si sono invertite e questo la dice lunga. Nessun miracolo ha baciato la Colombia, che di problemi ne ha tanti: il sottosviluppo di vaste aree, l’iniqua distribuzione della terra, l’inclusione degli ex gruppi armati, la criminalità e la corruzione e altri ancora. Ma rispetto al recente passato, vanta passi in avanti spettacolari.
Vent’anni fa era uno dei Paesi più insicuri del globo, uno Stato fallito in mano ai cartelli della cocaina dove la guerriglia imperversava e la corruzione dilagava. Poi la Colombia ha cambiato marcia. Sul piano economico ha goduto anch’essa del boom delle materie prime di cui è ricca; ma l’ha fatto aprendosi al mondo, promuovendo gli investimenti esteri e stipulando trattati di libero commercio coi mercati emergenti del Pacifico e con gli Stati Uniti. Il risultato le ha dato finora ragione: la sua crescita economica è stata tra le più sostenute della regione ed è avvenuta nel rispetto degli equilibri fiscali. Quando perciò il prezzo dei suoi beni è crollato, la crescita ha rallentato, ma il sistema ha retto bene l’urto.
Si tratta di un modello neoliberale di sviluppo, come dicono taluni? La crescita del ceto medio, la drastica riduzione della povertà, i progressi di scuola e sanità, inducono a parlare di un ragionevole pragmatismo. La gestione di una trasformazione così impetuosa non poteva che esporre il sistema politico a forti tensioni, esplose sul passaggio più importante e delicato: il trattato di pace con le Farc, la maggiore guerriglia del Paese.
Benché esso appaia con ragione all’opinione pubblica mondiale un trionfo che apre radiosi scenari di pace, i colombiani si sono spaccati. I più conservatori, vicini all’ex presidente Uribe, bocciano le concessioni del presidente Santos agli ex guerriglieri. Le elezioni presidenziali del 2018 saranno perciò un test cruciale. La sfida che la democrazia colombiana affronta è di portata storica: da sempre elitista, deve ora adeguarsi a una società più moderna, colta ed esigente.

L’economia del Perù tiene ancora, il sistema democratico è fragile
Unito alla Colombia da un confine che in passato causò una guerra, il Perù condivide con essa molti tratti. Anch’esso ha un passato turbolento di dittature militari, terrorismo guerrigliero, repressioni sanguinarie, narcotraffico e autoritarismo civile; fenomeni, questi ultimi, che non risalgono a un remoto passato, ma ad appena vent’anni fa, alla fine della presidenza di Alberto Fujimori.
Da allora il Perù ha svoltato, imboccando la via di una frenetica crescita economica del 6% medio tra il 2005 e il 2015; crescita sospinta dagli investimenti nel settore minerario e dall’apertura al mercato globale, coronata dall’adesione alla Alianza del Pacifico insieme a Cile, Messico e Colombia e dal successivo ingresso nella comunità commerciale transpacifica.
Poiché la crescita è avvenuta nel rispetto della disciplina macroeconomica, bassa inflazione, scarso indebitamento e stabilità monetaria, il mutamento del ciclo economico ha avuto effetti negativi, ma contenuti: l’economia peruviana cresce meno, ma cresce ancora. Trattandosi di un Paese di povertà endemica, ataviche diseguaglianze e profondi squilibri tra l’area andina e quella costiera, gli effetti sociali dello sviluppo in corso saltano agli occhi: la povertà è scesa dal 45% al 19% in un decennio.
Ciò non toglie che in Perù, ancor più che in Colombia, vi sia un evidente scarto tra la grande trasformazione sociale in atto e la fragilità istituzionale del sistema democratico. Non che esso corra rischi imminenti: tra gli ultimi presidenti, pur così diversi tra loro, ha prevalso una sostanziale continuità politica. Ma oltre all’antica e sempre delicata faglia etnica tra indigeni e discendenti degli spagnoli che attraversa un Paese dal robusto retaggio precolombiano, pesa sul suo futuro lo scarso radicamento dei partiti politici, la corruzione endemica, la profonda breccia tra l’opinione pubblica e il ceto politico. Benché ciò non abbia finora impedito al Perù di navigare con sorprendente stabilità tra i flutti di una vorticosa trasformazione, il rischio dell’avventura populista è sempre in agguato.

