La Stampa, 4 giugno 2017
L’incredibile raid dei ladri che hanno profanato don Bosco
Il cervello stava lì, dietro all’altare, nel reliquario costruito sulle ceneri della sua casa natia buttata giù per sbaglio negli Anni 50, dentro a un’ampolla. Il ladro ha scavalcato il vetro divisorio durante la visita dei pellegrini, ha preso la teca che conteneva la scheggia di cervello di don Giovanni Bosco, e s’è tenuto solo i resti della sua vita chiusi in quell’urna, lasciando su una panca la scatola di vetro.
«Non sappiamo se è un giallo religioso, o un giallo finanziario», dice Giorgio Musso, il sindaco. Anche i carabinieri dicono che «tutte le piste sono aperte». Per ora. Il sacrestano, piccolo e pelato, camicia e pantaloni, invece scappa via con l’ampolla, il vino e le ostie: «C’è una funzione religiosa, ci sono i turisti». Hanno messo un cartello bloccando il percorso che porta al reliquario: «Chiuso, in allestimento». Saranno costretti a sostituirlo con le transenne degli inquirenti, perché la notizia si diffonde sul web. È un ragazzino di 11 anni che la butta su WhatsApp: «Hanno rubato il cervello di don Bosco». L’ha sentita al catechismo e non capisce perché nessuno ne voglia parlare. Ma nella mattinata di sole, in faccia alle vigne sui balzi delle colline, è tutto come sempre, e dentro alla Basilica inferiore con il teatro, il bar e il ristorante, i due musei e le mura squadrate della scuola e della Chiesa superiore che dominano Castelnuovo come una fortezza medioevale, i pellegrini di Tronzano Vercellese s’incamminano tra le panche, sotto al grande ritratto di don Bosco.
Pure in paese all’inizio non sanno niente. C’è la farmacia don Bosco, l’oculista di piazza Dante che strabuzza gli occhi incredulo, qualcuno che sfugge il sole nel dehors del bar ristorante Ciocca e Giancarlo Succo che, quando comincia a capire, dice che gli verrebbe voglia di piangere: «Da bambini giocavamo a nasconderci là dietro e quando sono caduto dal parapetto non mi sono fatto niente. Don Bosco è il mio protettore». Nel mistero di questa storia, ci sono soltanto le poche cose che trapelano dal silenzio dei salesiani. Il furto è avvenuto nell’ora di visita dei pellegrini (che sono una folla immensa: 600mila all’anno, secondo i salesiani), prima della chiusura, e probabilmente nell’intervallo della cena, quando non tutto il personale era presente. Non c’era l’allarme, perché, dicono, non è mai successo niente, e poi, come ripetono Gianluigi Sabarino e sua moglie Teresa, «ti chiedi che senso abbia tutto questo. Perché mai uno dovrebbe rubare una reliquia che è lì solo per la nostra fede». Forse un matto: l’ultima faccia del giallo. Nella cittadella di don Bosco, fra la scuola per i giovani e le due basiliche, nel grande piazzale dove si fermano i visitatori, adesso ci sono alcune macchine e un pullman di Vercelli, sciolti nel sole che si allarga davanti all’ingresso. Il rettore, don Ezio Orsini, spiega che da un lato c’è la loro vicinanza al dolore dei pellegrini, «ma dall’altro la consapevolezza che si può rubare la reliquia di don Bosco, ma ai fedeli, ai salesiani e a tutti noi che ci crediamo nessuno può rubare don Bosco. Speriamo che il santo tocchi il cuore di chi ha commesso questo gesto». E da Torino, l’arcivescovo monsignor Cesare Nosiglia commenta che «la notizia fa pensare a una profonda miseria morale, quella di chi sottrae un segno che è stato lasciato per la devozione di tutti. Chi ha rubato la reliquia la restituisca subito senza condizioni».
Può darsi che finisca così, anche se non c’è una grande speranza. Andando via, si passa davanti al «prato del sogno», come l’hanno chiamato, perché lì da bambino, a 9 anni, don Bosco vide apparire Gesù che lo rimproverava perché aveva pensato di reagire malamente contro dei ragazzini che bestemmiavano: «Con la mansuetudine e la carità dovrai guadagnarti questi tuoi amici», gli disse. La sua parabola cominciò allora. I salesiani credono che sarà la stessa mansuetudine a raggiungere il ladro e chiudere questa storia. Ma loro sono tutti figli di don Bosco. Noi chissà. Questa volta, forse, ci dovranno pensare i carabinieri, più che i santi.