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 2017  giugno 04 Domenica calendario

L’esule Shirin Neshat: ditemi, dov’è casa vostra?

Shirin Neshat è un caso esemplare. Alle pareti della Sala delle Quattro Porte del Museo Correr di Venezia – come in una quadreria – si trovano le parti di un polittico: The Home of My Eyes (2015). Ritratti che si stagliano con solennità: soggetti di diverse età ed etnie, che indossano gli stessi abiti e assumono pose simili, ripresi da vicino, frontalmente, su sfondi bui. Le medesime atmosfere ritornano in Roja (2016): un video poco lineare, di matrice surrealista, che ci fa entrare nei ricordi e nei sogni di una donna iraniana.
Si tratta di due capitoli che rivelano la coerenza della poetica elaborata con ostinazione da questa artista iraniana trapiantata negli Stati Uniti dal 1974. Che si propone sempre di coniugare realismo e minimalismo. La necessità di documentare e la volontà di raffreddare le emozioni; il desiderio di testimoniare vicende e l’intenzione di purificare ogni tentazione cronachistica. Audacia, dolore, feroce innocenza. E, insieme, rigore formale. Partecipazione affettiva. E, al tempo stesso, bisogno di distanziarsi dall’attualità. In questa ambiguità è lo status proprio di chi è condannato all’esilio.
Prendiamo il processo che sta dietro The Home of My Eyes. Si tratta di un lirico omaggio all’Azerbaigian. Per conoscere questa terra, l’artista ne ha ascoltato le voci. Ha avviato lunghe conversazioni con quelli che sarebbero diventati i suoi «attori», i quali le hanno affidato confessioni sui concetti di identità, di appartenenza, di «casa». Insieme con i versi del poeta iraniano del XII secolo Nizami Ganjavi, tali parole sono state, poi, incise su stampe fotografiche (su gelatina d’argento). L’esito: ritratti austeri e ieratici, velati da grafie arcuate e sinuose, simili a tatuaggi o a decalcomanie. Un’iconografia sacra, densa di richiami alla pittura religiosa: evidenti soprattutto i riferimenti alla retorica dei gesti che ritroviamo nei quadri di El Greco. La medesima drammatizzazione caratterizza Roja, la cui narrazione è scandita in due momenti: da una parte, un uomo che canta fino a commuoversi; dall’altra parte, una donna – alter ego dell’artista – che, inquieta, si smarrisce nel silenzio di un pietroso paesaggio. Un piccolo film struggente, sottolineato da netti contrasti cromatici e acustici. Che ci parla ancora di una patria abbandonata. Di ferite. Di repressioni. E di tabù. E lo fa attraverso sequenze splendide, senza tempo.
Nel suo lavoro, decisivo è l’incontro con il reale. Come suggerisce «The Home of My Eyes».
«L’Azerbaigian ha un posto centrale nel mio cuore: una volta era parte dell’Iran. Inoltre, le radici di mia madre risalgono a Baku. Nel 2015, dopo diverse visite proprio a Baku, decisi di concentrarmi sul concetto di “casa”. Un tema delicato per me, che non vivo nel mio Paese da tanti anni; e fondamentale per l’Azerbaigian, crocevia di etnie, religioni, lingue. Iniziai a fare provini a cittadini russi, turchi, persiani, armeni, di diverse età e sesso. Li intervistai, chiedendo loro di esprimere in poche parole la propria idea di “casa”. In seguito, trascrissi le risposte in farsi sui loro corpi».
«The Home of My Eyes» svela segrete assonanze storico-artistiche.
«Ho osservato ossessivamente la gestualità delle mani nei dipinti di El Greco, che è tragica e esagerata. Ed è stata una coincidenza magica che mi sia trovata a esporre al Correr in lontano dialogo con i dipinti religiosi qui conservati».
«The Home of My Eyes» ferma volti contemporanei, cui attribuisce la fermezza delle icone classiche.
«Voglio creare immagini senza tempo. La fotocamera riesce a trasformare una persona ordinaria in un’icona classica. In questa serie, ho scelto abiti neri, illuminazioni drammatiche; e ho chiesto ai miei personaggi di seguire le mie indicazioni con il linguaggio del corpo. Pur stilizzato, il risultato è naturale».
