La Lettura, 4 giugno 2017
Cultura e/o società La sfida delle riviste infiamma il ’900
La storia delle riviste italiane offre la possibilità di osservare la cultura del Novecento nel suo farsi, illustrando le tendenze e le novità, ma anche le relazioni umane tra gli intellettuali. Due libri appena usciti si soffermano su altrettante imprese-chiave del secolo scorso: «il menabò di letteratura» e «Quaderni piacentini». Da una parte Elio Vittorini e Italo Calvino, dall’altra Piergiorgio Bellocchio, Grazia Cherchi e Goffredo Fofi. Due modi molto diversi di pensare la cultura in rapporto alla società e alla politica in anni caldissimi, tra boom economico, movimenti studenteschi e terrorismo, come i Sessanta e i Settanta.
«Il menabò», che viene indagato da Silvia Cavalli attraverso i materiali d’archivio, nasce nel 1959 – con l’obiettivo (per la verità poi disatteso) di un’educazione alla lettura anche per gli «sprovveduti» – assumendosi l’eredità della collana einaudiano-vittoriniana dei «Gettoni» (1951-1958), economicamente non più sostenibile. Con fondamentali costanti: la scoperta di giovani scrittori, la commistione dei linguaggi e dei campi del sapere, lo sguardo alle novità e alle sperimentazioni del presente. È lo stesso Vittorini a chiedere al sodale einaudiano Calvino di impegnarsi con lui per un lavoro «a quattro mani» e a doppia firma. L’impianto della rivista, che fino al 1967 pubblicherà dieci fascicoli, prevede l’accostamento di saggi critici a brani letterari nella forma del laboratorio in corso (da cui il titolo «menabò»). Sarà una «formula editoriale nuova» (la definizione è di Raffaele Crovi, braccio operativo di Vittorini) che coniughi sensibilità al nuovo e coerenza politico-culturale.
Le linee programmatiche della rivista, come segnala Cavalli, sono tre: la narrativa meridionale, i racconti documentari e testimoniali sul dopoguerra, la letteratura segnata dal «mistilinguismo» italiano-dialetto. Su queste premesse, dal quinto numero in avanti, si arriverà alle aperture, specialmente vittoriniane, verso la neoavanguardia, accogliendo non solo i vari esponenti del Gruppo 63, ma anche altre coraggiose esperienze solitarie come quella di Stefano D’Arrigo. Sul versante «mistilinguismo» il nome attorno al quale si accende una piccola disputa tra i due direttori è quello di Lucio Mastronardi: Il calzolaio di Vigevano, con cui si aprirà il primo numero, è un terreno di dibattito testuale sul finale del racconto, troppo lungo per Calvino, mentre Vittorini, preoccupato per eventuali querele, si pone il dubbio se nominare o no la città di Vigevano. Ma l’atteggiamento decisamente invasivo dei due editor si nota subito a proposito di Pace a El Alamein, il racconto documentario di Giuliano Palladino. «Bisogna convincerlo a togliere più che può l’estetismo, la metafisica, il misticismo», scrive Calvino, «e più aggettivi toglie, meglio è». Il lavoro di revisione comporta non solo correzioni ma sostituzioni di intere pagine. Saranno portati alla luce via via Roversi e Pagliarani, D’Arrigo, Ottieri, Giudici, che scriveranno nel famoso numero 4, dedicato all’industria, dove compare anche Una visita in fabbrica di Sereni: sullo stesso versante si aggiungerà poi la presenza di Volponi. Molto interessanti le pagine che Cavalli dedica al caso di Giovanni Pirelli e al dibattito che ne segue sulle forme del racconto industriale.
