La Lettura, 4 giugno 2017
Suoni pubblici, note private. La musica degli antichi
L’antichità era piena di musica. Suono e canto erano ovunque, sulle scene dei teatri, in guerra, negli sfarzi del potere e del lusso come nell’intimità della vita domestica. Canti, suoni, squilli guidavano le battaglie, scandivano il lavoro agricolo, esaltavano i trionfi e le parate, allietavano simposi e banchetti. Le liburne, le navi di Caligola a dieci ordini di rematori, erano tutte un risuonare di voci e concerti, «inter choros ac symphonias» racconta Svetonio, criticando l’eccesso; ben oltre Nerone, l’imperatore Carino, nel III secolo, è famoso per aver organizzato un concerto con seicento trombettisti, trecento diversi suonatori e mille pantomimi, narra Flavio Vopisco. E quanta musica non produce Trimalcione, nella sua terribile cena da parvenu, dove persino il cuoco deve tagliare la carne a ritmo, in un bailamme che ricorda i gladiatori nell’arena, accompagnati dall’organo. E invece: con quanta dolcezza Plinio il Giovane loda l’abilità della moglie nel suonare la cetra, «istruita solo dall’amore, il migliore dei maestri». E Mecenate? Insonne, teneva un gruppo di musici a suonare per lui, nella notte, in lontananza.
Quanta musica doveva esserci nell’antichità. E che disperazione, per noi moderni, non poterla ascoltare. Non ci è rimasto quasi nulla, a parte le testimonianze figurative e gli strumenti. Perciò molto preziosa sarà la nuova mostra Musiques! Échos de l’Antiquité («Musiche! Echi dell’antichità») in programma dal prossimo 13 settembre al Louvre di Lens. Una vasta rassegna che fa il punto sull’intera vita musicale dell’antichità egizia, del Vicino Oriente, greca e romana.
«È un’esposizione ambiziosa, con moltissimi reperti a coprire un arco temporale di oltre tremila anni e quattro diverse civiltà, in uno spazio che si estende dall’Iran all’antica Gallia – spiega a “la Lettura” una delle curatrici, Violaine Jeammet, conservateur en chef del Louvre per la parte greco-romana-etrusca —; ed è al contempo un’esposizione dai tratti paradossali: riguarda un soggetto che tutti apparentemente conoscono, la musica, mentre nessuno in realtà può conoscere questa musica». Di cui ci è giunto pochissimo. Il percorso, in sedici sezioni, che l’Atelier «AtoY» ha progettato per sequenze circolari, chiamate «tamburi», prende le mosse da ciò che noi moderni «conosciamo», anche erroneamente, della musica più antica: l’immaginario che ci è stato trasmesso dalla pittura e dalla letteratura del tardo Ottocento, magari con distorsioni esotiche o oleografiche (dipinti come Il risveglio di Psiche di Adolphe Weber, le illustrazioni di Georges-Antoine Rochegrosse per Salammbô di Flaubert); da opere liriche come Aida; e poi dal cinema, dai kolossal hollywoodiani come Quo vadis, su su fino ad Asterix. «A confronto, dopo quelli dell’immaginario cinematografico, ecco i veri strumenti tratti dai siti archeologici – continua Jeammet —. Ci saranno postazioni in cui il visitatore potrà ascoltare il suono di alcuni di questi strumenti, i sistri, i cimbali, le trombe. Solo suoni, però, nessuna “composizione” musicale: troppo discordi sono oggi gli studiosi sull’esatto modo di restituire le notazioni antiche. Alcuni reperti sono stati digitalizzati dall’Ircam, l’Istituto di ricerca acustico-musicale fondato da Pierre Boulez: sono stati elaborati dei modelli acustici per capire come gli strumenti venissero fabbricati e suonati. Spicca in questo lo studio sui grandi cornua, le trombe in arrivo dal Museo Archeologico di Napoli, lunghe più di tre metri, usate in battaglia, raffigurate anche sulla Colonna Traiana».
