Corriere della Sera, 3 giugno 2017
Addio a Jeffrey Tate: infarto nella pinacoteca
Un malore improvviso. Arresto cardiaco. Jeffrey Tate si è spento così. Il celebre direttore d’orchestra inglese era un Italia, stava visitando l’Accademia Carrara di Bergamo. Quando si è accasciato era vicino al guardaroba della Pinacoteca. Aveva 74 anni. Gran parte della sua vita l’ha passata su un letto d’ospedale, per una malformazione alla spina dorsale.
È stato direttore principale della English Chamber Orchestra e dell’Orchestre National de France, direttore musicale dal 2005 al 2010 del San Carlo di Napoli, direttore onorario dell’Orchestra Sinfonica della Rai.
Tre anni fa accettò di raccontare al Corriere della Sera la sua vita di malato, mettendo a nudo la sua anima, senza difese. Si trovava al Festival di Spoleto per il concerto in Piazza. Disse che aveva guardato in faccia la morte in due occasioni, ad Amburgo e a Napoli: «Due brutte crisi, ero tutto intubato. Funzionava solo il fegato. Ho dovuto imparare a respirare di nuovo, senza macchina per l’ossigeno». Da allora era aumentata la sua fame di vita, «voglio godere ogni momento, assaporo ogni dettaglio delle mie giornate, la precarietà ti dà una febbre di libertà»; aveva un debole per la musica che si avvicina alla morte, poi aggiunse con humour britannico: «è la mia parte oscura, wagneriana».
Aveva le braccia forti e il gesto controllato. Diceva di non poter dirigere le ultime opere di Verdi, richiedono troppe energie. «Devo fare i conti con dei limiti oggettivi. Ho il respiro corto, i polmoni piccoli».
Negli anni aveva imparato a economizzare il gesto. Alcuni turisti intorno lo guardavano con morbosità. Lui fece un gesto che diceva tutto, era disturbato dalla curiosità eccessiva nello sguardo degli altri, «ancora mi fa male, dovrei essere abituato ma sono cose che ti feriscono». Era di buonumore, parlava del fondatore del festival, Menotti: «Gli confidai che da giovane volevo fare il medico, mi rispose che potevo medicare le anime con la musica». Aveva cominciato a sei anni lo studio del pianoforte, cantava e suonava il cello, i suoi genitori erano preoccupati, non veniva da una famiglia benestante, in famiglia temevano che non avrebbe potuto avere una carriera nella musica. E dicendolo rise: «Poi non ero un genio e avevo un handicap fisico». Si godeva la piazza in una pausa delle prove del concerto, amava l’Italia: «Sono sopraffatto dalla bellezza, dalla sensibilità artistica degli italiani. Nelle mie condizioni c’è un modo diverso di guardare alla vita, sei più indipendente». Era ateo, non trovò rifugio nella fede: il suo rifugio si chiamava Mozart, Beethoven, Verdi. Si era laureato in medicina nel 1969, poi seguì la sua passione più autentica: la musica. L’ultima cosa che cercava era la compassione. Ma ci congedò dicendo: «Ho combattuto tutta la vita».