Le facce dei suoi eroi minori evocano anche tante storie individuali: ogni suo volto parla di un’anima. La fotografia come strumento di investigazione psicologica.
«La fotocamera può catturare verità emotive profonde. Sono attratta dallo sguardo umano e dalle semplici posture del corpo, che dicono vulnerabilità, paure, ansie, ma anche grazia e dignità. In The Home of My Eyes, i soggetti sono cittadini di ceto medio-basso. La maggior parte di essi non si era mai messa in posa davanti a una fotocamera. Cominciai a fare domande sulle loro vite. Si sentirono subito a proprio agio. The Home of My Eyes, perciò, è quasi un documentario, i cui protagonisti interpretano se stessi».
L’altra opera presentata a Venezia è «Roja», una sinfonia sul potere del Tempo.
«Fa parte della trilogia intitolata Dreamers, ispirata da autori surrealisti come Man Ray, Jean Cocteau, Maya Deren e Buñuel. Ogni video segue la logica dei sogni. Al centro, sempre una sola donna. Sono ritornata alla “povertà” dei miei primi lavori. Dal punto di vista contenutistico, ho inserito il mio personaggio iraniano nel paesaggio americano. Roja allude così alla mia condizione di iraniana che vive in esilio non essendo accolta favorevolmente né dalla sua cultura d’adozione né da quella d’origine; scissa tra la complessità dell’universo americano in cui abita, ma da cui si sente ancora alienata, e la sua casa lontana».
«Roja» conferma la sua attrazione per le immagini in movimento. Che l’ha portata, negli anni, a dirigere video e un lungometraggio («Donne senza uomini»). Un percorso che la accomuna a Schnabel e a McQueen. Cosa l’ha spinta ad andare oltre la fotografia?
«La fotografia cattura un singolo momento. Il cinema racconta ed è fruibile dal grande pubblico, al di fuori di musei e gallerie».
Che differenza c’è tra un film destinato al circuito dei cinema e un film fatto per un museo?
«La forza di un artista consiste nell’esprimere le idee attraverso la forza delle immagini, al di là delle parole. Non mi considero una regista convenzionale: il mio modo di filmare è concettuale e allegorico».
Tra i registi che l’hanno maggiormente influenzata, c’è un filosofo del cinema come Kiarostami.
«Kiarostami ha dato lezioni di semplicità e umiltà, ma anche di poesia e profondità. Ancora oggi il mio cuore soffre quando ricordo che non c’è più. È una figura leggendaria: un tesoro per l’Iran e per il mondo. Considero i suoi film il più alto traguardo nella storia del cinema».
A differenza della fotografia, il cinema si offre come geografia aperta, all’interno della quale pratiche diverse confluiscono. Ogni cineasta, amava ripetere Orson Welles, si trova a lavorare con un esercito.
«Nella produzione cinematografica sono coinvolta in ogni aspetto. Collaboro con tanti esperti, che mi aiutano a ottenere i risultati migliori. Per fare un lungometraggio, ho bisogno di molti anni: riscritture di copioni, sopralluoghi, casting. Poi, quando il film è girato, servono mesi per il montaggio e per la postproduzione. Fare un film è un test di resistenza, che esige un impegno straordinario a livello di tempo e di energia».
Ci parla del nuovo lungometraggio?
«Sì. Ha richiesto sei anni di preparazione. Del resto, il mio lavoro si fonda sempre su lunghe ricognizioni storiche. Il titolo provvisorio è Looking for Oum Kulthum. Racconta di una regista iraniana che vive in esilio e del suo tentativo di fare un biopic sulla cantante egiziana Oum Kulthum, morta nel 1975. È un film dentro il film, che esplora la vita di una leggendaria artista musulmana, oscillando tra realismo e surrealismo, tra stati fantastici e slanci onirici».
In «Looking for Oum Kulthum» riaffiorerà la tensione civile da sempre sottesa alla sua ricerca. Crede che l’arte possa avere oggi di nuovo un ruolo politico?
«Può averlo. Ma gli artisti non devono mai sostenere programmi di partiti. Devono comunicare con fluidità i loro pensieri».
Come giudica l’affermarsi dell’arte impegnata nelle ultime edizione delle Biennali e di Documenta?
