Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1976  dicembre 03 Venerdì calendario

Una trattativa durata 18 mesi


Abbiamo chiesto a Gianluigi Gabetti, amministratore delegato dell’Ifi, il racconto del negoziato, durato 18 mesi, tra la Fiat e la Libia. Ecco il testo dell’intervista.Dottor Gabetti, lei è una delle due persone che per conto della famiglia Agnelli hanno trattato l’ingresso di Gheddafi nel capitale azionario della Fiat. Si è detto che questa trattativa è durata 18 mesi. Come è cominciata?
«Mah, cosa vuole, con dei pour-parler...».
Così un giorno avete incontrato per caso dei libici con le tasche piene di petrodollari e li avete convinti ad interessarsi della Fiat?
«No, la storia vera è questa. Da qualche tempo i libici, come altri grossi produttori di petrolio, erano alla ricerca di investimenti nelle economie sviluppate, più seri di quelli fatti nel passato sui mercati delle valùte, dell’oro o delle merci. Da tempo cioè, importanti risorse ricavate dalla vendita del petrolio sono alla ricerca di buoni investimenti industriali. Quello con la Fiat è probabilmente il primo esempio di questo nuovo corso della «finanza petrolifera».
Chi è stato il primo a prendere contatto con la controparte: voi o la Libia?
«Sono stati loro. A quanto risulta a noi, gli esperti del governo libico stavano studiando da molto tempo i paesi europei per individuare una «zona» nella quale avviare i primi investimenti di tipo industriale. Ad un certo punto hanno scelto l’Italia».
Come mai?
«Francamente non le so rispondere. Forse perché sia noi che la Libia facciamo parte dell’area mediterranea. Forse perché con questo paese abbiamo una lunga tradizione di rapporti commerciali e industriali. Forse perché è sembrato loro che qui si potessero combinare buoni affari più che altrove. Ma, mi creda, queste sono solo ipotesi. Di preciso, non so assolutamente nulla. Tranne questo: da più di un anno la Libia sta studiando con grande attenzione il nostro paese e vuole investirvi dei denari, molti denari».
Quindi, ad un certo punto, gli emissari di Gheddafi hanno preso contatto con voi. Quanti erano, come si chiamavano?
«Non vorrei sembrarle eccessivamente misterioso, ma non le posso dire come si chiamano. È gente molto discreta. Non ho difficoltà, invece, a dire altre cose. Intanto, tutta la trattativa è stata condotta, da parte della Libia, da due sole persone, funzionari della Libian Arab Foreign Bank. Da parte italiana, abbiamo partecipato Cesare Romiti, amministratore delegato della Fiat per gli affari finanziari, e io, come responsabile dell’Ifi. Tutto si è svolto fra noi quattro. Questo spiega anche perché siamo riusciti a mantenere quella segretezza che l’affare richiedeva».
Quante volte lei e Romiti siete andati in Libia?
«Nemmeno una. Sono sempre venuti loro a Torino».
Mi scusi una domanda che forse può sembrare sciocca: arrivavano con i loro jet privati, da sceicchi arabi?
«Assolutamente no. E ha fatto bene a farmi questa domanda. I due funzionari libici sono sempre arrivati con normali aerei di linea. Di solito capitavano a Torino il giovedì sera e ci mettevamo a lavorare la mattina dopo. Più di una volta abbiamo lavorato anche al sabato e alla domenica. Al lunedì, di solito, ripartivano».
Di che cosa avete discusso per 18 mesi?
«Qualche volta me lo sono chiesto anch’io. Ma la spiegazione c’è. Intanto, i funzionari libici che venivano da noi erano molto indaffarati. Spesso non si facevano vedere per intere settimane. La mia impressione è che si tratti di una «squadra» molto specializzata e che stava trattando più affari contemporaneamente».
Comunque erano molto esperti.
«Esperti e pignoli. Raramente nella mia carriera ho trovato gente così precisa, così attenta. Ho poi saputo che entrambi questi funzionari avevano una notevole esperienza finanziaria internazionale, acquisita soprattutto a Londra. Questo spiega, probabilmente il loro stile nel trattare l’intera faccenda».
Le hanno detto perché a loro interessava la Fiat?
«Certamente. Il giudizio che hanno dato sulla società è abbastanza simile al nostro. In sostanza la Fiat, vista con occhi libici, è un’azienda che ha attraversato un tunnel di difficoltà molto gravi, ma che ne sta uscendo. Inoltre, è un’azienda super-ammortizzata, cioè finanziariamente sana, ed è anche una società tutto sommato migliore (sotto vari aspetti, compreso quello dell’indebitamento) dei suoi concorrenti europei».
La Libia ha pagato le azioni seimila lire l’una. È questo il valore delle azioni Fiat?
«Su questo punto, come può immaginare, la trattativa è stata piuttosto lunga e meticolosa. Alla fine, i funzionari libici hanno voluto anche essere confortati da un parere che è stato fornito da una delle maggiori società mondiali del settore, la Price Waterhouse and Co. Ebbene, ne è venuto fuori che la Fiat oggi vale in realtà qualcosa di più di seimila lire per azione».
Quando è apparso chiaro che i libici volevano investire centinaia di miliardi nella Fiat, cosa avete detto?
«Che per noi la cosa andava benissimo. Abbiamo posto però due condizioni: il loro apporto finanziario doveva andare alla società e non agli azionisti della medesima. In sostanza, da questa vicenda chi doveva uscire arricchita era la Fiat e non gli Agnelli o l’Ifi. La seconda condizione è stata questa: naturalmente eravamo disponibili per offrire ai libici la possibilità di sorvegliare il loro investimento, ma volevamo che non si occupassero della gestione della società».
E cosa hanno risposto?
«Ci siamo intesi subito. Infatti si sono dichiarati perfettamente d’accordo».
La Fiat da qualche mese va meglio, è diventata anche molto liquida finanziariamente, perché allora avete accettato l’ingresso della Libia? Cosa ve ne farete, per essere chiari, di questi soldi?
«È vero che finanziariamente la Fiat non aveva grossi problemi. Ma è anche vero che la società ha un grosso programma di investimento. Adesso, ci sentiamo più tranquilli. E quindi lavoriamo meglio».

Intervista di Vanna Barenghi agli scrittori Carlo Fruttero e Franco Lucentini

la Repubblica, 4 dicembre 1976

Secondo voi, che li conoscete bene, i torinesi come reagiranno a questa vicenda?
«Ci sarà da divertirsi a vedere come se la caveranno, loro che chiamano «africa» i siciliani e i calabresi, adesso che arrivano quelli veri. Andrà a finire che probabilmente i siciliani saranno d’ora in poi chiamati «nord» oppure ci saranno terroni di prima e di seconda categoria. Resta da vedere quale sarà la prima e quale la seconda».
E voi, cosa ne pensate?
«A noi un grosso arrivo islamico a Torino piacerebbe moltissimo, mantelloni su e giù per via Roma, cucina araba, sarà bellissimo».
In questo momento, cosa state facendo?
«Stiamo scrivendo un’ode a Gheddafi, per L’Espresso».
Come comincia?
«Fulgido colonnello...».