Dieci anni di Repubblica, 3 dicembre 1976
E il governo ignorava tutto
Fruttero e Lucentini resteranno per due anni agli arresti nel forte di Bard; Arrigo Levi aprirà con la liquidazione che gli darà La Stampa, un negozio da «coiffeur pour dame»; il terzino della Juventus, Gentile, nato a Tripoli, è stato promosso capitano della squadra; il sindaco Diego Novelli non c’è, è in Libia per chiedere a Gheddafi i soldi per la tredicesima dei dipendenti comunali.
Qualcuno a Torino cerca di riderci sù, in privato, ma in pubblico tutti zitti, buoni e prudenti, salvo gli «amici d’Israele» che già ieri alla conferenza stampa hanno dato in escandescenze. Il fatto che un governo straniero, fortemente condizionato e condizionante nella politica estera sia diventato non solo il secondo azionista della maggior industria cittadina e nazionale, ma il primo a spezzare il monopolio familiare degli Agnelli imponendo un suo rappresentante nel comitato esecutivo, sembra normale e, comunque, inevitabile al sindacato operaio e ai partiti, all’Arcivescovado e alla Regione.
Questo è forse il segno più chiaro del realismo subalterno a cui da anni andiamo abituandoci. Che il fatto sia di estrema importanza economica e politica pare fuori dubbio. Per cominciare esso fornisce finalmente una spiegazione plausibile al caso De Benedetti, l’amministratore delegato cacciato sui due piedi nel settembre scorso senza alcuna motivazione credibile da parte degli interessati. Ora sappiamo che la spiegazione c’era ma non era confessabile: gli Agnelli non potevano dire in pubblico che l’ebreo De Benedetti doveva uscire dal comitato esecutivo se doveva entrarci un rappresentante di Gheddafi.
Si dirà che il denaro non ha né patria né razza e che il colonnello Gheddafi finge di non sapere che Dassault, il costruttore dei suoi Mirage, è un ebreo. Ma qui proprio non si poteva, il rappresentante dell’ortodossia araba più radicale non poteva decidere piani economici e scelte aziendali implicitamente politiche assieme ad un personaggio come De Benedetti, notoriamente vicino alla lobby ebraica di New York, supporto fondamentale di Israele.
E si capisce meglio anche un altro aspetto curioso della vicenda De Benedetti: se ricordate, dopo la sua cacciata si fece circolare negli ambienti Fiat la voce che egli aveva tentato di dare la scalata all’azienda grazie ai capitali della comunità ebraica di Torino. La notizia, apparentemente ridicola, era in realtà indirizzata ai libici, con cui si trattava da un anno. Per fargli sapere che tra il finanziamento ebraico americano in dollari e quello arabo in petrodollari era stato scelto quest’ultimo.
La spiegazione del mistero giova indubbiamente alla immagine di Giovanni Agnelli: dunque non è il capriccioso che ci sembrò in settembre, ma uno capace di grandi disegni finanziari e della relativa segretezza. I 400 milioni di dollari valevano bene le ironie e le figure barbine del settembre.
Dicevamo che il patto Gheddafi-Fiat è una cosa grossa, importante. Oggi come oggi, l’iniezione di petrodollari nell’azienda torinese non sembra decisiva. I 360 miliardi di Gheddafi sono inferiori agli investimenti Fiat di un anno e non sembrano sufficienti a risolvere i problemi mondiali dell’azienda. Perché di questo si tratta: la famiglia Agnelli, ecco il succo della vicenda, non era in grado da sola di provvedere ai finanziamenti a misura mondiale di un’azienda che o si espande e regge il confronto delle grandi multinazionali o si riduce come la Montedison ad azienda parassitaria. Il finanziamento da parte dello Stato italiano andava in questo melanconico senso; restava da scegliere fra un finanziamento americano e uno arabo. Probabilmente gli Agnelli hanno scelto bene, anche se ci si chiede che cosa contano lo Stato italiano, il suo governo, i suoi partiti, i suoi sindacati, se scelte di questa decisiva importanza vengono prese a loro insaputa.
Alla conferenza stampa di ieri Giovanni Agnelli ha fornito abili ma poco convincenti rassicurazioni sul «niente che cambia». Invece cambierà eccome e già si capisce l’importanza che avrà in futuro il patto di alleanza con i libici. Cambia per esempio La Stampa. Il giornale piemontese, un tempo decisamente pro-israeliano, tanto che lo si definiva per scherzo l’edizione torinese del Jerusalem Post, ha gradualmente mutato linea sino ad assumere un atteggiamento di prudente neutralità. Basterà questa neutralità, quando un rappresentante di Gheddafi siederà fra Romiti, Beccaria, Tufarelli e gli Agnelli? Ecco un elemento che la federazione nazionale della stampa e i comitati di redazione e della Rai-Tv non avevano previsto: che nelle loro faccende avrebbero messo autorevolmente il naso Gheddafi e Mintoff, il principe Ranieri e il Maresciallo Tito.
I partiti e i sindacati, si diceva, sono prudenti; gli operai sembrano accogliere la notizia con favore: dopo tutto i dollari in arrivo sono una buona cosa, capitano al momento opportuno, dato che si prevede per il ’77 una nuova recessione e forse nuova cassa di integrazione. Sembrano soddisfatti anche i comunisti. Siamo stati al circolo Gramsci e abbiamo sentito discutere Saverio Verdone, il direttore di Nuova società, lo scrittore Vittorio Sermonti ed altri. In sintesi dicono questo: il fatto è di estrema importanza, non tanto sotto l’aspetto finanziario quanto per i programmi produttivi, per i rapporti commerciali, per la localizzazione degli investimenti. Piaccia o meno, è una scelta che va in senso diverso a quello dell’Europa lotaringia dominata dall’arroganza tedesca.