il Fatto Quotidiano, 3 giugno 2017
Lettere ai tedeschi di Primo Levi: “Ditemi chi siete”
Che cosa rappresentarono i tedeschi per Primo Levi? Posta così, alla luce della sua detenzione nei campi di sterminio e della lettura dei suoi libri, a cominciare da Se questo è un uomo, la risposta non potrebbe essere che una sola: furono gli assassini nazisti di Auschwitz, il lager dove fu imprigionato, ma anche quelli che, sebbene non fossero stati coinvolti direttamente nell’orrore, avevano saputo e avevano taciuto. Per lo scrittore e chimico torinese, tuttavia, la questione non si poteva ridurre a quell’unica verità, sia pure indubitabile. Scrivendo a Heinz Riedt, il traduttore per l’edizione tedesca di Se questo è un uomo, una lettera-prefazione, gli diceva nel 1961: “So anzi, da quando ho imparato a conoscere Thomas Mann, da quando ho imparato un po’ di tedesco (e l’ho imparato in un Lager!), che in Germania c’è qualcosa che vale, che la Germania, oggi dormiente, è gravida, è un vivaio, è insieme un pericolo e una speranza per l’Europa”.
Il drammatico e complesso rapporto con la Germania, la necessità esistenziale, umana e storica di “capire i tedeschi”, sono la materia viva del saggio Primo Levi e i tedeschi di Martina Mengoni, studiosa della Scuola Normale di Pisa. Da poco pubblicato dall’Einaudi (pagg. 219, euro 20) nell’ambito della collana che raccoglie gli atti delle “Lezioni Primo Levi”, promosse dal Centro internazionale di studi Primo Levi di Torino. Il volume ha in appendice quattro lettere a corrispondenti tedeschi dell’autore de I sommersi e i salvati, due in francese e due in italiano, provenienti da archivi privati. L’assunto dell’indagine della Mengoni, che scandaglia i rapporti di Levi con la Germania prima, durante e dopo Auschwitz, si riassume all’inizio del suo studio: “‘Chi sono i tedeschi per Levi?’ può sembrare una domanda provocatoria. Lo è, ma solo in parte”. Perché intende “chiamare in causa chi crede all’esistenza di un Levi atemporale, monolitico, sempre uguale a se stesso, e che dunque non potrebbe che dare un’unica e invariabile risposta: i tedeschi sono i carnefici”. Invece “i tedeschi per Levi non smettono mai di essere i carnefici, ma possono, devono diventare anche altro: è questo il senso concreto dell’espressione ‘capre i tedeschi’”.
La ricerca, l’ossessione, dell’ex deportato scampato alla camera a gas e alla marcia della morte, che vuole comprendere “i tedeschi”, hanno un momento particolarmente significativo alla fine degli anni Sessanta, quando entra in contatto epistolare con il dottor Ferdinand Meyer, che era stato uno dei tecnici germanici che lavoravano nella fabbrica di Buma, ad Auschwitz III-Monowitz. Per Levi è il primo incontro con un tedesco che stava “dall’altra parte”; un tedesco coinvolto, anche se non un criminale, un aguzzino, un SS, bensì un ingegnere civile, del quale non ha un cattivo ricordo perché allora fu gentile con lui, schiavo del lavoro di Hitler. Il 12 marzo del 1967, nella lettera riportata dalla Mengoni, gli scrive: “Per contro, non Le nascondo che Le scrivo con esitazione: proprio perché è la prima volta che mi accade (come al termine di una partita a scacchi) di essere in comunicazione con qualcuno che si trovava dall’altra parte della barricata, anche se contro voglia, come credo fosse il Suo caso, e come mi pare di intendere dalla Sua lettera”. Si scambiano frammenti di memoria di quel periodo terribile; Meyer ha letto Se questo è un uomo, lo scrittore gli domanda se la descrizione di Buma “sia valida, oppure distorta per evidenti ragioni”. Vuole sapere, vuole capire. Gli chiede: “Più in generale: ritiene che la direzione dell’I.G.”, ossia il colosso chimico I.H.-Farben, che utilizzava il lavoro coatto del lager, “abbia assunto volentieri mano d’opera proveniente dai Lager? Che abbia ritenuto di rendere così meno incerto l’avvenire dei prigionieri? Che il loro lavoro fosse utile alla I.G., o inutile, o addirittura nocivo? Che cosa era noto degli ‘impianti’ di Birkenau?”. A un certo punto, Levi scrive a Meyer: “Ricordo con chiarezza un solo incontro con Lei, nel Laboratorio del Bau 938 (?): Lei mi chiese perché io avessi la barba così lunga, io Le dissi che a noi veniva rasata in Lager solo una volta a settimana. Lei mi promise uno ‘Schein’ per farmi radere più sovente, e mi fece anche avere uno paio di scarpe di cuoio e una camicia pulita. Mi chiese anche perché io avessi l’aria così impaurita: non ricordo la mia risposta, ma ricordo di aver provato davanti a Lei l’impressione precisa di trovarmi davanti a un uomo che si rendeva conto della nostra situazione, e che provava pietà e forse anche vergogna”. La lettera a Meyer, che sarà in seguito protagonista di un racconto, Vanadio, de Il sistema periodico, si conclude così: “Sono molto contento di poter comunicare con Lei: per parte mia, considero questo incontro, per ora soltanto epistolare, un inaspettato e straordinario dono del destino, e sono sicuro che non ne potrà scaturire che del bene”.
Sappiamo, da quanto ricostruisce Martina Mengoni, che “il tono di Meyer”, nelle sue lettere, “è sobrio e compartecipe. Non indugia sul tema ‘colpe del popolo tedesco’. (…) Auspica, piuttosto, che si possa pervenire a un ‘superamento del passato’”. Nella lettera Hety Schmitt-Maas, una bibliotecaria e giornalista il cui padre aveva espresso idee antinaziste, del 5 novembre 1966, che pubblichiamo, Levi aveva affermato: “Si péntono gli innocenti, non i colpevoli: è assurdo, eppure è molto umano. Appunto per questo, penso che i tedeschi coscienti, piuttosto che abbandonarsi a uno sterile senso di colpa, dovrebbero operare in tutti i modi che sono loro consentiti (…) affinché quanto è stato commesso non venga dimenticato, ed i veri colpevoli siano puniti”.