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 2017  giugno 03 Sabato calendario

Zidane e la Juventus: incompreso, in corsa con Del Piero e ferito da una battuta dell’Avvocato

Gianni Agnelli era un artista delle battute. Gli venivano naturali, figlie di un’ironia perfida, allenata in tanti viaggi e frequentazioni di alto livello. L’Avvocato amava parlare dei numeri dieci, i giocatori preferiti. Di Michel Platini disse: «È venuto alla Juve per un pezzo di pane, poi lui ci ha messo sopra il foie gras». Definì Robi Baggio un «coniglio bagnato» e si sdebitò accostandolo a Raffaello. Con sottile malignità paragonò Alessandro Del Piero a Pinturicchio, grande pittore sconosciuto alle masse, e a Godot, personaggio del teatro di Beckett noto per farsi aspettare. A Zinedine Zidane riservò il trattamento più tagliente. Il benvenuto, nel 1996: «Lo abbiamo preso perché ci farà vendere molte auto a Marsiglia e in Algeria». L’addio, nel 2001: «Ci mancherà, ma era più divertente che utile».
FALLO DI REAZIONE Zidane lì per lì la prese bene: «L’Avvocato può dire quello che vuole, ho un rispetto infinito nei suoi confronti». E nel 2002, da giocatore del Madrid, mostrò riconoscenza: «Da Agnelli ho imparato tanto, senza la Juve non sarei quello che sono». Più avanti ancora però, nel maggio del 2003, con l’Avvocato scomparso da poche settimane, rispose con rabbia a chi in un’intervista gli chiedeva se si giudicasse più utile o divertente: «Tutte e due le cose, mi sono sempre sentito così. E chi dice il contrario non capisce niente di calcio. Io mi sento divertente, utile e forte». Caduta di stile, perché l’Avvocato non c’era più e perché molto si può dire, ma non che Agnelli non si intendesse di pallone. Fallo di reazione tardivo. De resto, per citare Ibrahimovic, puoi togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo. E Zizou ragazzo, nel ghetto franco-arabo della Castellane, a Marsiglia, ha imparato la legge della strada: la testata a Materazzi viene da lì.
QUINQUENNIO Sono trascorsi molti anni e se Agnelli fosse vivo, oggi sarebbe a Cardiff e prima della finale si intratterrebbe amabilmente con Zidane, ma non c’è dubbio che tra Zizou e la Juve non sia scoccato il grande amore che fa strappare i capelli. Cinque anni di vittorie standard, tra il 1996 e il 2001: due scudetti, il minimo indispensabile per la Signora, e qualche coppa, inclusa l’Intercontinentale, però non la Champions, sfuggita per due volte in finale contro Borussia Dortmund e Real. Cinque anni di confronti con Del Piero, giovin signore di quella Juve, al punto che decideva lui, Alessandro, se calciare le punizioni o se lasciarle a Zizou. Cinque anni in cui Zidane trascinò la Francia al trionfo nel Mondiale di casa, estate del 1998. Da qui la leggenda metropolitana che il francese si impegnasse di più con la sua nazionale che in bianconero. Falsità virali di tifosi che preferivano Del Piero o che scambiavano per altezzosità la riservatezza di Zidane, abituato a farsi i fatti suoi e a lavorare duro, per mantenere il talento donatogli dalla natura. Difficile trovare un ex compagno che parli male di Zidane juventino: umiltà, rispetto, «scintillanza» col pallone tra i piedi.
PLUSVALENZA Torino, per Zizou, è stata la città dell’incontro con Carlo Ancelotti, suo allenatore alla Juve tra il 1999 e il 2001. Alchimia immediata e duratura. Zidane si è formato come allenatore alla corte di Re Carlo, gli ha fatto da vice al Real. E forse non è casuale che anche Ancelotti, a suo tempo, abbia avuto problemi di ambientamento alla Juve. Chiamiamole affinità elettive. Zidane lasciò la Juve nel 2001, ceduto al Madrid per 150 miliardi di lire, plusvalenza mostruosa. Fiumi di denaro, carenza di affetto. Stasera a Cardiff per chi torneranno i conti?