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 1976  dicembre 02 Giovedì calendario

Vestiremo alla beduina

Da oggi Gheddafi ha un pezzo di Fiat. L’annuncio è stato dato questo pomeriggio da Gianni Agnelli che, affiancato dal fratello Umberto e dell’amministratore delegato Cesare Romiti, ha tenuto una conferenza stampa convocata nello spazio di poche ore nella sede di corso Marconi. Il piacere di aver creato una atmosfera di suspense traspariva fin dalle prime parole dell’avvocato, che rivolto ai giornalisti ha detto: «Qualcuno di loro provi a indovinare cosa ho da dire?».
Alcuni hanno azzardato: «Siete stati comprati dalla General Motors?» Oppure «Vi siete associati con Ford?».
«Niente di tutto questo» è stata la risposta.
Poi, estratto di tasca un foglio, Agnelli ha letto il comunicato appena approvato dal consiglio di amministrazione. Da esso risulta che la Fiat ed il governo libico attraverso la Lybian Arab Foreing Bank si sono accordati per un aumento di capitale nella stessa Fiat il quale passerà da 150 a 165 miliardi di lire, mediante remissione di venti milioni di azioni ordinarie e di dieci milioni di azioni privilegiate, tutte riservate alla Libia, che le sottoscriverà al valore nominale di 500 lire più un sovrapprezzo di 5.500 lire per azione. Inoltre viene emesso un prestito obbligazionario di 90 miliardi in obbligazioni da 1000 lire ciascuna, al tasso del 9,50 per cento, che tra il giugno 1978 e il giugno 1982 potranno essere convertite in azioni sulla base di un rapporto di cambio di due azioni ordinarie e una azione privilegiata ogni diciotto obbligazioni, così da raggiungere un valore unitario delle azioni sia ordinarie che privilegiate sempre di 6.000 lire. Anche tutte queste obbligazioni sono riservate alla Banca Libica. Infine la Libia ha concesso alla Fiat un prestito decennale di 104 milioni di dollari, rimborsabili in otto anni al tasso di 5,45 per cento, rivedibile ogni sei mesi. L’apporto globale alla Fiat ammonta a una somma di 360 miliardi di lire pari ad una entrata di valùta pregiata di 415 milioni di dollari.
Appena finito di leggere il comunicato, Gianni Agnelli è stato sottoposto a un fuoco di fila di domande.
Ora la Libia vi imporrà la sua politica.
«Nient’affatto. Un’impresa non fa politica e il nuovo socio accetta le regole della Fiat. I libici hanno un surplus di due miliardi di petrodollari l’anno e come gli altri paesi dell’Opec sono alla ricerca di investimenti. È molto positivo che oltre ad agire sul mercato finanziario americano o sugli eurodollari oppure speculando sull’oro, si indirizzino verso attività più produttive».
Ma come mai non hanno rastrellato azioni sul mercato a 1.700 lire qual è oggi la quotazione Fiat, invece di pagarle 6.000 lire?
«Perché puntano a qualcosa di più solido di una dubbia e una incerta azione in borsa. Abbiamo trattato per ben diciotto mesi, siamo stati sottoposti ad una analisi minuziosa di tutte le nostre voci e riserve. La conclusione è stata che la Fiat, il cui valore borsa è nettamente sottostimato e oscilla fra 450 e 500 miliardi, è invece valutabile in realtà attorno ai 1.800 miliardi».
Quale sarà la partecipazione libica nella Fiat?
«Dopo il primo aumento di capitale la Lybian Bank avrà il 9,7 per cento e due posti in consiglio, di cui uno nel comitato esecutivo. L’Ifi (e cioè la finanziaria degli Agnelli n.d.r.) in questa fase scenderà dal 33 al 30 per cento del capitale. Dopo la conversione delle obbligazioni i libici saliranno al 13 per cento e noi scenderemo al 29 per cento».
