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 2017  giugno 03 Sabato calendario

Etiopia: vite prosciugate

L’acqua dell’Omo scorre come gli ultimi granelli di sabbia in una clessidra per le tribù di questa valle remota nella regione etiope che circonda la capitale, Addis Abeba. C’è sempre meno acqua per loro, drenata dalle grandi dighe. Mega infrastrutture (tre già finite e due da realizzare) per garantire energia nel Paese «Tigre d’Africa», dalla crescita «impressionante» come l’ha definita la Banca Mondiale.
Almeno 400 mila nativi che vivono lungo il fiume sono in pericolo. Senz’acqua non ci può essere vita per questi popoli dell’Oromia. Per le autorità dovrebbero spostarsi in città, perdendo la loro cultura millenaria. Sembra caduto nel vuoto l’allarme lanciato da Ong come Survival International quando l’anno scorso fu inaugurata Gibe III, la diga più imponente d’Africa realizzata dall’italiana Impregilo. Danilo Mauro Malatesta, fotoreporter di ritorno dall’Etiopia, ha passato un mese tra i Mursi, nella zona di Jinka, dove in una riserva protetta fervono i lavori per la costruzione di un immenso zuccherificio cinese. «Non ho mai incontrato operatori umanitari né agenti, medici o funzionari» racconta Malatesta. Una terra di nessuno dove i nativi sono indipendenti ma sprovvisti di qualsiasi assistenza. Malatesta li ha fotografati usando un banco ottico 20x25, una tecnica analogica che impone tempi lunghi, in sintonia con i ritmi di queste popolazioni. Nei ritratti appaiono come imprigionati in un telo di cellophane: non una protezione ma una barriera che li isola e soffoca. Un espediente che rende l’idea della «morte progressiva», come una «lenta asfissia». Una clessidra che si svuota al ritmo delle acque dell’Omo.