Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  giugno 03 Sabato calendario

L’amaca

Le dimissioni di Campo Dall’Orto non sono la più grave delle sconfitte di Renzi, che l’aveva voluto alla Rai; ma la più significativa, sì. Le altre modernizzazioni messe in campo dal segretario del Pd, vere o presunte, sono molto più complicate, perché era scontato che avrebbero incontrato, sul terreno sociale e politico, tenaci resistenze. Ma l’idea di affidare a una governance autonoma il controllo della tivù pubblica, liberandola dalla morsa dei partiti, godeva invece, almeno sulla carta, di un diffuso consenso: perfino quello, a parole, dei partiti, in testa quello di Renzi.
Campo Dall’Orto aveva preso alla lettera le garanzie di pieno mandato. Non poteva prevedere che le resistenze conservatrici sarebbero arrivate, a tradimento, anche dal Pd, che si è rimangiato sul campo la sua stessa scelta di rinnovamento. Se Renzi può addebitare ai sindacati e al pesante clima sociale le resistenze al Jobs Act, all’ostracismo castale dei Professori e all’ostilità del corpo elettorale l’affondamento delle riforme istituzionali, sulla Rai può prendersela solamente con i suoi, incapaci di vedere al di là del proprio piccolo potere di controllo e di veto. L’esito del lavoro dei renziani alla Rai è molto antirenziano.