il Fatto Quotidiano, 2 giugno 2017
Proiettili all’uranio in Italia, tutti sapevano del pericolo
Quando i finanzieri, nel 1994, si accorsero di proiettili all’uranio impoverito in dotazione al gruppo navale di Napoli, custoditi nel deposito della Marina Militare alla Montagna Spaccata di Pozzuoli, il Comando generale delle Fiamme Gialle inviò loro una copia del manuale Nato allora in uso che avvertiva della tossicità e della pericolosità del prodotto.
Il fax porta sul foglio di accompagnamento la data del 3 giugno 1994, fu spedito dal Comando all’allora brigadiere Giuseppe Carofiglio, l’ex sottufficiale che ha confermato al Fatto la documentazione su quei proiettili, di cui abbiamo dato notizia ieri: le foto delle casse con il simbolo della radioattività che contenevano i proiettili da 30 mm prodotti dalla Breda Meccanica Bresciana di Peschiera del Garda (Brescia) poi acquisita da Finmeccanica (oggi Leonardo); la relazione dei tecnici dell’Anpa che misurarono le radiazioni; il telex del Comando Gdf che in vista di un’esercitazione raccomandava l’uso di “guanti da lavoro” e l’esplosione di normali colpi d’arma da fuoco dopo quelli Ap-I (perforanti e incendiari) “a scopo ‘pulire’ canna da eventuali residui”.
Sono infatti i residui a contenere le nanoparticelle che secondo una letteratura medica ormai consolidata provocano leucemie e altre malattie tumorali che hanno colpito, secondo l’Osservatorio militare che li assiste, circa 7.000 militari italiani, di cui 342 deceduti.
Per la prima volta da vent’anni, ci sono prove che le forze armate italiane disponevano, almeno nel 1994, quando la Sindrome del Golfo non era ancora di pubblico dominio, di proiettili contenenti uranio 238. Fin qui i ministri della Difesa, compreso l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel 2000, l’hanno sempre negato. Oggi invece la Difesa non commenta le rivelazioni del Fatto, tanto meno alla vigilia del 2 giugno. Il Comando della Gdf neppure: “Stiamo ricostruendo la vicenda”, che del resto risale a 23 anni fa. Al Fatto risulta che, come dichiarato dall’ex maresciallo Carofiglio, quei proiettili nel 1994 furono subito smaltiti in un’esercitazione nelle acque tra Ponza e Ventotene. Ma quanti altri ne avevano e perché? Da quanto tempo e fino a quando? Non c’è ancora una risposta.
Tutti sappiamo che la Finanza, corpo di polizia a ordinamento militare, in genere si trova a sparare, in acque territoriali, a trafficanti e contrabbandieri che certo non usano i mezzi corazzati per i quali sono stati inventati quei colpi. Se li hanno utilizzati loro, cosa facevano Esercito, Aeronautica e Marina nelle missioni nei Balcani e nelle esercitazioni nei poligoni sardi di Porto Teulada e Salto di Quirra? Davvero li hanno usati solo gli alleati? Anche qui, per ora, non c’è risposta.
Le notizie del Fatto di ieri sorprendono perfino Domenico Leggiero, maresciallo dell’Aviazione dell’esercito, presidente dell’Osservatorio Militare che si occupa da vent’anni dell’uranio 238. “Ho sempre escluso anch’io – dice – che quei proiettili fossero in dotazione alle nostre forze armate”. Quanto al manuale Nato, Leggiero lo conosceva: “Il contenuto è lo stesso del video del Pentagono realizzato proprio nel 1994 e ignorato dai nostri vertici durante le missioni nei Balcani. Ma se proiettili all’uranio impoverito sono stati prodotti e utilizzati in Italia, chi procurò quel materiale?”. Il tema interessa la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito presieduta dal deputato dem Gian Piero Scanu e di cui Leggiero è consulente: “Ho letto il vostro articolo – ci ha detto ieri Scanu –. Mercoledì proporrò all’ufficio di presidenza della commissione di approfondire la questione”. È probabile la convocazione di Carofiglio e l’acquisizione dei documenti pubblicati dal Fatto.