la Repubblica, 3 giugno 2017
Viaggio nel potere di Juventus e Real, una doppia anima da forti e antipatici
CARDIFF Sono uguali. Stessa razza padrona. Poteri forti. Abituati a divorare i deboli e ad ammansire i forti. A suggerire ubbidienza. Stessa tendenza storica alla monarchia. Alla gestione del comando. Il Real, appunto, della famiglia dei Borboni. E la Juve, del vero re d’Italia, l’avvocato Agnelli. Due squadre cattive, nella loro fame di comando, nel guardare tutti dall’alto in basso. Contente non solo di far male, ma anche di perpetuarlo. E per questo le due squadre più antipatiche del pianeta, ma anche con più tifosi nel mondo. Due squadre capitali: anche se Madrid lo è della Spagna e Torino non lo è dell’Italia, ma più discreta, si è limitata ad esercitare la sua patria potestà in altro modo. Il Real non si è mai vergognato del suo potere, né del suo presidente Santiago Bernabeu, seguace di Franco sì, ma anche capace dal’43 al ’78 di portare a casa sedici campionati, sei Coppe nazionali, sei Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale. In tutto, per dirla alla Mourinho, 29 “tituli”. Tanto che i tifosi del Real protestarono molto quando nel 2012 la società decise di togliere dallo stemma la croce cristiana, concessa da Alfonso XIII, che sovrastava la corona. «Per ragioni di sensibilità culturali» disse la proprietà che aveva appena firmato l’accordo con uno sponsor arabo. Ai fans quella duttilità commerciale non mostruose, di chi non si fa bastare mai niente, e ogni giorno vuole di più.
Sui soldi più esibizionista il Real che come premio darà 1 milione mezzo di euro a testa, per Champions e campionato, mentre la Juve con la sua parsimonia piemontese offre la metà per il triplete. Ma bisogna anche considerare che è stato Santiago Bernabéu, a inventarsi il calcio di oggi: Champions League e Coppa Intercontinentale, il pallone che diventa ciclo produttivo di lusso, che vende il suo prodotto con surplus e rende il Real la squadra più ricca del pianeta. Con la differenza piacque. Real e Juve sono la stessa faccia di un calcio prepotente: ci sono sempre state, non sono il nuovo che avanza, ma il vecchio che sorpassa e si rinnova. Sanno che la storia si porta via gli uomini, ma non le loro vittorie. Sono consanguinee: galacticos tutte e due. Anche nei numeri per arrivare a questa finale: i 600 minuti di imbattibilità di Buffon, i 106,8 km percorsi da Pjanic (nessuno nella Juve ne ha fatti di più), l’89% di passaggi andati a buon fine di Dani Alves, i 6 assist di Cristiano Ronaldo e i suoi 114,6 km calpestati, perché lui la palla se la va a cercare, i 499 gol segnati fin qui dal Real. Cifre ideologica che in Spagna tra gli antifranchisti solo lo scrittore Javier Marías è seguace del Real mentre gli oppositori tifano Atletico o Barcellona, indipendentista catalana, squadra buona ed etica che si mette l’Unicef sulle maglie, mentre la sinistra anticapitalista in Italia tifa bianconero: da Togliatti che sgridò Pietro Longo («E tu, pretendi di fare la rivoluzione senza sapere i risultati della Juventus?») a Veltroni, passando per Berlinguer. Né l’avvocato si vergognò quando gli riportarono che Tommaso Buscetta, superpentito di mafia, aveva detto di tifare Juve. Anzi rilanciò: «Se lo incontrate ditegli che è la sola cosa di cui non potrà pentirsi». Dov’era lo scandalo?
Juve e Real: una poltrona per due. Supremazie non amate per gli stessi motivi, imposizione silenziosa della sudditanza arbitrale, uno spregiudicato della ricchezza, tendenza a indirizzare il gioco, e forse anche a sapere giocare meglio degli altri. Senza mai fare sconti: se nei media critichi il Real in Spagna non fai tanta strada. È lesa maestà. Però l’infanta Cristina, figlia del re Juan Carlos e sorella dell’attuale re, Felipe VI, in Spagna l’hanno processata. L’unica differenza è nella fame: il Real, campione uscente, è alla sua seconda finale in tre anni mentre la Juve ne ha perse sei su otto. Anche tra i re l’appetito conta.