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 2017  giugno 03 Sabato calendario

I seggi a rischio incostituzionalità

ROMA Fatta la legge trovato l’inganno, si usa dire. Ma in tema di norme elettorali ormai sembra andare meglio un “fatta la proposta, trovato il vulnus costituzionale”. È così anche per il testo depositato mercoledì in commissione Affari costituzionali della Camera: condiviso da Pd, Forza Italia, Movimento 5 Stelle e Lega; definito da alcuni un tedesco in salsa italiana e da altri – come il senatore pd Vannino Chiti – «un mini Porcellum in salsa tedesca»; ma a parere di diversi giuristi ben debole almeno sul meccanismo di assegnazione dei seggi. Perché l’elettore potrebbe scegliere il suo rappresentante con la quota uninominale; ma la precedenza ad entrare in Parlamento spetterebbe al capolista del listino del partito collegato a quel candidato. 
«Questo è ingannevole nei confronti dell’elettore – spiega il costituzionalista Massimo Luciani, docente alla Sapienza di Roma –. Il legislatore ha optato per distribuire metà dei seggi con l’uninominale e metà con lo scrutinio di lista; ma non è stato coerente, perché i candidati nell’uninominale raramente saranno eletti, mentre al loro posto lo saranno i capilista. E lo saranno proprio dove il loro partito si sarà rivelato più debole». 
C’è una contraddizione interna al sistema che comporta «un serio dubbio di costituzionalità, perché la coerenza l’ha chiesta la Corte». Senza contare, aggiunge Luciani, «che, con le liste bloccate e la possibilità di presentarsi in luoghi diversi, il candidato del collegio uninominale potrebbe cedere anche al secondo dei nomi indicati in lista da ciascun partito». Insomma, molto bene l’ispirazione al modello tedesco, «ma il legislatore tenga presente che in materia elettorale ci sono già state due sentenze della Consulta: un terzo schiaffo sarebbe catastrofico». 
Persino Stefano Ceccanti, costituzionalista pd vicino a Matteo Renzi, crede che sulla questione della ripartizione dei seggi si debba «intervenire, lavorare ancora per aggiustamenti successivi». Ceccanti tende a sminuire un po’ il problema, «è un punto debole, sì; ma la non elezione dei candidati della quota uninominale si produrrebbe soltanto in casi limitati, nelle regioni politicamente monocolori». 
Ciò detto, però, anche se la cosa si verificasse in poche situazioni, il vulnus esisterebbe comunque: «Quindi adesso è senz’altro giusto rimediare, guardare con un atteggiamento laico... Magari si può ragionare di nuovo sul numero dei collegi». Ma come si è finiti in questo pasticcio giuridico? «L’intesa politica – conclude Ceccanti – prevedeva il vincolo che ci fosse un numero di seggi perfettamente proporzionale al voto». Comunque, anche se la cosa riguardasse poche situazioni, il vulnus esisterebbe, e quindi «è giusto rimediare». 
Anche Francesco Clementi, docente all’Università di Perugia e alla Luiss, concorda nel rilevare un problema di costituzionalità sulla questione. E lo riassume così: «Se un elettore si esprime su un nome, la sua scelta non può essere subordinata a decisioni esterne. Il vincitore di ciascun collegio uninominale deve essere eletto per primo».