Gazzetta dello Sport, 4 giugno 2017
Il boss ’ndranghetista e il baciamano
Una bella operazione dei carabinieri rischia di passare in secondo piano perché il boss che erano andati ad arrestare è stato circondato da una piccola folla evidentemente adorante e uno di questi adoratori s’è addirittura avvicinato e ha baciato al malvivente le mani, lasciando pure che lo fotografassero.
• Raccontiamo bene il fatto. Poi ci dedicheremo al baciamano.
Siamo a San Luca, provincia di Reggio Calabria, quattromila abitanti, paese famosissimo per la faida di ’ndrangheta tra i Pelle-Vottari e i Nirta-Strangio, culminata nella celebre strage di Duisburg (Ferragosto del 2007). Anche senza Duisburg (sei morti), i cadaveri disseminati dalla faida nel corso degli anni sono decine. Uno dei morti di Duisburg, il più giovane (16 anni), si chiamava Francesco Giorgi. Quello che hanno arrestato l’altro giorno i carabinieri a San Luca è un Giorgi pure lui, di nome Giuseppe, detto "U Capra", condannato a 28 anni di carcere per traffico di stupefacenti e latitante da 23 anni. Dico: 23 anni! Come si fa, in Italia a essere latitanti per 23 anni?
• Come si fa?
Perché qualcuno - tra i politici, i magistrati, i poliziotti o gli ufficiali dei carabinieri - ti protegge. È la stessa storia di Messina Denaro, boss forse sopravvalutato e che ci vogliono far credere imprendibile. Questi qui, poi, quando vengono arrestati si fanno sempre beccare a casa loro. E si scopre in genere che stavano lì intorno, visibili a tutti, con tutti che sapevano e si stavano zitti. A San Luca, l’altro giorno, arrivano i carabinieri che, stando all’informativa girata ai giornalisti, stavano da otto mesi alle calcagna di questo Francesco Giorgi detto ’U Capra. Circondano di notte un palazzone di cinque piani. Intanto, avvertita, si raduna una folla. I carabinieri salgono su al terzo piano, entrano nell’appartamento della famiglia Romeo (una sorella del ricercato) dove già sanno che si nasconde il latitante, perquisiscono, trovano in un’intercapedine 156 mila euro in banconote, poi cominciano a demolire una certa parete che sta dietro una canna fumaria e a quel punto il latitante grida «Basta basta, mi avete trovato» ed esce fuori strisciando da una botola. È poco dignitosamente in pigiama. Gli dànno il tempo di mettersi una maglietta e i pantaloni, lo portano fuori e a quel punto dalla massa di uomini e donne che è venuta a godersi lo spettacolo - sapevano già tutto tutti - sbuca uno che si mette a baciare le mani del boss. Il boss, all’uscita, è apparso sorridente e quasi benedicente. In casa aveva calmato tutti: «Tranquilli, prima o poi doveva succedere».
• Ci intriga la faccenda del bacio.
Il baciamano al boss arrestato si inserisce nella lunga tradizione di sottomissione ai capi criminali da parte dei popolo e si sposa perfettamente con la propensione degli stessi capi criminali ad esibirsi e trionfare. Nella sequenza di San Luca il sorriso superiore di ’U Capra che se ne fotte dell’arresto è il perfetto pendant al baciamano del povero cristo.
• Siamo nello stesso ambito linguistico - scusi l’espressione - a cui appartengono il celebre funerale dei Casamonica o gli inchini sotto i balconi del boss durante le processioni religiose.
Sì, e ai carabinieri di San Luca, tutto sommato, è andata anche bene. A Napoli, quando andarono ad arrestare Luigi Cuccaro (omicidio, contrabbando, narcotraffico), ci fu la ribellione del quartiere. Poi portarono Cuccaro in carcere, e allora il boss e i suoi amici presero a scambiarsi baci con la folla. Una scena da divi. La storia delle processioni, se si interrogano gli archivi, fornisce una quantità impressionante di documenti. L’occasione standard è in genere quella di qualche festa della Madonna o di qualche funerale religioso. Il 2 luglio, Madonna delle Grazie, gli abitanti di Oppido Mamertina (Reggio Calabria) si fermano di regola sotto il balcone del boss locale, avendo complici quasi sempre i preti del posto. A Palermo, in occasione della festa per la Madonna del Carmine, il boss di via Majali Alessandro D’Ambrogio si mette addirittura in testa al corteo che porta la statua, benché nel sud d’Italia, in genere, i veri potenti stiano di preferenza in coda. A Paternò (Catania) i carabinieri segnalano che durante il corteo in onore di Santa Barbara «i portatori di due “varette”, dalle ore 12.55 alle ore 13.20, si sono fermati dinanzi all’abitazione della famiglia del noto pluripregiudicato, eseguendo a turno il classico “dondolamento” delle “varette” effettuando movimenti simulatori di un inchino reverenziale dinanzi al figlio del detenuto, dal quale si congedavano con il rituale bacio finale». Si chiama «varetta» il supporto su cui si appoggia la statua. Di solito si paga profumatamente alla parrocchia il privilegio di mettersela in spalla.
• Perché?
È comunicazione. Quella posizione assicura consenso. Pietro Grasso ha spiegato una volta che senza consenso popolare non può esserci mafia, camorra o ’ndrangheta. I boss, come per esempio il padrino di Ostia Roberto Spada, adoperano facebook per farsi belli agli occhi dei loro adoratori. Al funerale di don Antonio Polese, capocamorrista di Sant’Antonio Abate (Napoli), andarono in diecimila. La criminalità organizzata fattura una cifra oscillante tra i cento e i centocinquanta miliardi di euro e dà lavoro a un sacco di gente, amministra una sua giustizia e svolge, quando serve, anche una qualche funzione di polizia. Se gli baciano le mani, una ragione ci sarà.