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 2017  giugno 03 Sabato calendario

Macché ripresa. Cinque mesi regalati al fisco

Un brindisi. Niente Champagne, per carità: il Prosecco va benissimo. Un po’ per patriottismo enologico, un po’ perché soldi ce ne sono pochi, visto che fino a ieri se li è scolati tutti il fisco. Solo oggi iniziamo a guadagnare per noi: è il giorno della vera liberazione, quella dallo Stato vampiro. Non per tutti, ovviamente: sarebbe troppo bello. Il 3 giugno è come il pollo di Trilussa, il giorno medio: chi paga tutte le tasse e fa tutto alla luce del sole ha una pressione fiscale attorno al 50 per cento e dunque dovrà aspettare un altro mese per scrollarsi la scimmia dalla schiena. Coraggio. 
È una tradizione statunitense che risale al secondo dopoguerra, quella del «Tax freedom day». L’idea, molto anglosassone, è che più giorni lavoriamo per lo Stato, cioè più questo ci tassa, più ne diventiamo servi: schiavo è colui che lavora per gli altri e non guadagna nulla per se stesso. Una filosofia agli antipodi di quella europea, socialisteggiante, per cui le tasse sono belle, anzi «bellissime», come disse lo scomparso ministro Tommaso PadoaSchioppa, perché consentono di accrescere il bene comune e di combattere le disuguaglianze. Il mondo perfetto, secondo questo modo di ragionare, è quello in cui tutto va allo Stato, il quale provvede a risolvere ogni problema. L’inferno dei liberisti americani è il paradiso in terra dei tassatori europei. 
All’atto pratico si prende la pressione fiscale cioè il rapporto tra quanto prelevato ai contribuenti e il prodotto interno lordo e la si traduce in un’analoga quota di giorni dell’anno. Il risultato ci dice quanti giorni lavoriamo per il fisco. Un indicatore poco scientifico (non lo troveremo mai nei rapporti Istat o nei bollettini della Banca d’Italia), ma utile dal punto di vista politico. Soprattutto molto intuitivo. 
Negli Usa è la Tax Foundation, pensatoio liberista, che dal 1971 si occupa del conteggio. Anche oltreoceano si lamentano per il fisco, ma la loro situazione non è paragonabile alla nostra. Quest’anno i contribuenti statunitensi pagheranno 5.100 miliardi di dollari di tasse, per una pressione fiscale pari al 31%: significa che per loro la festa cade il 23 aprile, 113simo giorno dell’anno. Andava meglio prima, perché Barack Obama ha tolto dieci giorni di libertà ai connazionali: nel 2009, all’inizio del suo mandato, la linea di confine era il 13 aprile. Vedremo adesso cosa combinerà Donald Trump. 
In Italia, da qualche anno, sono i benemeriti dell’ufficio studi della Cgia di Mestre che si prendono la briga di fare i conti. Nel 2017 pagheremo 249 miliardi di euro di imposte dirette, 247 miliardi di indirette e 225 miliardi di contributi sociali. Sommati ai 3 miliardi di imposte in conto capitale (successione, condoni etc), fanno 724 miliardi di euro di prelievo, che tenendo conto degli effetti della «manovrina» varata ad aprile corrispondono a una pressione fiscale del 41,9%, cioè a 153 giorni su 365 trascorsi a lavorare per lo Stato, l’ultimo dei quali era ieri. 
Rispetto al 2016 c’è un piccolo progresso: un giorno in più per noi, uno in meno per Pier Carlo Padoan. Stiamo messi comunque peggio del 2010, quando la liberazione cadeva il 2 giugno, e degli anni precedenti, che hanno visto un aumento progressivo della pressione fiscale: nel 1980 il 25 aprile era festa doppia. 
Cinque mesi su dodici passati a lavorare per il fisco: troppi. Non solo perché quello che lo Stato italiano dà in cambio, in termini di servizi, è poco per quantità e spesso scarso per qualità, ma anche in rapporto a ciò che avviene altrove. Degli Stati Uniti si è detto, ma si sa che quello è un mondo a parte. Nei grandi paesi europei, però, solo i francesi, che si liberano dal fisco il 24 giugno, stanno peggio di noi. I tedeschi festeggiano il 26 maggio, gli abitanti del Regno Unito l’8 maggio e gli spagnoli il 7 (dati del 2015). 
E poi, appunto, c’è la storia del pollo: la lieve riduzione della pressione fiscale di questi ultimi anni non ha riguardato tutti. La Cgia di Mestre, che si occupa di tutelare gli artigiani, cita proprio il caso dei piccoli produttori: «La stragrande maggioranza dei benefici introdotti dal governo Renzi non ha interessato il popolo delle partite Iva». La medicina è nota, sempre la solita, e la ricorda anche il segretario della Cgia, Roberto Mason: «Tagliare la spesa pubblica improduttiva». La spending review degli ultimi anni ha prodotto effetti molto modesti, ma qualcosina ha fatto. Bisogna fare molto di più. 
Assai meglio sarebbero andate le cose, assicura Mason, se avessimo imboccato la strada del federalismo fiscale. Dubitare è lecito, perché la declinazione italiana del federalismo fiscale consiste nel dare a regioni ed enti locali la libertà di alzare le aliquote, mentre le imposte centrali non scendono e i trasferimenti da Roma alla periferia si prosciugano. Insomma, il rischio che alle fine il carico fiscale aumenti c’è. Ma, se fatto bene, il federalismo funziona. Come nota la Cgia, «gli stati federali come la Germania e la Spagna hanno una spesa pubblica nettamente inferiore ai paesi unitari e una qualità e quantità dei servizi offerti ai cittadini molto superiore». 
In ogni caso gli anni preelettorali, come quello attuale, sono i peggiori: i partiti di governo fanno di tutto per comprarsi gli elettori a colpi di regali finanziati tramite aumenti della spesa pubblica, lasciando a chi verrà dopo il compito di trovare un rimedio. E aumentare le tasse è sempre il modo più facile di risolvere il problema.