La revolución ha logorato Correa, l’Ecuador sembra più moderato
Tanto hanno in comune Perù e Colombia, quanto ne ha l’Ecuador col Venezuela: del progetto di Hugo Chávez, nazionalista e statalista, antiliberale e antiamericano, l’Ecuador di Rafael Correa è stato allievo modello. La sua revolución s’è definita ciudadana (civica). Correa non s’è però limitato a trapiantare il modello chavista in Ecuador: troppo diversi sono i due Paesi e i due leader.
Presidente di un Paese indiano, Correa, un economista, ha agitato l’indigenismo radicale. Un po’ per questo e un po’ perché la valuta ecuadoreña è da tempo il dollaro statunitense, il che impone limiti alle avventure economiche, l’Ecuador non è precipitato nello stesso abisso del Venezuela. Toccata per anni una crescita del 4%, realizzata una cospicua riduzione della diseguaglianza grazie a ingenti investimenti sociali e tagliata la povertà dal 37% al 22%, l’Ecuador è caduto in recessione al crollo dei prezzi petroliferi, senza però affondare.
La fine delle vacche grasse e l’autoritarismo di cui Correa ha fatto sfoggio monopolizzando il potere e perseguendo i nemici politici, lo hanno col tempo logorato, ridando fiato a un’opposizione a pezzi. Perfino parte delle sue basi indigene gli ha voltato le spalle accusandolo di non rispettare l’autonomia riconosciuta loro dalla Costituzione. Correa s’è però mostrato un leader accorto e invece di forzare la mano cercando un nuovo mandato, ha deciso di non candidarsi alle elezioni presidenziali di quest’anno: medita senz’altro un ritorno trionfale al prossimo giro.
Il suo delfino, Lenin Moreno, è riuscito comunque a imporsi al ballottaggio, ma la sua maggioranza risicata, lontana anni luce da quelle ottenute in passato da Correa, fotografa un Paese lacerato e una popolarità in netto calo. Cosa accadrà quando l’opposizione vincerà? La revolución ciudadana cederà pacificamente il potere, oppure vi si avvinghierà come quella chavista? Prima o poi il problema si porrà. Intanto, i primi passi di Moreno rivelano un’inedita moderazione: è presto per dire, ma capita che la democrazia liberale riesca a normalizzare il populismo.

Prudente nel governo delle ricchezze la Bolivia soffre di autoritarismo
Insieme all’Ecuador, la Bolivia di Evo Morales, presidente dal 2006, completa l’asse su cui ha a lungo poggiato in Sudamerica il modello populista venezuelano. Come il Venezuela, dunque, anch’essa ha adottato un modello economico incentrato sullo Stato e ostile alla globalizzazione liberale e creato un regime politico insofferente verso il pluralismo e la divisione dei poteri, calpestati assiduamente.
Sorto nel Paese più povero della regione e a vasta maggioranza meticcia e indigena, il regime boliviano ha infatti evocato il riscatto storico dei popoli autoctoni per estendere il controllo su tutti i poteri dello Stato e demonizzare ogni forma di opposizione. Ricca di risorse minerarie vendute a prezzi stellari nel decennio scorso, la Bolivia ne ha profittato per fare un grande balzo in avanti. Ciò ha portato ampi consensi al presidente, la cui ascendenza aymara ha giovato assai alla sua popolarità, e modernizzato la struttura sociale del Paese. La crescita economica ha sfiorato a lungo il 5 per cento annuo e consentito una riduzione del tasso di povertà di 20 punti: dal 59 per cento al 39 per cento. Pur rallentando, la crescita non è cessata neppure quando il prezzo dei beni minerari è caduto. Ciò perché a differenza dell’alleato venezuelano, il governo boliviano ha adottato politiche economiche prudenti e razionali, accantonando parte degli enormi surplus accumulati per quando il vento fosse cambiato.
Il lungo esercizio del potere, costellato da successi ma anche da scandali causati dall’autoritarismo e dalla diffusa corruzione, unito all’ascesa di un ceto medio più folto ed esigente verso la classe politica, ha col tempo eroso la grande popolarità di Evo Morales. Ne sono prova le sconfitte elettorali subite dal suo partito nelle elezioni municipali e ancor più la bocciatura al plebiscito indetto per riformare la Costituzione e ottenere il diritto a ricandidarsi. Come in Ecuador e negli altri populismi, il problema che si porrà prima o poi in Bolivia sarà quella dell’alternanza al potere: per ora, Morales non la contempla neppure.