Vi saranno mutamenti al vertice Fiat in questa occasione?
«No, a parte i due posti di cui abbiamo parlato. Sui cinque posti del comitato esecutivo attualmente uno è libero (l’ingegner Gioia va in pensione alla fine dell’anno) e questo sarà occupato dal rappresentante libico. Colgo però anche l’occasione per smentire la voce diffusa questo pomeriggio che Guido Carli stia per diventare vice presidente della nostra azienda ed anche che Nicola Tufarelli stia per abbandonare la direzione del settore auto».
Il governo è stato informato?
«Andreotti e tutti i ministri interessati sono stati informati e questa mattina ho personalmente comunicato la notizia al presidente Leone. Domani rientrerò a Roma e mi incontrerò con i sindacati».
Vi saranno conseguenze per i vostri rapporti con Israele?
«I rapporti tra la Libia e Israele sono cattivi e difficilmente correggibili, ma la politica non c’entra in questo affare. Questi signori si considerano investitori puri».
Chi ha preso l’iniziativa?
«L’ha presa il governo di Tripoli e le trattative sono state concluse due giorni fa nella sede di Mediobanca dall’amministratore dell’Ifi, Gabetti e da quello della Fiat, Romiti che sono stati i nostri plenipotenziari in tutto l’affare».
De Benedetti, a suo tempo, ne era informato?
«Sì, ed era d’accordo».
I vostri partners europei come l’hanno Presa?
«I soci tedeschi dell’Iveco sono raggianti».
Non potevate trovare un partner migliore?
«Vi sembra così facile?».
Avevate tanto bisogno di soldi?
«I soldi in realtà affluiscono proprio quando un’impresa non ne ha poi troppo bisogno. Il ’76 si chiuderà per la Fiat con un utile e con ampi ammortamenti ed io proporrò che venga dato un dividendo. Abbiamo un indebitamento di 400 miliardi ad un interesse del 9,7 per cento su un fatturato di 8.500 miliardi e, cioè, con un rapporto francamente ottimo, di meno del 5 per cento. Tanto è vero che ora abbiamo dei capitali notevoli depositati in banca».
La borsa riceverà benefici da questa operazione?
«Penso che ne risulterà tonificata».
Avete discusso con Tripoli nuovi programmi di investimento? Come impiegherete i nuovi finanziamenti?
«I programmi restano gli stessi. Se mai subiranno una accelerazione. I nuovi finanziamenti vengono versati in lire in Italia. Quando ai 104 milioni di dollari del prestito essi sono stati messi a disposizione della Banca d’Italia. Baffi, peraltro, ci ha pregato di soprassedere ad ogni decisione sia perché non ha ancora deciso se accollarsi o no il rischio di cambio (e cioè a quale cambio dovranno essere restituiti a suo tempo i dollari n.d.r.) sia per alcune difficoltà pratiche e giuridiche. Comunque se la Banca d’Italia non utilizzerà il prestito, è mia intenzione immetterlo nel circuito internazionale».
Insomma è convinto di aver fatto un buon affare?
«Buonissimo. Se i libici hanno dimostrato di essere eccellenti negoziatori, noi abbiamo fatto capire di non essere dei dilettanti. Ma il migliore affare l’ha realizzato il nostro paese: basta pensare che con un colpo solo abbiamo portato a casa una somma quasi pari a quella che da mesi stiamo cercando di avere dal Fondo monetario internazionale».
Ha mai incontrato Gheddafi?
«No».
Lei dice che i libici non le porranno condizioni politiche. Ma non ricorda il caso Levi, quando le chiesero la testa del direttore de La Stampa perché ebreo?
«Se un caso simile si ripetesse la nostra reazione sarebbe la stessa che abbiamo avuta sul caso Levi».
Detto questo, tra flash e strette di mano l’avvocato si è allontanato rapidamente: l’attendeva la tv per un’intervista diffusa in tutto il mondo.