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 2017  giugno 03 Sabato calendario

L’erba uruguayana di Alicia Castilla

Se da luglio in Uruguay si potrà comprare la cannabis dal farmacista il merito (o la colpa) è anche suo. Alicia Castilla, 72 anni, scrittrice argentina trasferitasi a Montevideo, ha combattuto infatti una battaglia continua per la liberalizzazione. Nel 2011 è finita in carcere. «Mi hanno trattato come la versione femminile di Pablo Escobar», ha raccontato all’ Observer. Ma in prigione, dove ha convissuto per mesi con «gli scarafaggi che scorrazzavano sul letto», fu consultata dai parlamentari che mettevano a punto il provvedimento poi approvato.   Sulla nuova legge Alicia ha però «sentimenti contrastanti», come succede spesso agli irriducibili sostenitori di un’idea: «Avrei preferito una libertà maggiore». Nel Paese sudamericano si potranno acquistare 40 grammi di cannabis al mese e sarà possibile coltivare sei piantine. Per farlo bisogna iscriversi a un registro statale, lasciando le impronte digitali. Il governo vuole così sconfiggere il traffico criminale senza incoraggiare il consumo.
  L’Uruguay sta diventando una specie di Canada in miniatura, anche se dal 2010 al 2015 è stato guidato da un presidente, l’ex guerrigliero José Pepe Mujica, che quando ha ceduto il posto a Tabaré Vázquez aveva quasi il doppio degli anni di Justin Trudeau. È ormai lontana l’epoca terribile delle dittature militari, delle attività coperte di Cia e Pentagono, della guerriglia dei Tupamaros, la cui immagine-simbolo appartiene al film L’Amerikano di Costa- Gavras: il capo che consulta gli altri membri del gruppo, saliti e scesi uno per volta da un autobus notturno, per decidere se eliminare l’ostaggio statunitense. Tutti dicono sì, lui annota su un giornale.
  E in Italia? Un disegno di legge sulla legalizzazione della cannabis per uso personale e terapeutico (firmato nel 2016 da 221 deputati e 73 senatori appartenenti a tutti gli schieramenti politici), è attualmente all’esame della Commissione Giustizia della Camera. Paolo Mieli ha scritto su questo giornale che si tratterebbe di «una conquista sul fronte dei diritti» in grado di regolare «un mercato nascosto sempre più florido». Ma se si voterà in autunno sarà una delle riforme che verranno rinviate. Perché da noi le legislature sono «à la carte». Come i menù.