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 2017  giugno 03 Sabato calendario

Addio a Jeffrey Tate, il direttore d’orchestra si accascia al museo

ROMA Oltre a essere un musicista raffinato, esperto e sapiente, il direttore d’orchestra inglese Jeffrey Tate, morto improvvisamente ieri a Bergamo, era un emblema di volontà e coraggio, capace di dimostrare che pur nella fragilità del corpo si può conquistare il mondo. Affetto da spina bifida e cifosi, viveva da fiero combattente la sua malformazione e i limiti oggettivi della propria fisicità. Senza patetismi, affettazioni o autoindulgenza. Spesso dolorante, era comunque attivissimo. Aveva il respiro corto e i polmoni piccoli, e spiegava di aver dovuto imparare a “economizzare il gesto”. Eppure la voglia di vita non lo abbandonava mai. Odiava la curiosità sul suo essere “diverso” ed evitava di parlarne. Il suo rigore, la sua eleganza intellettuale, il suo riserbo da gentleman e la sua ferrea preparazione gli hanno dato sempre l’ammirazione e il rispetto delle orchestre e del pubblico.
Nato a Salisbury nel 1943, Tate a sei anni suonava il pianoforte, cantava e studiava il violoncello. Ma i genitori, preoccupati per il suo handicap, lo spinsero a fare Medicina. Grazie alla sua bella testa Jeffrey li accontentò in grande stile, laureandosi a Cambridge. Durante l’università aveva proseguito gli studi di pianoforte e composizione nel prestigioso Trinity College, poiché la musica era rimasta la sua passione fondamentale. Iniziò la carriera a Londra come assistente di alcuni campioni del podio del secondo Novecento, fra cui Georg Solti, Colin Davis e il leggendario Carlos Kleiber. Pierre Boulez ne fece il suo assistente a Bayreuth per il “Ring” del centenario, e il suo debutto come direttore in proprio avvenne nel 1978 all’Opera di Göteborg con “Carmen” di Bizet. Crebbe, lungo i suoi molti anni di lavoro, il suo repertorio ampio e diversificato, che spiccava in Mozart, Wagner e Strauss, includendo compositori francesi e autori-cardine del ventesimo secolo come Berg, Britten e Nono. Fu un acclamato direttore ospite al Covent Garden di Londra, al Metropolitan di New York e alla Scala di Milano, ed era amato e invitato dai Berliner Philharmoniker e dalla London Symphony Orchestra. Tra gli incarichi stabili ci furono la direzione principale della English Chamber Orchestra e i ruoli di direttore ospite dell’Orchestre National de France e di direttore principale degli Hamburger Symphoniker. Era molto legato l’Italia, e da esperto di pittura e arti visive frequentava i musei e collezionava antiquariato.
Ieri, quand’è stato fulminato dall’infarto che lo ha ucciso, stava andando a visitare con un gruppo di amici la Pinacoteca Accademia Carrara di Bergamo, dove si è accasciato prima dell’ingresso davanti al guardaroba.
Dal 2005 fino al 2010 fu il direttore musicale del San Carlo di Napoli, una delle sue città italiane d’elezione (parlava un italiano fluente, venato di accento british) insieme a Roma, dove ha diretto molto a Santa Cecilia, e a Torino. Nel capoluogo piemontese è stato Primo Direttore Ospite dell’Orchestra Sinfonica Rai dal 1998 al 2002 e Direttore Onorario fino al 2011. Avrebbe dovuto guidare il concerto di giovedì prossimo nell’Auditorium torinese Toscanini. All’inizio di maggio era stato sul podio della Fenice. Esteta per vocazione e scelta, adorava Venezia, dove nel 2009 aveva proposto il “Crepuscolo degli dei”. Confessava di essere “sopraffatto dalla bellezza dell’Italia” e affascinato dal culto italiano dell’improvvisazione. Ma rimaneva inglese nell’understatement, nell’ironia, nella mancanza di enfasi anche musicale, nel bisogno di controllo e razionalità.