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 2017  giugno 03 Sabato calendario

Le nuove frontiere dell’Isis perché i diktat del Califfo ora contagiano anche l’Asia

Per tutto il corso della sua breve esistenza, lo Stato islamico ha dimostrato di avere un grande talento per cogliere le opportunità. A volte sono mosse strategiche ragionate, come la decisione di espandersi oltre i confini dell’Iraq, stabilendo roccaforti in Siria nel 2013 e 2014. Altre sembrano decisioni prese in tempi rapidi per approfittare di uno spazio apertosi, come la conquista di Mosul (giugno 2014). E alcune sono scommesse abili, fatte nella consapevolezza che la miglior garanzia di successo futuro è il successo presente. L’espansione dell’Isis dopo la dichiarazione della rifondazione del Califfato ricade in quest’ultima categoria. La logica del nuovo progetto del gruppo era semplice: le bandiere nere che sventolavano sopra un’ampia fetta di Medio Oriente avrebbero ispirato leader islamisti a unirsi alla «cavalcata del califfo».
L’azzardo ha pagato, e numerose fazioni, dalla Nigeria alle Filippine, hanno scelto di schierarsi con l’Isis. Alcuni gruppi in precedenza erano legati ad Al Qaeda, altri sono spuntati adesso. Tutti consideravano lo Stato islamico più efficace, più aggressivo e più contemporaneo di tutto quello che c’era stato prima. I loro giuramenti di fedeltà hanno trasformato l’Isis da gruppo locale a formazione internazionale, che rivendica un ruolo di primo piano in “teatri di jihad” lontani migliaia di chilometri. Vale in particolare per l’Estremo Oriente, che include l’Indonesia, la nazione a maggioranza musulmana più popolosa del pianeta. Si calcola che siano un migliaio i volontari partiti dalla regione per andare a vivere sotto lo Stato islamico in Siria.
Alcuni erano ragazzi che volevano combattere; una percentuale consistente donne, e perfino bambini. Ora, mentre le roccaforti dell’Isis in Siria e in Iraq cadono una dopo l’altra, molti di questi stanno ritornando a casa. Fra loro anche combattenti che si sono fatti le ossa al fronte, e stanno apportando esperienza di combattimento e radicalismo alle organizzazioni islamiste armate locali. Lo scorso anno il generale Robert Brown, comandante Usa per il Pacifico, ha detto che ora che «l’erba infestante dello Stato islamico viene estirpata da altre aree del Medio Oriente e dell’Africa, sta trovando posti dove andare». Brown ha parlato di «tutta la regione del Pacifico» e ha detto che questi combattenti «si trovano in Bangladesh, nelle Filippine, in Indonesia, in Malaysia».
C’è un piano dell’Isis per ridislocarsi in Estremo Oriente? È improbabile. Fino a poco tempo fa, il gruppo mostrava scarso interesse per la regione e dedicava risorse propagandistiche limitate a quei Paesi. Le mappe dell’Isis che tracciano i confini del suo ideale califfato si estendono dal Marocco all’India o al Bangladesh, non oltre. Solo recentemente la regione Asia-Pacifico è stata aggiunta ad alcune mappe. Ma quell’area, nonostante l’elevatissimo numero di musulmani, è sempre stata periferica rispetto al cuore della fede islamica.
La diffusione dell’Isis nell’Asia sudorientale mette però in evidenza che in quasi tutte le aree in cui sono presenti gruppi armati islamisti, c’è una storia di militanza violenta che risale agli anni 40 e 50, al periodo coloniale o, in alcuni casi, alle invasioni delle potenze imperiali nel XIX secolo. Mindanao, l’isola povera dove l’assedio dell’esercito filippino ai terroristi legati all’Isis è ancora in corso, ha una tradizione di resistenza all’autorità centrale. I musulmani sono maggioranza a Mindanao (il resto del Paese è in maggioranza cattolico). L’ondata più recente di violenza islamista armata cominciò a prendere forma negli anni 80, con l’estre-mismo che crebbe all’ombra dell’espansione dell’islamismo politico moderato e di un ritorno a valori sociali conservatori, come, in gran parte, è successo anche nel resto del mondo islamico. E come altrove, è stato alimentato dalle conseguenze della guerra antisovietica, dalla predicazione, con i soldi degli Stati del Golfo, di versioni intransigenti dell’Islam e dalle tensioni traumatiche prodotte da una rapida crescita economica. Nel 2001 esistevano movimenti estremisti in tutta la regione, il più grande Jemaa Islamiyya, un’organizzazione indonesiana collegata all’attentato in una discoteca di Bali nel 2002. Seguì un’ondata di attentati, molti riconducibili a Jemaa Islamiyya. Ma l’ingresso in scena dell’Isis ha ridato nuova giovinezza a molti veterani, come Hapilon, lo storico leader del gruppo filippino Abu Sayyaf, un tempo legato ad Al Qaeda. Questo guerrigliero 51enne ha giurato fedeltà all’Isis nel 2015. È stata proprio un’operazione fallita per catturare Hapilon che ha portato all’attuale situazione di stallo a Marawi, la città più grande dell’isola di Mindanao.
La nuova ondata di violenza ha ispirato anche una sconcertante serie di nuovi attori. Alcuni sono gruppi organizzati, altri reti, altri lupi solitari. Le azioni dell’attentatore solitario che ha preso d’assalto un casinò di Manila questa settimana sembrano contraddire la rivendicazione dell’Isis, che lo presenta come «un combattente del califfato». Non sono frequenti i casi di jihadisti che si ricoprono di benzina dentro una stanza d’albergo e poi si sparano, per dirne una. Inoltre la rivendicazione dell’Isis includeva inesattezze, come il numero di attentatori. Ma, chiunque ci sia dietro a questo attacco, per l’Isis potrebbe essere una vittoria comunque, perché il suo scopo è terrorizzare, ispirare una paura irrazionale. I video pubblicati online mostrano gente in preda al panico che scappa dal casinò con il rumore degli spari in sottofondo. Gridano «Isis, Isis», e già solo questo sarà motivo di soddisfazione per i leader del gruppo, mentre contemplano il territorio che rivendicano come parte del loro Stato, sull’orlo della dissoluzione, ma ancora letale.
(Traduzione di Fabio Galimberti)