La Lettura, 4 giugno 2017
I Simpson sono come la Gioconda. Intervista a David Silverman
«Per me è difficile immaginare un mondo senza Bugs Bunny. Adesso però anche i Simpson sono una parte importante, iconica, della nostra cultura, dell’umanità. Come la Gioconda».
Ride mentre dice queste cose David Silverman, animatore e regista della celebre serie animata creata da Matt Groening. Ospite della prima edizione del BergamoToons nella seconda metà di giugno, Silverman terrà una lectio magistralis su quel particolare fenomeno che sono Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie. E cioè «anime disegnate» capaci di incidere sulla cultura e sulla realtà. Nati come corti animati nel 1987 all’interno del The Tracey Ullman Show, diventano una serie da prima serata nel 1989: anche per l’animazione, e non solo per i telefilm, è arrivata la «Golden Age». Un salto di qualità eccezionale per un cartoon che si vuole anche per adulti. Da allora il successo continua in tutto il mondo.
Ogni episodio comincia da un particolare spesso insignificante e sviluppa una storia complessa, dalle molte letture, progressivamente sempre più surreale. A questo si aggiunge un uso costante e vorticoso di citazioni, omaggi, parodie di libri, film, programmi, personaggi. Creando un mondo articolato e immerso nei media come il nostro, I Simpson ci ricordano che tutto è rappresentazione, riproduzione, citazione e quindi, anche, distorsione. Usano il nostro immaginario per ribaltarlo comicamente. Ormai però ne sono anche parte integrante. Come la Gioconda appunto.
Ma come sono riusciti a conquistarci?
«I Simpson parlano a tutti in maniera universale, raccontano le nostre esperienze di vita, ormai globali. Indipendentemente dai confini, l’intrattenimento, la tecnologia, il consumismo ci hanno resi più o meno tutti uguali: comprendiamo e padroneggiamo una stessa cultura. Abbiamo differenti culture nazionali, ma il modo in cui viviamo è sempre più simile. I Simpson hanno forse fatto da collante: stiamo tutti vivendo nello stesso mondo nonsense. E penso che l’unico modo per sopportarlo sia con una risata!».
Questa capacità di connessione con la realtà «nonsense» è forse legata al linguaggio stesso dell’animazione?
«L’animazione ha delle possibilità in più. “Al di là” di Homer non c’è un attore. È Homer in quanto Homer. Ci sono attori che gli prestano la voce, ma non pensi a lui come un attore. Homer è pura creazione. I personaggi animati esistono solo nella nostra immaginazione e sullo schermo. Da un lato paiono “reali”, dall’altro non lo sono, possono permettersi cose assurde. Allo stesso tempo però reagiscono a fatti reali di cui noi abbiamo esperienza. E che vediamo attraverso i loro occhi con un significato diverso».
Secondo alcuni avete anche anticipato un altro evento «nonsense», la presidenza di Donald Trump...
«Ah questo lo devo spiegare! In realtà facemmo solo un accenno nell’episodio Bart al futuro, nel quale Lisa è presidente. È lei a far riferimento in una battuta “all’ex presidente Trump”. Ma molti si dimenticano che nel 2000, quando quella puntata fu prodotta, Trump prese parte alla campagna per diventare presidente (per il Reform Party, fondato nel 1995 da Ross Perot, ndr ). Quella non era tanto una previsione, era una facile gag. Più tardi Trump è diventato un personaggio più forte grazie all’esplosione della reality tv. È il nostro primo presidente nell’epoca dei reality. Ma allora, quando si è candidato con un partito “terzo”, né repubblicano né democratico, non aveva chance. All’epoca non era repubblicano, anzi aveva tendenze più liberali, però poi ha pensato gli convenisse tentare con i conservatori. Per concludere, questa storia della “profezia” è stata del tutto esagerata».
Si parla spesso dei «Simpson» come «trasgressivi», una scelta voluta?
«Non è mai stato intenzionale. Cerchiamo ciò che è divertente. È il nostro criterio. Non abbiamo un’agenda. Talvolta ci focalizziamo su un tema, e qualcuno dice perché è d’attualità. In realtà perché è universale. Abbiamo fatto una puntata sull’immigrazione ben vent’anni fa, ed è ancora un tema caldo. In altri casi scartiamo temi d’attualità se non possiamo trarne una storia comica. Una buona storia, i personaggi e la comicità ci guidano».
La serie ha anche cambiato lo stile visivo del cartoon televisivo...
«Oh sì, è stato divertente. Subivo l’influenza dei disegni animati che ammiravo, come i cortometraggi della Warner Bros, quelli di Chuck Jones... uno dei miei animatori favoriti è Bruno Bozzetto. Ho usato tutte queste influenze. Dato il materiale di partenza, non poteva venire fuori nulla di differente. Ma mentre stai lavorando, non cerchi di essere differente, semplicemente lo sei».
Il creatore dei «Simpson», Groening, ha definito la sua creatura «un’allucinazione». Un anno dopo, nel 1990, uscì «Twin Peaks», altra «allucinazione» che cambiò per sempre la tv...
«Una curiosità: quando abbiamo realizzato il sound mix dei Simpson in una casa di produzione a Hollywood, nella porta vicina c’erano quelli di Twin Peaks ! Sì, i due show davvero cambiarono il modo di fare tv, il modo di approcciarsi alla commedia e al drama».
«I Simpson» sono ancora in onda, «Twin Peaks» è tornato. È cambiato qualcosa nel modo in cui i due show raccontano l’America di oggi?
«Ho pensato la stessa cosa in questi giorni. Ho visto i poster a Los Angeles – come quelli che vedete voi in Italia – sul ritorno di Twin Peaks, e mi sono detto: “Wow! Siamo ancora in onda, Twin Peaks sta tornando...”. E dunque... niente è cambiato! ( ride ). Siamo andati avanti su alcuni aspetti, su alcuni non ci sono stati cambiamenti ma su altri siamo regrediti ( ride di nuovo ). E per quanto riguarda il mio Paese mi riferisco al governo attuale. È davvero curioso: sono nato e cresciuto negli Usa degli anni Sessanta, così progressisti. Ho sempre visto nel mio Paese una continua tensione verso il progresso, più diritti e più libertà. E ho paura che con questo governo ci sarà una regressione».
Viviamo forse in un’epoca ormai più «simpsonesca» dei «Simpson» stessi. La realtà vi ha superati...
«È vero, ma quello che dico sempre è che noi traiamo beneficio della stupidità umana ( ride ). Non abbiamo esaurito la stupidità, quindi non abbiamo esaurito le idee!».