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 2017  giugno 03 Sabato calendario

Ai complotti crede solo chi non ne fa parte

Fate conto di essere un numero uno del mondo. Una testa coronata scandinava, un azionista di holding, un banchiere internazionale, un superconsulente strategico, un leader politico. Se siete a quel livello il dibattito comune vi annoia. Volete incontrare vostri simili, saperne di più, stare al passo coi tempi e magari sperare di determinarli. 
Ecco da dove nasce la necessità di incontri al vertice, che creino visibilità sui processi globali e sugli scenari possibili. Il famigerato Bilderberg dal 1954 non è altro che una di queste occasioni. Inevitabile che i complottisti ci vedano un tentativo di governo del mondo, ma chiunque abbia partecipato a iniziative simili sa che la realtà è più complessa e al contempo banale. 
I circa 130 partecipanti (un po’ troppi per una congiura, no?) sono impegnati in questi giorni all’hotel Marriott di Chantilly, non quella francese della crema ma a mezz’ora da Washington, sui seguenti temi: l’andamento di Trump, le relazioni Europa-Stati Uniti, in particolare sulla difesa, il futuro dell’Ue, i problemi della globalizzazione, l’andamento dei salari, la guerra dell’informazione, il populismo, il protagonismo di Putin, il Medio Oriente, la proliferazione nucleare e la Cina.
Che disordinatamente sono i temi in agenda di ogni centro studi sul pezzo. Non a caso gli incontri si adeguano alla Chatham house rule, la tradizione del Royal institute of international affairs di Londra per cui i partecipanti sono liberi di utilizzare le informazioni apprese, ma non di rivelarne la fonte. Questo meccanismo dal 1927 invoglia persone importanti a parlare liberamente in determinati consessi permettendo ad altre di accedere a conoscenze qualificate e pensieri svincolati. 
«Che cosa accadrebbe se le riunioni fossero pubbliche e ogni cittadino della “Repubblica di Internet” potesse assistervi in streaming sul proprio computer? si chiedeva tempo fa l’ambasciatore Sergio Romano sul Corriere -. Molti intervenuti, soprattutto fra quelli che hanno maggiori responsabilità politiche e finanziarie, misurerebbero le loro parole, eluderebbero gli argomenti più spinosi. Verrà il giorno in cui anche i grillini scopriranno che in molte circostanze il mito della pubblicità totale favorisce gli slogan, le banalità, le affermazioni demagogiche e, in ultima analisi, le bugie». 
Mentre quel giorno pare arrivato, per esempio gli incontri sulla legge elettorale si svolgono a porte chiuse, resta sul Bilderberg un alone di mistero alimentato ad arte dalla stessa organizzazione, che d’altronde pare rendersi conto dei tempi e si è dotata di un sito e di un ufficio stampa. 
Inevitabile infatti che nell’epoca dei social network e dell’accelerazione della Storia incontri come questo fatichino a trovare un senso in un presente agitato e dal futuro imprevedibile. La sete di informazione è testimoniata anche dai numerosi opinion leader invitati. Chi non vorrebbe conoscere in anteprima le analisi di Martin Wolf e Gideon Rachman del Financial Times? O di Zanny Minton Beddoes, direttrice dell’Economist, e di Peggy Noonan del Wall Street Journal? Solo alcuni dei giornalisti presenti, tra cui fanno bella figura ben tre italiani: Maurizio Molinari, direttore de La Stampa, Beppe Severgnini, direttore del settimanale 7 del Corriere e Lilli Gruber, conduttrice di Otto e mezzo su La7. Solo tre gli altri connazionali invitati: John Elkann, presidente di Fca, Fabiola Gianotti, fisica direttrice del Cern, e Sandro Gozi, sottosegretario Pd agli affari europei. Non esattamente un elenco di cospirazionisti.