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 2017  giugno 04 Domenica calendario

Quell’onda partita da Woodstock: adesso è la musica la linea del fronte

Negli anni Settanta, quando le opere musicali avevano una capacità di durata oggi inconcepibile, circolavano i dischi dei grandi, già mitologici concertoni: il doppio di Woodstock, naturalmente, che sta alla storia del rock come il Partenone alla storia dell’architettura, e il Concert for Bangladesh inventato da George Harrison al Madison Square di New York nell’estate del 1971, quando ormai la breve, troppo breve età dell’innocenza hippy già volgeva al termine. Se non sbaglio, l’album che ne venne ricavato era addirittura triplo, con tutto lo spazio necessario alla partecipazione di uno struggente, emozionato Bob Dylan. A volte, in qualche scalcinato e fumoso cineclub, davano pure uno dei documentari dedicati a questi raduni, e chissà cosa avremmo dato per esserci, le tende canadesi nel fango e tutta quella gente nuda e felice. Ma ne parlavamo come se ci fossimo stati, come se avessimo stabilito noi la scaletta.
Mi ricordo che, nel decoroso e pettegolo quartiere romano dove sono cresciuto, c’era un tizio, lo zio di una mia compagna di scuola, relativamente celebre per essere stato a Woodstock. Era un signore del tutto normale, un impiegato dal volto triste e dal naso aquilino, che forse non ci pensava mai, era diventato grande, aveva messo su famiglia. Ma era stato al centro dell’onda, di quell’energia composta di suoni e desideri che era il senso stesso della nostra vita. Lo guardavamo al bar come un tempo i ragazzini avrebbero guardato qualcuno che fosse stato alla battaglia di Waterloo, o in qualunque altro luogo si fossero decisi in maniera drammatica i destini dell’umanità. Strano come la sensibilità e le condizioni di vita cambino mentre certi eventi si ripetono apparentemente identici. Nel 1985, quando Bob Geldof dà vita a Live Aid, l’era digitale è ai suoi primi vagiti, ma le cose sono fin troppo cambiate dalla rustica Woodstock. Il pubblico rimane, come elemento essenziale e irrinunciabile della performance, ma ormai si tratta di una minoranza, la vera presenza è diventata l’assenza, e il 13 luglio del 1985 ci sono milioni di persone ma ognuno a casa sua, davanti alla tv. Non è nemmeno importante dove le cose accadono: Wembley, Filadelfia? Phil Collins prese un Concorde e riuscì a suonare nei due continenti. La verità è che il vero luogo di quel concerto fu il satellite. Era l’alba di un’epoca in cui il «dove» sarebbe contato sempre meno, in un globale e spettrale «dappertutto». A rimanere sempre identiche, semmai, sono le tragedie a cui questi grandi concerti intendevano dare non una soluzione, ma una risposta possibile: la fame nel Bangladesh nel 1971, la fame in Africa nel 1985. E anche se la malattia era apparsa da pochi anni, antica era pure la paura collettiva sfidata nel grande tributo a Freddie Mercury del 20 aprile del 1992 (ancora una volta, allo Stadio di Wembley). Con il Concert for AIDS i milioni di spettatori diventano miliardi.
Quando si parla di eventi come Live Aid o il tributo a Freddie Mercury, non si può dimenticare che atti di consapevolezza così intensi e universali, svincolati da tradizioni religiose e fedi politiche, sono tutt’altro che frequenti nelle vicende umane. Nel 2017, la posta si è ormai alzata e complicata in maniera vertiginosa. Per un terribile corto circuito, la musica deve sfidare un nemico che intende annullarla, trasformando ogni concerto in un campo di battaglia e associandolo stabilmente a un’idea di minaccia e di terrore incombenti. Dopo stragi come quelle del Bataclan e di Manchester, dobbiamo ammettere che questo ripugnante e diabolico disegno non può essere ignorato o sottovalutato. Che lo vogliamo o meno, è di lì che passa la linea del fronte. Perdere i concerti sarebbe un impoverimento fatale delle nostre vite, qualcosa che non possiamo accettare, il probabile inizio della fine.