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 2017  giugno 03 Sabato calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - IL BACIAMANO AL BOSS CHE VA IN GALERAREPUBBLICA DI OGGIGIO CALABRIA. Lo hanno atteso per ore, immobili di fronte alla sua casa-fortezza

APPUNTI PER GAZZETTA - IL BACIAMANO AL BOSS CHE VA IN GALERA

REPUBBLICA DI OGGI
GIO CALABRIA. Lo hanno atteso per ore, immobili di fronte alla sua casa-fortezza. Per una parola, un saluto, un abbraccio, il grande onore di baciargli le mani. Neanche fosse un santo in processione, o un monarca che attraversa le sue terre. Invece, a uscire da un brutto palazzo di cinque piani del cuore di San Luca, nel reggino, è stato il boss Giuseppe Giorgi, 56 anni, arrestato ieri notte dai carabinieri, dopo 23 anni di latitanza. “U capra” per i suoi, uno dei cinque latitanti più pericolosi d’Italia. Ieri, dopo l’arresto, è uscito sorridente da casa come un re sconfitto, ma non vinto. E da re è stato salutato da un paese intero, che fin dall’alba, si è radunato attorno alla sua abitazione. Anche solo per fargli un cenno di saluto. Nel linguaggio antico della ‘ndrangheta significa che, nonostante gli oltre 28 anni di detenzione che lo attendono, a San Luca rimarrà sempre un capo, degno di onore e rispetto. Anche se il suo clan, i Romeo “Staccu”, dovranno trovare un reggente. Perché ieri notte il mandato di Giuseppe Giorgi si è concluso grazie ad un’operazione da manuale dei carabinieri di Reggio Calabria. Per otto mesi, gli investigatori sono stati con il fiato sul collo del boss. Sapevano che, in quanto tale, mai si sarebbe potuto allontanare troppo dal suo feudo, per questo hanno intercettato e pedinato familiari e uomini della sua cerchia. In questo modo hanno capito che in questi giorni sarebbe passato da casa. Giovedì le intuizioni sono diventate ragionevoli certezze e in poche ore i carabinieri hanno organizzato il blitz. Come gatti, in piena notte, i militari sono entrati in silenzio a San Luca, beffando le vedette che tradizionalmente presidiano il paese. Alcuni si sono avvicinati alla casa, mentre gli altri la circondavano. Attorno alle 3 un gruppo scelto ha sfondato il portone e rapidamente ha ispezionato tutti gli appartamenti. Di Giorgi neanche l’ombra. Solo un letto vuoto, disfatto e ancora caldo, che è bastato a confermare agli investigatori che il boss era lì. Nascosto. Senza esito hanno iniziato a cercarlo negli appartamenti, nelle cantine, nelle soffitte. Poi, planimetrie alla mano, i carabinieri hanno iniziato a guardare anche dentro i muri, alla ricerca di vani e stanze nascoste. E sono stati premiati. Da un’intercapedine sono saltati fuori oltre 156mila euro in banconote di grosso taglio. Poi, dietro il camino della cucina dell’appartamento di una delle figlie, è stato scovato il latitante. Era nascosto in un vano realizzato tra la canna fumaria e la parete esterna, cui si accedeva strisciando attraverso una stretta botola occultata alla base del braciere. Protetto ma impossibilitato a scappare, quando il boss ha sentito che i carabinieri stavano iniziando a rompere il muro, ha gridato «basta, basta, sono qua, mi avete trovato». In pigiama, disarmato, con cautela è uscito dal nascondiglio. Prima un piede nudo, poi una gamba, infine il resto del corpo. «State tranquille — ha ordinato rassegnato alle figlie — prima o poi doveva succedere». Poi, come di prammatica, i complimenti ai carabinieri che lo hanno ammanettato. Un arresto che per il procuratore capo Federico Cafiero de Raho è un guanto di sfida per i clan: «La ‘ndrangheta — dice — deve capire che può solo deporre le armi».

L’ARRESTO DI GIUSEPPE GIORGI DAL CORRIERE DEI OGGI

SAN LUCA (Reggio Calabria) Un baciamano per dimostrargli devozione. Sino alla fine Giuseppe Giorgi, 56 anni, detto «U Capra», in fuga da 23 anni, arrestato ieri dai carabinieri di Reggio Calabria, ha dimostrato il suo potere di boss. Prima di salire sull’auto dei militari, l’esponente di primo piano della cosca Romeo (I Staccu) di San Luca, si è avvicinato ad alcuni compaesani che l’hanno riverito baciandogli le mani, abbozzando anche un tentativo di abbraccio solidale.

Giorgi era considerato la mente del narcotraffico internazionale, colui che aveva il potere di richiedere ai grossisti Sud americani tonnellate di cocaina e pagarli con denaro contante. Deve scontare 28 anni di carcere per una condanna definitiva, relativa proprio al traffico internazionale di stupefacenti. Era il 1994 quando, nell’ambito dell’operazione «Sorgente», la polizia bussò alla porta della sua abitazione, a San Luca, per arrestarlo.

Il boss, allora 33enne, aveva però fatto perdere le tracce. Per 23 anni, Giuseppe Giorgi, è stato un fantasma. Il ministero dell’Interno l’aveva considerato tra i primi cinque superlatitanti italiani.

Gli inquirenti erano certi si trovasse in Germania dove poteva contare su solide basi logistiche, grazie all’appoggio di molti compaesani.

