la Repubblica, 3 giugno 2017
L’amaca
Le dimissioni di Campo Dall’Orto non sono la più grave delle sconfitte di Renzi, che l’aveva voluto alla Rai; ma la più significativa, sì. Le altre modernizzazioni messe in campo dal segretario del Pd, vere o presunte, sono molto più complicate, perché era scontato che avrebbero incontrato, sul terreno sociale e politico, tenaci resistenze. Ma l’idea di affidare a una governance autonoma il controllo della tivù pubblica, liberandola dalla morsa dei partiti, godeva invece, almeno sulla carta, di un diffuso consenso: perfino quello, a parole, dei partiti, in testa quello di Renzi.
Campo Dall’Orto aveva preso alla lettera le garanzie di pieno mandato. Non poteva prevedere che le resistenze conservatrici sarebbero arrivate, a tradimento, anche dal Pd, che si è rimangiato sul campo la sua stessa scelta di rinnovamento. Se Renzi può addebitare ai sindacati e al pesante clima sociale le resistenze al Jobs Act, all’ostracismo castale dei Professori e all’ostilità del corpo elettorale l’affondamento delle riforme istituzionali, sulla Rai può prendersela solamente con i suoi, incapaci di vedere al di là del proprio piccolo potere di controllo e di veto. L’esito del lavoro dei renziani alla Rai è molto antirenziano.