La Stampa, 4 giugno 2017
Clima, Bloomberg alla guida della coalizione Usa anti Trump
Da Arnold Schwarzenegger a Michael Bloomberg, la coalizione americana che sfida il presidente Trump per continuare ad applicare l’accordo di Parigi sul clima si allarga. E si proietta verso le prossime elezioni, quelle midterm del 2018 e le presidenziali del 2020, nella speranza di creare un blocco capace di sconfiggere il nazionalismo economico promosso dal consigliere Steve Bannon.
L’ex sindaco repubblicano di New York, orgoglioso di aver piantato migliaia di alberi nella metropoli considerata la capitale del mondo, si è messo alla guida di un’alleanza composta da almeno trenta città, tre Stati, un centinaio di imprese e università, che negozierà con l’Onu l’adesione diretta ai parametri di Parigi attraverso i loro contributi. Bloomberg finanzerà l’operazione con i propri soldi. Schwarzenegger, che aveva litigato con Trump anche per gli ascolti del suo programma televisivo, ha pubblicato un video di tre minuti per attaccarlo: «Un uomo solo – ha detto – non potrà fermare il nostro progresso». Arnold ha ricordato che quando era governatore della California aveva varato misure protettive per l’ambiente, raggiungendo il doppio risultato di ripulire aria e acqua, e favorire la crescita economica più rapida del paese: «I veri leader – ha detto – sono quelli capaci di andare verso il futuro, non quelli che si rifugiano nel passato».
Bill Peduto, primo cittadino della metropoli che Trump ha usato per dimostrare come mette l’America davanti a tutto, lo ha sconfessato così: «Come sindaco di Pittsburgh posso assicurarti che continueremo a seguire le linee guida dell’accordo di Parigi, per la nostra gente, la nostra economia e il futuro». Anche alcuni membri dell’amministrazione si sono tenuti da parte. Ad esempio il segretario di Stato Tillerson, ex capo della Exxon, che ha cercato fino all’ultimo di convincere Trump a evitare lo strappo. Lui ha detto che gli Usa restano il leader della protezione ambientale, ma si è tenuto lontano dalla Casa Bianca il giorno dell’annuncio.
Tra i governatori che hanno promesso di continuare a rispettare Parigi c’è quello di New York, Andrew Cuomo, che così spera di mettersi alla guida di un movimento capace di spingerlo verso la Casa Bianca nel 2020. Perché la sfida di Trump ha un doppio valore: l’effetto sull’ambiente di tutto il pianeta, e quello sulla politica interna. Sul primo punto, non c’è dubbio che il presidente non ha mai creduto al riscaldamento globale, e quindi non ha fatto altro che applicare le sue convinzioni. Sul secondo, alcuni analisti hanno pittorescamente notato che la bocciatura di Parigi equivale a «mostrare il dito medio all’intero mondo e a tutta la sinistra». Il premio Nobel per l’Economia Stiglitz ha tradotto il concetto in maniera più elegante, sostenendo che con la sua decisione Trump vuole demolire il sistema globale di stabilità creato dopo la Seconda guerra mondiale e basato su regole condivise, perché lo ritiene penalizzante per gli Usa. Qui si gioca il futuro politico dell’America, e non solo, come ha fatto capire il presidente francese Macron, quando ha usato proprio lo slogan preferito di Donald per dire che bisogna salvare l’accordo di Parigi per «rifare grande il nostro pianeta». Joe Scarborough, ex deputato repubblicano e conduttore televisivo di Msnbc, ha detto che la decisione sul clima dimostra come «Steve Bannon è il presidente degli Stati Uniti», perché Trump non capisce la politica e segue la linea antiglobalista del suo consigliere. Forse Scarborough sbaglia, nel senso che la linea antiglobalista è stata sostenuta per anni da Donald. La sua base lo ha eletto soprattutto per questo: la sfida adesso diventa capire se resterà maggioritaria l’anno prossimo, e soprattutto nelle presidenziali del 2020.