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 2017  giugno 03 Sabato calendario

La «secessione» americana

Dopo il trauma, la rivolta. Politica, economica, culturale. La parte largamente maggioritaria dell’America, secondo i sondaggi, reagisce con furore alla decisione di Trump di stracciare l’accordo globale sul clima. Ma il presidente non torna indietro. Ieri ha spedito il portavoce Sean Spicer e il direttore dell’Agenzia per l’ambiente, Scott Pruitt, in sala stampa a difendere la scelta. Niente tweet stavolta, ma un messaggio indirizzato solo ai supporter che si erano registrati nel corso della campagna elettorale 2016: «Promessa mantenuta sull’accordo di Parigi. Ora gli interessi particolari, i media fabbricatori di notizie false, Hollywood, i lobbisti e l’establishment corrotto ci stanno attaccando su tutti i fronti». Firmato: Donald Trump.
Il partito dei governatori
Il fronte più importante è quello formato, per ora, da tre governatori e 30 sindaci. L’alleanza formalizzata da Jerry Brown, alla guida della California, Andrew Cuomo, dello Stato di New York e Jay Inslee, di Washington (costa occidentale), tutti democratici, rappresenta un quinto del Pil Usa: dalla Silicon Valley alla Grande Mela fino a Seattle, la città della Boeing. La California, che da sola produce la stessa ricchezza della Francia, ha avviato da tempo massicci investimenti nelle rinnovabili; a Washington il governatore Inslee sta sovvenzionando l’acquisto di auto elettriche. Cuomo ha promosso fondi ambientali per oltre 200 milioni di dollari. Il californiano Brown si sta muovendo come un primo ministro. Ieri era in Cina per discutere proprio di clima. Allo studio un vertice con Canada e Messico.
La linea dei sindaci
L’ordinamento federale assegna leve cruciali anche ai sindaci. Bill de Blasio (New York), Muriel Bowser (Washington DC), Steve Adler (Austin), Tom Barrett (Milwaukee) e William Peduto (Pittsburgh, la città che Trump ha contrapposto alla logica dell’accordo di Parigi): tutti manterranno rafforzeranno le misure anti inquinamento. Sarà un ostacolo durissimo e rumoroso per il presidente: tra le prime cento città statunitensi, 67 sono guidate da sindaci del partito democratico.
La voce dei manager
Il presidente di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein ha inviato il suo primo tweet in assoluto: «Questa decisione è un passo indietro per l’ambiente e per la leadership americana nel mondo». Goldman Sachs è la finanziaria più influente e controversa del Paese, per altro robusta fornitrice di consiglieri all’amministrazione.
Il fondatore di Tesla, Elon Musk, è forse il più deluso. Aveva accettato, tra le perplessità del suo ambiente, di avvicinarsi al nuovo presidente. Trump lo ha semplicemente spianato, anteponendo la base dell’America profonda, quella delle ciminiere fumanti alla ricerca sull’auto elettrica. Lascia il comitato degli advisor anche Robert Iger (Disney). Ma tutto il mondo dell’economia è in rivolta. Oltre 100 manager hanno preso le distanze da Trump. Tra loro Mark Zuckerberg di Facebook, poi i ceo di Apple, Google, Microsoft e le multinazionali dell’energia, come Exxon, Bp, Shell. Imbarazzo anche tra i costruttori di auto. Mary Barra (General Motors) ha orientato la produzione verso veicoli meno inquinanti.
Le star in campo
Nel seguito di Una scomoda verità, il documentario di Davis Guggenheim sul climate change, con protagonista l’ex vice presidente Al Gore, ci sarà un capitolo su Trump, aggiunto in extremis prima dell’uscita del film, il prossimo 28 luglio. Poi torneranno in campo le star del cinema, come Leonardo DiCaprio, dello spettacolo. Show, satira: tutti contro «The Donald».