«Mentre il nostro pianeta sta facendo i conti con grandi disastri sociali e umani, una parte del mondo dell’arte sta maturando la consapevolezza di non poter rimanere neutrale e distante dalla società. Certo, esiste chi come Hirst opera al di fuori della realtà. Ma ci sono anche tanti artisti che rispondono alle sollecitazioni del presente. C’è, però, il rischio di banalizzare le questioni su cui questi artisti vogliono attirare l’attenzione».
L’altro rischio è l’estetizzazione del male. La sua sfida, invece, consiste nell’accostare testimonianza ed esattezza.
«La mia pratica è paradossale: voglio dar voce a sentimenti di inquietudine, dolore e melanconia, creando però composizioni visive perfette».
Sullo sfondo – un’eco di fondo – c’è sempre l’Iran. Che lei ha lasciato per rifugiarsi negli Stati Uniti. In fondo, il suo resta sempre lo sguardo nostalgico di un’esule.
«Da qualche anno non ho più il desiderio di rivolgermi alla società iraniana. Adesso voglio esprimere l’esperienza di un’iraniana che vede il mondo».
Come le appare oggi il suo Paese?
«Non vado più in Iran, ma da quando Rouhani è al potere si è avuto un cambiamento positivo. Il mio Paese è diventato più moderato e tollerante. Anche la condizione delle donne sta cambiando».
Come giudica le recenti elezioni in Iran?
«La maggior parte delle persone che conosco ha sostenuto Rouhani: un riformista, che vuole trovare un equilibrio tra religione e democrazia».
Ricorda il film «Viaggio a Kandahar», storia di una donna in esilio che riesce a rientrare in Iran? Vorrebbe tornare in Iran per raccontare come è cambiato il suo Paese?
«Non voglio tornare in Iran per fare arte, ma solo per visitare la mia famiglia e i miei amici. Sono nomade, e il mio lavoro parla della mia condizione di nomade».
L’appuntamento
Shirin Neshat. The Home of My Eyes, a cura di Thomas Kellein, Venezia, Museo Correr, fino al 24 novembre (Info Tel 041 24 05 211; correr.visitmuve.it), catalogo Walter König (pp. 224, e 19,90). La mostra (realizzata con il supporto di The Written Art Foundation, Frankfurt am Main) propone un ciclo di 55 fotografie ideate e realizzate dall’artista dal 2014 al 2015 e mai esposte in Europa Il personaggio Shirin Neshat (sotto) è nata a Qazvin, Iran, il 26 marzo 1957 da una famiglia di educazione occidentale. Nel 1975 lascia I’Iran per studiare pittura alla University of California di Berkeley. Nei 13 anni successivi non può tornare in patria a causa, prima, della rivoluzione (1979), che depone il governo filoamericano per instaurare quello islamico e fondamentalista dell’ayatollah Khomeini, poi della guerra tra Iran e Iraq (1980-1988). Torna in Iran nel 1990 e inizia adescrivere con i suoi lavori la realtà del dopo- rivoluzione. A cominciare dal primo (celebre) ciclo di fotografie in bianco e nero, dal titolo Women of Allah (1993-97), in cui I’artista si mostra coperta da un velo e con le parti del corpo (mani, piedi e braccia) che la legge islamica accetta nude, coperte di citazioni in farsi da poetesse. Molti anche i video e i lungometraggi da lei realizzati. Tra questi: Shadow under the Web (1997), Turbulent (1998), Soliloquy (1999) che affrontano temi come la sottomissione, il terrorismo, la violenza Le immagini Da sinistra, tre particolari di tre opere (per evidenziare i dettagli della scrittura su mani e volti) di Shirin Neshat (qui sopra nella foto), tutte tratte dalla serie del 2015 The Home of My Eyes: Kanan, Anna, Gizbasti e, qui a sinistra, Nazakat. Tutte le opere sono stampe su gelatina d’argento e inchiostro e misurano 152,4x101,6 centimetri (courtesy Written Art Foundation, Frankfurt am Main, Germania). Nelle foto piccole i particolari di tre opere di El Greco: San Francesco in preghiera davanti al crocifisso (1578-1596), Il cavaliere con la mano sul petto (1580), San Pietro in lacrime (1605)