La Gazzetta dello Sport, 3 giugno 2017
Agassi: «In missione gratis per il tennis. Riporterò Djokovic al vertice»
«Quello con Novak per me non è un lavoro. È un impegno». Andre Agassi lo precisa subito, sbadigliando e stiracchiandosi insieme a tutto il Roland Garros, che a metà mattina ancora non ha ingranato. La sua T-shirt, grigia come l’afoso cielo parigino, diventerà l’ombelico del mondo per ore e ore, rubando la scena ai campi. Lui, l’uomo del giorno, lo sa benissimo: il tono è da santone, ma già dalle prime battute allo stand Lavazza (di cui è testimonial d’eccezione) si capisce che non una singola parola gli uscirà a caso. Sul far della sera, il suo Djokovic sarà sopravvissuto alla trappola Schwartzman. Agassi compare nel clan serbo a fine 2° set, dopo aver scherzato con Becker in tv sul pupillo comune. Applaude un paio di variazioni di Nole, non si alza mai, va via durante l’ultimo punto. Il suo potrà anche non essere un lavoro, ma di impegno ne servirà parecchio per ridare il sorriso al Djoker.
Quando vedremo i primi risultati di questa sfida da coach?
«Don’t be surprised. Don’t. Be. Surprised. Non stupitevi se Novak dovesse andare molto avanti già in questo torneo, è una persona speciale. Ho notato i primi effetti della collaborazione due giorni fa. Ho apprezzato la differenza tra il primo match e il successivo. Tra un allenamento e l’altro. C’è un processo completo da portare a termine. Non troppo veloce. Ma ogni giorno va meglio».
Se è un percorso lento, significa che avete un futuro insieme anche dopo Parigi? Lo seguirà a Wimbledon?
«Se mi vorrà e se la cosa è realizzabile, darò il 100% per compiere questo sforzo. Qui l’ho allenato perché era nei miei programmi venire qui. Dovrò andarmene e sa che col mio ritmo di vita non posso essere un coach a tempo pieno, ma sono certo di poterlo aiutare».
Cosa l’ha spinta ad accettare la proposta?
«Mia moglie Steffi, l’ho già detto. Ma anche il desiderio di essere utile. Quando dico che non è un lavoro, significa che mi sono dedicato a Novak usando il mio tempo e il mio denaro. Non ho bisogno di nulla».
Può raccontarci questi primi giorni di contatto?
«Non li definirei così, avevamo già parlato molto al telefono nelle scorse settimane per conoscerci, ma nulla è come vedersi di persona. Ho avuto modo di passare gli ultimi 8-9 giorni al suo fianco, ho dovuto imparare molte cose. Io, non lui. Perché gli insegnamenti servano, prima occorre che sia il maestro a imparare».
Ma uno come Djokovic di cosa ha bisogno?
«Gli servono solo tre cose: ispirazione, informazione e applicazione. Poi potrà fare il resto».
Ha detto niente...
«Ce la farà, lo merita. E lo merita perché è un uomo di buona volontà. Dico di più: è il tennis che se lo merita, perché Novak è uno dei più grandi di sempre. Riportarlo al livello più alto è importante per me personalmente. Ma lo faccio per il tennis, prima ancora che per lui».
Siete sommersi di domande l’uno sull’altro. Questo non vi mette addosso più pressione?
«Quella c’è per le scelte di vita che fai, non per ciò che dici».
«Nole è in cerca di risposte», ha detto. Cosa intendeva?
«Per me è ovvio che ciò che gli è successo abbia poco a che fare col tennis. Novak deve andare dove troverà se stesso, non ha bisogno d’altro. Sa giocare, deve solo cercare una nuova via. Il tempo cambia, si diventa più vecchi, le domande sono diverse e vanno più in profondità. Deve trovare le sue risposte, capire come tirar fuori il meglio da questa parte della sua vita. E trasformare tutto in esperienza. Anche Murray sta facendo il suo cammino».
E il nostro Fognini quale sentiero dell’anima sta percorrendo, visto che ancora perde le staffe in campo, ogni tanto?
«Ognuno è diverso. Se liberare le emozioni distoglie la concentrazione dall’obiettivo, allora non è una buona cosa. Fabio è una persona stupenda, abbiamo passato del tempo insieme quando si è allenato con Novak. Quando lo vedo, io sorrido, è un uomo simpatico. È uno che sente in modo profondo, quando gioca è a contatto con la passione. Non studio le sue partite ma ora forse lo farò, perché Novak potrebbe affrontarlo».
Le piace l’Italia? Giuseppe Lavazza, vicepresidente del gruppo che sponsorizza i 4 Slam, l’ha definita «un compagno di viaggio eccezionale».
«Adoro l’Italia, è una terra che vive tutto con intensità, ho sempre amato giocare lì. Con Lavazza facciamo del bene attraverso le nostre fondazioni».
Torniamo al tennis. La cosiddetta Next Gen, invece? Diceva che Zverev e Kyrgios possono essere le star del futuro, ma qui sono usciti molto in fretta.
«Kyrgios ha un talento che parla per lui, ma deve gestirlo, perché altrimenti si ritrova in gabbia o sulle stelle senza rendersene conto. Sascha è stato sfortunato nell’accoppiamento con Verdasco, un ragazzo può anche soffrire contro uno esperto in un torneo sui 5 set».
C’è un nuovo Andre Agassi, in circolazione?
«Djokovic controlla la linea di fondo come facevo io, ma le sue abilità difensive sono davvero di un altro livello. Non chiedetemi paragoni tra campioni di epoche così diverse».
Un ricordo però sì, glielo chiediamo. Proprio qui a Parigi, nel ‘99, lei completava il Grande Slam nella carriera, portandosi a casa l’unico dei quattro tornei che ancora mancava.
«È incredibile come un momento possa spazzare via tante delusioni. Ci ero arrivato vicino molte volte. Vincere è stato importante per non avere rimpianti».