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 2017  giugno 02 Venerdì calendario

Roberto Rossellini, l’uomo che amava. Intervista al figlio Renzo

Se ne è andato 40 anni fa, il 3 giugno 1977. Renzo, che padre è stato Roberto Rossellini? “Un gran padre, con lui è stato come vivere con un profeta. Mi ha insegnato a pensare, a capire la gente. E ad amare le donne”.
Come si amano?
Senza stima non ci può essere amore.
Gli davano del sultano.
Sultano? Macché, era un monogamo seriale. Una relazione dopo l’altra, perché quando la vita è lunga è normale che finiscano.
Tradimenti?
Non solo sessuali, anche professionali.
Chi ha tradito Roberto?
Ingrid Bergman. Lei aveva lasciato l’America per lui, ma pian piano il loro rapporto aveva perso smalto, forse anche per l’insuccesso di qualche film fatto insieme. Ingrid cercava altro e trovò Jean Renoir: mio padre non digerì.
Sua madre, la prima moglie Marcella De Marchis, lo definì nella splendida autobiografia Un matrimonio riuscito “un uomo forte, generoso, intelligente, cocciuto, geloso, ironico, spiritoso e amante delle donne”. Geloso, dunque?
Sì, quando nel 1959 Marcellina chiese a Fellini se potesse lavorare da costumista o arredatrice nel suo nuovo film, La dolce vita, Roberto la cooptò con sé a Parigi, lamentando che noi bambini eravamo soli. Ma non era solo gelosia, c’era un altro problema.
Quale?
La dolce vita, il film che era un tradimento. Federico aveva lavorato con lui da Roma città aperta a Paisà e Germania anno zero, poi aveva debuttato con Lo sceicco bianco, e fin qui nulla da eccepire. Anche i film successivi Roberto li aveva stimati in linea con il suo insegnamento, ma La dolce vita, tutto quel gossip sul mondo dello spettacolo, proprio no: lo considerava il tradimento del discepolo prediletto.
Sì è sentito pugnalato?
Giusto, pugnalato. Dei suoi discepoli nessun altro lo ha fatto, Fellini sì. Lizzani girò Banditi a Milano, un film commerciale come pretendeva il produttore: non gli piacque affatto, ma mio padre non lo intese un tradimento.
Marcella, diceva, era “la guardiana del faro”.
Perché c’era sempre, anche dopo la fine del matrimonio. C’è stata fino alla fine: Roberto gli è morto tra le braccia.
Nella casa ai Parioli quel giorno c’era anche lei.
Speravo fosse un dolore passeggero al torace, invece no, l’ho toccato, l’ho sentito morto. E un po’ sono morto anche io.
Oltre ad amare, che le ha insegnato suo padre?
Una professione, nei 20 anni in cui abbiamo lavorato fianco a fianco. Il cinema per lui doveva essere un’arte adulta che rispettasse il pubblico. E l’amore tornava anche qui: bisogna amare il pubblico, diceva, ogni film è un atto d’amore.
Qual era la funzione didattica del cinema?
Essere utile agli uomini per capire sé e il mondo, e per crescere. Per lo stesso motivo, credeva in una televisione utile. Aveva un televisioncino sul comodino, e vedendo i telequiz di Mike Bongiorno comprese due cose: che mezzo poderoso fosse e che tragico errore per l’umanità non saperlo usare.
Suo padre iniziò a girare durante il Ventennio.
Sì, ma i suoi erano film antifascisti. Basti pensare alle estreme unzioni de L’uomo dalla croce (1943), all’ospedale dell’esordio La nave bianca (1941): non erano propaganda, e per questo non piacquero al fascismo.
Il 14 agosto del ’46 un’appendicite si portò via suo fratello maggiore, Romano, a soli nove anni. Papà stava preparando Germania anno zero.
Lo fece dalla cappella di famiglia al Verano. Si fece installare una colonnina telefonica, perché passava le giornate a vegliarlo insieme a mia madre. Per me, che avevo cinque anni, era come stare a Villa Borghese. Qualche bomba era caduta anche lì, c’erano tombe scoperchiate, io incrociavo tibie e teschi alla maniera dei pirati, poi coprivo e ci mettevo sopra un pezzo di marmo. Sono nato in guerra, e il dopoguerra non era poi tanto diverso.
Roberto le fece conoscere la pace.
Quando mi vide sbandare verso l’estrema sinistra, peraltro erano gli anni del terrorismo, si preoccupò. Mi chiamò a sé: ‘Renzo, vuoi fare davvero una cosa rivoluzionaria? Leggiti questo’, e mi mise in mano i Vangeli. ‘Nessuno – mi spiegò – si è ancora rivolto ai deboli come ha fatto Cristo’.
Che ne è stato del cinema italiano in questi 40 anni?
Non osserva più quel che gli succede intorno. Troppi autori preferiscono guardarsi l’ombelico: mio padre no, l’ombelico non se l’è mai guardato.