La «semidemocrazia» del Paraguay: il tallone d’Achille resta la politica
Come la Bolivia, il Paraguay soffre la mancanza di sbocco sul mare; com’essa è meticcio e indigeno, tra i più poveri dell’intera regione; e come il vicino Stato contro cui in passato combatté una guerra, anche il Paraguay viene da un decennio di convulsa crescita economica, trainata dall’esportazione di soia ed energia elettrica. Benché volatile, il suo tasso di crescita è stato per anni tra i più alti del Sudamerica. Grazie a questo è riuscito a ridurre la povertà dal 32 per cento al 18 per cento della popolazione, e a erodere l’atavica disuguaglianza sociale, benché povertà e disuguaglianza rimangano problemi strutturali.
Le affinità con la Bolivia finiscono però qui, poiché a differenza di essa il Paraguay ha un’economia aperta e votata al mercato, né appartiene al fronte bolivariano guidato dal Venezuela. In realtà, vi si avvicinò quando, nel 2008, fu eletto presidente Fernando Lugo, un ex vescovo cattolico, deposto quattro anni dopo dal Congresso. Da allora, in Paraguay regna il partito Colorado, che ne ha dominato la storia politica e da cui proviene il presidente Horacio Cartes.
Proprio nella politica sta il tallone d’Achille del Paraguay, Paese di democrazia giovane e acerba. Tra i sistemi democratici del Sudamerica, quello paraguayano è tra i meno efficienti a causa del retaggio autoritario, della corruzione pervasiva, della scarsa diffusione di una cultura della legalità e del pluralismo. Non a torto si è talvolta parlato di democrazia a bassa intensità, o democrazia delegativa, data l’enorme concentrazione di poteri nelle mani del presidente e la debolezza di contrappesi istituzionali e sociali.
Nonostante ciò, anche in Paraguay si notano gli effetti di una maggiore consuetudine con la vita democratica e della crescita di una società civile più autonoma e istruita. A ciò si deve la forte resistenza, sfociata anche in eccessi violenti, contro il tentativo del presidente in carica di correre per la rielezione in seguito a una riforma costituzionale ad hoc: alla fine, Cartes ha dovuto fare marcia indietro.

Il Cile è sviluppato, eppure in crisi È cominciato il dopo-dopo Pinochet
Se invece che in Paraguay, dalla Bolivia si passa in Cile, si attraverserà il confine più netto del Sudamerica. Non solo perché la Bolivia reclama l’accesso al Pacifico che perse in una guerra del XIX secolo, ma perché divide il Paese più povero dal più ricco della regione, un’economia dirigista da una delle economie più aperte al mondo, un regime populista da una solida democrazia liberale. Ma non è sempre stato così.
Se il Cile è così, si deve a un trentennio di robusta crescita basata sull’integrazione all’economia globale, a una fitta rete di trattati di libero commercio, alla sicurezza giuridica e alla stabilità politica garantite agli investimenti privati da uno Stato efficiente, da un sistema politico democratico assai meno corrotto di altri. Grazie a ciò, il reddito pro capite cileno è oggi equivalente a quello di un Paese europeo a reddito medio, il tasso di povertà è sceso all’8% e il sistema produttivo si è differenziato al punto da alleviare la storica dipendenza dal rame.
Eppure il Cile è in crisi; una crisi tipica di un Paese sviluppato. Crisi di aspettative crescenti, di apatia politica, di reazione agli effetti secondari della turbinosa trasformazione avvenuta: concentrazione della ricchezza, eccessiva disuguaglianza, pervasività del mercato, problemi ambientali. Tale crisi rende incerto lo scenario politico in vista delle presidenziali del 2018. La coalizione di centrosinistra che ha quasi sempre guidato il Cile dalla fine della dittatura di Pinochet a oggi è giunta al capolinea, complice l’insuccesso del secondo mandato della socialista Michelle Bachelet. Vi sono indizi che potrebbe giovarsene la destra liberale, o una nuova leadership riformista; ma anche della crescita di un fronte più radicale, ostile alla globalizzazione in cui il Cile è immerso.
Il maggior rischio del Cile è che, assuefatto ai progressi realizzati, finisca per gettare insieme all’acqua sporca di ciò che nel suo modello non funziona, il bambino di cui farebbe bene ad andare fiero. Data la sua tradizione democratica, tuttavia, è un esito improbabile.