Con la riscoperta della «verità» archeologica (dalle spedizioni di Bonaparte a Lord Elgin, fino agli scavi più recenti) si entra quindi nella «vita quotidiana» della musica, al crocevia tra religione e potere. «Dalla Mesopotamia all’antica Roma – spiega Jeammet – gli dei stessi erano legati alla musica: dal demiurgo sumero Enki all’egizia Hathor, venerata come dea della musica e della danza. Ermes costruisce la lira, Atena l’ aulòs», strumento ad ancia simile al nostro oboe. Aulòs, e poi tibiae, lire, arpe, tamburi, cimbali, in arrivo anche dall’Egitto, si accompagnano qui a inni seleucidi alla dea Ishtar incisi su tavolette d’argilla, rilievi in marmo greci e romani; a un papiro egizio che illustra la «Fondazione d’un tempio al suono dei tamburi»; e a una selezione di pittura vascolare, «Apollo citaredo» su un’anfora attica a figure nere, «Dioniso con satiri» su uno skyphos attico a figure nere del VI secolo a. C. come su una coppa attica a figure rosse del V.
«In Oriente, in Egitto e poi a Roma, il suono era anche parte del potere e segno di autorità – prosegue Jeammet —; mentre in Grecia la musica era piuttosto parte della formazione culturale del cittadino, della paideia, e insieme legata alla competizione ginnica e teatrale. Il “potere” dei suoni riguarda anche la seduzione, con i miti di Orfeo che placa le Furie infernali e di Ulisse che resiste al canto delle Sirene».
Ecco infatti la «Morte di Orfeo» su uno stamnos (vaso globulare basso e largo) greco del V secolo, suonatrici egizie di arpa (strumento dalle forme sensuali quando non chiaramente erotiche) o di liuto su coppe, cuoio, perfino su un cucchiaio di legno. «Come parte della vita quotidiana, vi era musica per proteggere e per guarire; musica per i riti di passaggio, la nascita, il matrimonio, la morte. La mostra tocca quindi la “pratica” del fare musica, i suoi professionisti, il modo di fabbricare e suonare gli strumenti. Infine, un giro del Mediterraneo – conclude madame Jeammet – mostra come, nella diversità delle civiltà, musica, musicisti e strumenti musicali circolassero tra Oriente e Occidente». La musica era un lavoro, se non più quotato forse meglio retribuito che ai nostri giorni: viene in mente l’epigramma (V, 56) in cui Marziale, nel consigliare a un amico la carriera più proficua per il figlio, gli suggerisce: «Fac discat citharoedus aut choraules», fa’ che impari a suonare la cetra o l’aulòs!
In effetti, tutta un’economia sembra affiorare dai reperti di queste ultime sezioni, immagini di citaredi e danzatrici, timpaniste flessuose, tra rilievi babilonesi e delicati acquerelli egizi; un rarissimo «spartito», un papiro del Louvre, frammento di notazione musicale per la Medea di Carcino di Agrigento (IV secolo a. C.); poi la scena di concerto e la lezione di musica, celebri pitture di Ercolano, altri prestiti da Napoli. Questi ultimi, due dei pezzi imperdibili della rassegna, in ambito greco-romano, secondo Jeammet, insieme al citaredo raffigurato in assolo su un’anfora attica del Pittore di Berlino e al citato cornu bronzeo di Pompei.
Per valore e significato si allineano agli imperdibili che altri due curatori consigliano in anteprima ai nostri lettori: per le antichità orientali, Ariane Thomas suggerisce la «Stele della musica» (2140-2110 a. C.) ritrovata a Tello in Iraq, e le due fini arpiste, raffigurate l’una su un frammento di terracotta in arrivo da Eshnunna (2000-1800 a. C.), l’altra su un mosaico iraniano (241-272 a. C.) da Bishapur.
Per la parte egizia, Hélène Guichard raccomanda l’arpa angolare in pino marittimo, sicomoro e cedro del X-VIII secolo a. C., dall’eccezionale stato di conservazione; e la toccante stele della XXII dinastia (circa 945-715 a. C.), che raffigura Djedkhonsouioufânkh «cantore di Amon, signore delle Due terre» mentre suona l’arpa al cospetto del dio Rê-Horakhti. Il defunto non si limita qui a pregare o a tendere le braccia, ma dedica al dio-sole dalla testa di falco tutta la sua arte: un inno di adorazione, canto e suono. Musica come tributo e viatico per l’aldilà. Cosa non daremmo per poterla ascoltare.