Detto della neoavanguardia, lo sguardo all’estero si fa urgente quando, nel ’63, Vittorini comincia a cullare, ma senza tagliar fuori Calvino, l’esperimento (poi fallito) di «Gulliver», una rivista da pubblicare in contemporanea anche a Francoforte e a Parigi con testi italiani e stranieri: intanto, nel 7 e nel 9, si dà spazio a Barthes, Genet, Grass, Duras, Starobinski, Enzensberger e Blanchot. In ambito critico si esercitano subito lo stesso Crovi e Vittorini e dal secondo numero Calvino, con saggi di carattere teorico-militante come «Il mare dell’oggettività»: ma il repertorio dei collaboratori sarà ampio e difforme, da Fortini a Eco. «Il menabò» si spegnerà con la morte di Vittorini, cui viene dedicato il numero 10. È curioso che Calvino, la cui presenza attiva a partire dal 1963 è sempre più «evanescente», provi in extremis, dopo la scomparsa dell’amico, ad assumerne in solitario la direzione. Rifiutando la proposta di uno sconosciuto (allora) Guido Morselli che nel febbraio 1963 vorrebbe intervenire in polemica con Umberto Eco sul concetto di alienazione, Calvino scrive che «il menabò» non intende «allontanare ulteriormente il dibattito dal terreno letterario».
Quando «il menabò» è già avviato, a partire dal 1962 irrompe sulla scena culturale italiana una rivista forse meno meditata ma ben più aggressiva sul piano politico: «Quaderni piacentini». Nel ricostruirne i quasi vent’anni di vita, fino alla chiusura del 1980, Giacomo Pontremoli non dimentica quel che accade intorno: e giustamente, perché a differenza del «menabò» i Qp si propongono di reagire al mondo in ogni sua espressione (non solo letteraria). E sempre diversamente dal «menabò» la creatura dei giovanissimi Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi nasce a Piacenza, ai margini del potere intellettuale, in un circolo di provincia che però attrae nei suoi Incontri, oltre allo stesso Vittorini, personalità eterodosse come Fortini, Enzo Paci, Ernesto De Martino e Danilo Dolci, che destano le ire della curia e i sospetti del Pci. Quando, nel marzo 1962, i Qp hanno preso una forma, sia pure di diffusione locale, il padre ideale Fortini manifesterà la propria simpatia con una «lettera agli amici di Piacenza». Il primo editoriale allude al carattere di prova della rivista e alla volontà «ampia e spregiudicata» di studiare i problemi di fondo (scuola, edilizia, industria, agricoltura, stampa eccetera): stile sfrontato e rapido esteso a 360° alla politica e alla letteratura, alla psicologia e alla sociologia, all’economia e alla scienza… Il tono provocatorio della fortunata rubrica «Libri da leggere, libri da non leggere» ma anche la radicalità degli interventi furono tra le ragioni del successo quasi immediato. Quando, nel 1963, Fofi (con la sua rubrica cinematografica) si aggiunge ai due direttori primitivi, la rivista è un bimestrale nazionale e il suo impatto, specie sulla sinistra storica, si fa sentire.
Non c’è avvenimento su cui i Qp non si pronuncino, spesso con conflitti interni: l’indipendenza algerina, la rivoluzione cubana, il Vietnam, la dittatura di Franco, le battaglie di Malcolm X e di Martin Luther King, la questione arabo-israeliana, la Cina di Mao, i movimenti studenteschi e le rivolte operaie, le stragi, il terrorismo, e poi anche l’antipsichiatria, il divorzio.
Attorno ai «Piacentini» si raccolgono amici di varie età ed estrazioni, non classificabili nella sinistra tradizionale: Cases, Solmi, Panzieri, Giudici, Timpanaro, Jervis, Masi, Donolo, Ciafaloni, Baranelli, Salvati, Beccalli, Fachinelli… Gli obiettivi polemici non mancano: da Pasolini e Moravia a Calvino, da Sartre a Eco e a tutta la Neoavanguardia, da Pannunzio a Germi, da Pontecorvo a Contini all’industria editoriale che comprende Einaudi e Feltrinelli… E tra i «nemici» si aggiungono gli studenti, quando il movimento comincia a «impazzire» o a essere corrotto dai picchiatori neostalinisti. Ma l’agilità originaria viene meno a poco a poco, così come le ragioni di un impegno totale nel fuoco degli scontri sociali. Gli anni Ottanta sono un’altra temperie, con altre esigenze.