Corriere della Sera, 3 giugno 2017
Arie incondizionate
L’ aria condizionata è sessista. Tarata sul metabolismo basale del maschio. Come quasi tutto, del resto, dalla posologia dei medicinali al dibattito sul proporzionale. Ogni volta che si tratta di prescrivere qualcosa che valga per l’intero genere umano, il maschio non è mai uno dei due poli tra i quali fare la media, ma la misura di tutte le cose. Capotavola è dove mi siedo io, ebbe a dire un esponente irrecuperabile della categoria, che nella fattispecie non è nemmeno Trump, ma D’Alema.
Mentre su altre questioni si era potuto transigere, l’aria condizionata è materia troppo seria per ammettere ulteriori discriminazioni. Come rivela una ricerca, nei luoghi di lavoro le donne sono impegnate in una meritoria battaglia contro l’abuso di un aggeggio ammalante che provoca nelle persone accaldate lo stesso effetto di una pizza bollente in una ghiacciaia. Se di prendersi una bronchite in inverno erano sempre stati capaci tutti, buscarsela a giugno è una conquista della modernità. Nessuno intende negarne i benefici per la crescita economica, specie in un periodo di ostinata glaciazione del Pil. Oltre che quello delle pasticche contro la raucedine, l’aria condizionata ha favorito il diffondersi di un anomalo mercato estivo di maglioncini, che le vittime tengono nella borsetta per indossarli appena varcano la soglia dell’ufficio di un collega virilmente surgelato. Nessuno pretende di abolirla. Si chiede soltanto di riportarla a misura d’uomo, cioè (anche) di donna. A costo di fare un po’ sudare certi maschi che si danno arie incondizionate.