Istruzione e forte ceto medio. Il futuro dell’Uruguay è al sicuro
Se c’è un Paese affine al Cile, quello è l’Uruguay. Ad accomunarli è innanzitutto una lunga tradizione democratica, interrotta soltanto dalla violenza politica e dalle dittature degli anni Settanta del XX secolo.
A tale tradizione si devono il radicamento delle libertà individuali, la diffusione della cultura della legalità che limita la piaga della corruzione, il rispetto della separazione dei poteri e del pluralismo, ma anche la presenza di uno Stato solido e rispettato, di cui nessun regime o partito può impadronirsi. Il populismo, in tal senso, è quanto di più estraneo vi sia alla cultura politica uruguayana, tanto che anche le correnti che vi hanno più simpatizzato, come quella dell’ex presidente José Mujica, non si sono sognate di impiantarlo nel loro Paese. A questo proposito, più che l’elezione di un ex guerrigliero alla guida del Paese, a colpire l’opinione pubblica mondiale avrebbe dovuto essere la straordinaria forza delle democrazia uruguayana, capace di trasformare un cultore della via armata in presidente costituzionale. Il sistema politico dell’Uruguay, insomma, è garanzia di stabilità e anche quando finirà la lunga stagione egemonica del Frente Amplio delle sinistre, non c’è motivo di temere sul futuro dei suoi principi cardine.
Ma ad avvicinare l’Uruguay al Cile sono anche il buon tenore di vita e il drastico abbattimento della povertà. Anzi, l’Uruguay vanta una distribuzione più egualitaria della ricchezza e un ceto medio numeroso e ben istruito, frutto di un’antica tradizione di riformismo sociale. Tali tratti si sono col tempo erosi in parte, a mano a mano che diminuiva il dinamismo economico del Paese. Ma non si può dire siano cosa del passato.
Oggi, trattandosi di un Paese piccolo incastonato tra due giganti che si gioverebbe di un’economia più aperta e ha perciò patito le restrizioni imposte dall’appartenenza al Mercosur insieme ai grandi vicini, l’apertura economica che si fa strada in Brasile e Argentina potrebbe dargli nuova linfa.

Macri paga per gli errori dei peronisti ma ha riaperto l’Argentina al mondo
È giusto che un viaggio cominciato in Brasile si concluda in Argentina. Proprio in questo Paese s’è infatti avvertito il primo sintomo del nuovo ciclo che oggi investe anche il Brasile: ciclo economico, dato che anche l’Argentina aveva beneficiato del boom delle materie prime, specie della soia, salvo precipitare nella recessione quando i prezzi sono caduti; e ciclo politico, visto che in Argentina s’è prodotta a sorpresa nel 2015 la prima sconfitta di un governo populista, quello di Cristina Kirchner, eletta appena quattro anni prima col 54 per cento dei voti.
Il tracollo economico del kirchnerismo ha tratti simili a quello assai più grave che oggi sconvolge il Venezuela, dal quale l’Argentina s’è salvata appena in tempo. È figlio cioè di un’esplosiva miscela di protezionismo commerciale, ostilità ideologica verso il mercato, spesa pubblica e inflazione fuori controllo, sovvenzioni pubbliche a pioggia e insostenibili. Tutto per di più corredato dalla sistematica manipolazione dei dati statistici. Il tracollo politico, invece, è dovuto sia all’ascesa di una nuova leadership capace di interpretare la diffusa reazione democratica all’occupazione governativa delle istituzioni repubblicane, sia alle divisioni nel partito peronista, per molte delle cui anime il kirchnerismo rimaneva un’appendice estranea.
I primi passi del governo di Mauricio Macri sono stati assai prudenti: per la pesante eredità ricevuta, per lo straordinario potere di veto da sempre esercitato dal peronismo sui governi non peronisti, per la necessità di tenere unita una coalizione farraginosa, priva di maggioranza parlamentare. A oltre un anno dal suo insediamento i risultati ottenuti, in termini di ripresa economica e miglioramento degli indicatori sociali, rimangono inferiori alle aspettative. Questo grava come una minaccia sulle elezioni legislative dell’ottobre prossimo, un test chiave e dall’esito incerto per il governo. A Macri, tuttavia, va l’enorme merito di avere riaperto l’Argentina al mondo e il mondo all’Argentina, sottraendo il suo Paese alla gabbia autarchica in cui si era reclusa.