il Fatto Quotidiano, 4 giugno 2017
Si fa ma non si dice. Gli omicidi mirati delle forze speciali
Nessuno può sapere quello che accadrà sul terreno. La mossa migliore? Continuare la missione”. Questa è la parola d’ordine: continuare la missione, che, ufficialmente, consiste nel trovare gli obiettivi (leggi estremisti islamici) fra le rovine di Mosul e poi indicarli alle truppe di Baghdad. Se ci scappa la sparatoria – o meglio se si abbatte un terrorista che potrebbe tornare in patria a far danni – non ci saranno comunicati ufficiali.
A Mosul c’è un concentrato di corpi d’élite. La frase in apertura è del generale canadese Jonathan Vance: sulla carta, la sua operazione dovrebbe concludersi a fine mese. Ma chi può dirlo? La battaglia nell’ex capitale irachena del califfo si combatte strada per strada: sono circa 500 i jihadisti asserragliati in 10 chilometri quadrati, due o tre quartieri che difendono strenuamente. Così il generale Vance ha mandato i suoi a dare man forte alle squadre di Baghdad, con la benedizione del governo.
All’inizio i canadesi si erano limitati ad addestrare i curdi; poi hanno stabilito che era necessario dare supporto sul campo agli iracheni. Oltre ai 200 delle forze speciali, ci sono anche 50 agenti dell’intelligence; non un dettaglio da poco. La battaglia di Mosul ai grandi network d’informazione non interessa più di tanto dopo la fase iniziale in cui hanno spedito gli inviati a raccontare i primi giorni dell’avanzata; una delle fonti d’informazione in tempo reale sono i social network come Twitter e Instagram, ma seguire i vari account – i peshmerga sono fra i più attivi – è una scelta precisa; ben altra cosa dal sedersi di fronte alla tv e ascoltare le ultime dal fronte dal tg serale. Eppure la battaglia infuria e coinvolge in modo diretto le truppe occidentali. Gli americani, rispetto ai “cugini” canadesi, non si sono limitati a tracciare le coordinate dei bunker di Daesh. Il magazine Military Times alla fine di marzo ha pubblicato un articolo che conferma come truppe speciali americane si siano mischiate a quelle d’élite irachene – la divisione Golden – indossando le stesse uniformi nere per arrivare sulla linea di fuoco. Non è proprio il massimo della trasparenza; ma gli ufficiali Usa di stanza a Baghdad hanno confermato a Military Times che “sono i comandanti delle unità individuali a determinare quali divise sono adatte alle missioni specifiche e non esiste una politica globale che stabilisca quali equipaggiamenti si possono indossare sui campi di battaglia dell’Iraq e della Siria”. Specificano le fonti: “Le forze della coalizione rispettano le norme di guerra che prevedono che il personale militare deve distinguersi dai civili”. La spiegazione appare vaga: come si fa a sapere se i Navy Seals combattono nei quartieri di Mosul, se hanno indosso le divise della Golden Division irachena? Sempre a Military Times Jeffrey Addicott, ex militare e consulente legale delle forze speciali, ora responsabile del Center for Terrorism Law alla St. Mary’s University di San Antonio, Texas, ha fatto notare che negli ultimi quindici anni le linee di comportamento sul fronte si sono sfocate, e dato che, nel caso specifico, l’Isis non ha regole da rispettare, in qualche modo gli americani si sono adattati.
Twitter fornisce immagini che fanno pensare al fatto che le special forces Usa a Mosul non si fanno scrupoli a premere il grilletto; il 17 marzo l’account Abraxas Spa – ripreso da Military Times – ha mostrato un cecchino appostato con un fucile di precisione Mk13; si tratta di un’arma in dotazione ai Seals e altre forze speciali americane. Il tiratore veste la divisa nera delle unità antiterrorismo irachene ma su elmetto e tactical vest ha la bandiera a stelle e strisce; in una seconda foto si vede un occidentale con la stessa divisa con un cane da combattimento (Unità K9). L’account Army Complex mostra invece un occidentale e un iracheno in uniformi nere; il più alto ha un tactical vest con mimetismo multicam, tipico dell’esercito americano ma non le bandiere identificative.
Dice ancora Addicott: “Quando le truppe Usa rimuovono i loro identificativi rischiano di perdere lo status di combattenti nemici legali”. In altre parole, se un soldato viene catturato, è considerato una spia e non ha alcuna protezione. “Ma dato che in questo caso parliamo di Isis – conclude Addicott a Military Times – hai a che fare con un nemico che ti torturerebbe a prescindere se indossi o meno l’uniforme regolare”.
I francesi hanno un altro stile. Vietato puntare il fucile sul nemico. O quasi. France 24 aveva seguito i militari a Mosul – 1200 la cifra ufficiale – ma nel servizio si mostrava l’attività lontana dal campo di battaglia; perlustrazioni, attività di osservazione con droni, perquisizioni di covi già abbandonati dai jihadisti, armi leggere e mitragliatrici pesanti pronte all’uso ma mai utilizzate. Il Wall Street Journal in un articolo del 29 maggio si spinge oltre con un titolo che lascia poco spazio all’immaginazione: “Le forze speciali alla caccia dei francesi arruolati con l’Isis” riportando la testimonianza di un comandante iracheno; i commandos di Parigi hanno fornito alle truppe di Baghdad impegnate a Mosul una lista di 30 nomi, e fotografie, identificati come “obiettivi di alto valore”. Sarebbero 1700 gli estremisti d’Oltralpe che si sono uniti al califfato. Alcuni di loro sono stati uccisi dall’artiglieria irachena grazie alle coordinate fornite dalle forze speciali francesi. Il motivo dell’operazione: evitare che gli estremisti islamici tornino a casa per mettere in atto stragi come quelle di Charlie Hebdo (7 gennaio 2015) e Bataclan (13 novembre 2015). Un portavoce francese del Ministero della Difesa ha rifiutato di commentare l’operazione svelata dal Wall Street Journal. Parigi non contempla più la pena di morte. Non si è sottratto al commento invece un ufficiale esperto del settore: “Chi è stato catturato dagli iracheni fra i jihadisti, ed è stato portato in prigione, anche se si è arreso, sarà giustiziato. E la Francia non interverrà: una soluzione conveniente”.