Nei giorni scorsi, però, qualcosa deve aver allertato i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria, guidati da Giancarlo Scafuri. Da ottobre scorso, dopo un primo segnale che indicava la presenza del superlatitante nel territorio di San Luca, i carabinieri avevano aumentato la pressione sui familiari e dato un impulso investigativo che ha portato, venerdì mattina, alla cattura di Giorgi. Per scovarlo i carabinieri hanno utilizzato apparecchiature di ultima generazione e intercettazioni ambientali.

Genero di Sebastiano Romeo, al vertice dell’omonimo clan, Giuseppe Giorgi ha cercato inutilmente di nascondersi dentro un bunker ricavato dentro il camino nella cucina di un appartamento al terzo piano, dimora dei Romeo. C’è voluta tutta l’abilità dei carabinieri, supportati dal battaglione dei Cacciatori di Calabria per individuare il nascondiglio. I militari, certi della presenza del superlatitante, hanno iniziato a perquisire l’appartamento e a rompere alcuni muri divisori. In uno di questi sono stati scoperti, chiusi in buste sigillate, 157 mila euro in contanti. E a quel punto Giuseppe Giorgi, non avendo vie di fughe, ha fatto sentire la sua voce: «Sono qua» ha gridato.

Prima di prenderlo i carabinieri hanno faticato parecchio perché hanno dovuto sbloccare la botola a scorrimento che era rimasta frenata. Il boss non era armato e aveva addosso il pigiama.



INTANTO... (DA REPUBBLICA.IT)
Freddato a colpi di pistola mentre era in auto con la moglie, il figlio di 11 anni e un amichetto del piccolo. È morto così Remigio Sciarra, 52 anni, residente a Cardito, nel Napoletano, ritenuto dagli investigatori vicino al clan Cennamo. La camorra torna a colpire e lo fa poco dopo le 14:30 sulla Statale Sannitica, all’altezza del Vico Montegallo, davanti a una sala Bingo, nel comune di Afragola.

Anche la moglie della vittima, una donna di 50 anni è stata raggiunta da uno sparo e ferita a una mano, mentre il figlio e l’altro bambino sono rimasti fortunatamente illesi . Agguato ad Afragola, ucciso un uomo davanti al figlio e alla moglie: è ritenuto vicino al clan Cennamo Navigazione per la galleria fotografica 1 di 19 Immagine Precedente Immagine Successiva Slideshow Sul posto sono intervenuti i carabinieri della Compagnia di Casoria e quelli del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna, che stanno indagando. Dieci anni fa Sciarra fu arrestato per estorsione a un imprenditore di Frattamaggiore.

In dieci giorni 7 vittime. La camorra torna a colpire e negli ultimi giorni c’è stata un’escalation di violenza nel Napoletano: con Sciarra sale a 7 il numero delle persone uccise a colpi di arma da fuoco a Napoli e in provincia negli ultimi 10 giorni.

In diversi casi gli investigatori battono la pista della criminalità organizzata. Il 25 maggio il primo della serie di fatti di sangue, ad Afragola come nel caso dell’omicidio di Sciarra. In via Benedetto Croce, gli agenti della polizia di Stato hanno trovato il corpo senza vita di Salvatore Caputo, 72 anni, già noto alle forze dell’ordine. Il corpo era in auto, diverse le ferite da colpi di arma da fuoco su tutto il corpo.

Poche ore dopo, a Giugliano in Campania, padre e figlio, Vincenzo ed Emanuele Staterini, rispettivamente 51 e 30 anni, sono stati uccisi in un agguato all’interno di una tabaccheria in corso Campania. I due sono stati raggiunti da una persona scesa da uno scooter che, con volto coperto, ha esploso diversi colpi di arma da fuoco, uccidendoli entrambi. Il killer è poi fuggito con un complice. Le vittime erano originarie di Napoli, quartiere Sanità, ma vivevano a Giugliano da diversi anni.

Ancora sangue nella notte tra il 26 e il 27 maggio, stavolta nel centro di Napoli, in una delle zone maggiormente battute dalla movida cittadina: Carmine Picale, 29 anni, si trovava in un pub della Riviera di Chiaia quando è stato raggiunto da un uomo con volto coperto da un passamontagna che lo ha ferito mortalmente esplodendo diversi colpi di pistola. Picale è morto poco dopo nell’ospedale Loreto Mare, dove era nel frattempo stato accompagnato da alcuni amici.

Il 27 maggio è il giorno del doppio omicidio del 45enne Carlo Nappello e del nipote 23enne, con il quale condivideva nome e cognome: i due, già noti alle forze dell’ordine e considerati dagli investigatori vicini al clan camorristico dei Lo Russo, sono stati uccisi in via Vincenzo Valente, nel quartiere Miano a Napoli, mentre erano a bordo di uno scooter. Almeno 20 i colpi di arma da fuoco esplosi con una semiautomatica da due persone che hanno probabilmente affiancato le vittime con uno scooter. Il duplice omicidio ha portato all’intensificazione del controllo del territorio da parte di carabinieri e polizia: il 30 maggio tre giovani tra i 19 e i 25 anni, pregiudicati, sono stati arrestati al termine di un inseguimento in via Janfolla, durante il quale in due hanno puntato una pistola contro i Carabinieri, desistendo subito dopo e venendo disarmati e immobilizzati.

Ieri poliziotti del Commissariato Scampia e della Squadra Mobile di Napoli hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 5 affiliati al gruppo criminale Nappello, ritenuti colpevoli di una rapina in un esercizio commerciale nel settembre 2016. Tra i destinatari dell’ordinanza emessa dal gip figurava anche Carlo Nappello, 45enne ucciso nell’agguato del 27 maggio a Miano