Dieci anni di Repubblica, 29 novembre 1976
Chi ha rubato la nostra notte?
Piove, alle otto di sera, su dieci-ventimila fiaccole accese, dieci-ventimila donne, dieci-ventimila tra fiocchi rosa, cappelli a punta da fata-strega, rose di carta o di seta al collo o in vita, fili d’argento da albero di Natale usati come collane o diademi: è la più spettacolare tra le manifestazioni femministe unitarie di cui Roma si sia trovata ad essere protagonista e spettatrice.
Incomincia, alle otto di sera, a piazza dell’Esedra: le donne, tutte giovanissime dai sette ai trent’anni, gridano ridendo e ballando i loro slogan e le loro canzoni in faccia a una folla improvvisamente muta, attenta, sembra persino spaventata. Siamo nei pressi della stazione: e la folla, per la maggior parte, è di militari in libera uscita. Guardano, seri, le donne che ridono, senza vederli, e scandiscono loro in viso: «finalmente siamo donne: non più puttane, non più madonne», «quell’aria da maschi che ce l’avete a fa’: ci avete paura della sessualità», «la vostra violenza è solo impotenza». E ancora «questa sera sono uscita per riprendermi la vita», e «io sono mia: la liberazione non è un’utopia».
«Le donne vogliono riappropriarsi delle strade, delle piazze. E della notte». E con questa insolita motivazione, dieci-ventimila donne con dieci-ventimila fiaccole accese, dieci-ventimila slogan di volta in volta ingenui, aggressivi e, alla luce dei vari tradizionalismi, anche volgari, sono scese a inondare le strade e le piazze di una Rome-by-night assai poco somigliante, finalmente, alla cartolina illustrata di sé stessa.
Il corteo che si è formato in piazza dell’Esedra si è snodato, poi, per tappe successive a largo Santa Susanna, piazza Barberini, Trinità dei Monti. In via Volturno davanti all’omonimo teatro quasi-monumento storico romano dell’avanspettacolo, sono stati dati alle fiamme i manifesti con i quali si propaganda una merce che costa le poche migliaia di lire del biglietto: la donna-oggetto di chi si trova a doversi contentare dell’erotismo di fantasia. La discesa dalla scalinata di Trinità dei Monti, con lo scontro della luce delle fiaccole contro i fari delle cineteleprese, il fiume di nastri, di cappelli di carta, di volti dipinti di bianco, di rosa, luccicanti di porporina, un fiume che ha continuato a scendere, giù, a onde, per le scale, per un tempo che sembrava infinito: e davvero era uno spettacolo difficile da dimenticare. Verso mezzanotte il gran finale si è svolto a piazza del Popolo: con una «féerie» di canzoni, mimi, girotondi, balli e recite improvvisate, alle quali, finalmente, sia pure come pubblico pregato di far silenzio e ascoltare, erano ammessi anche gli uomini, esclusi invece dal resto della manifestazione-corteo.
L’idea di questa iniziativa è nata mercoledì scorso: le femministe cercavano un momento unitario dopo le lacerazioni interne al movimento suscitate a Roma (assemblea dei collettivi romani del 6-7 novembre scorso) e a Napoli (riunione del coordinamento nazionale del 13), principalmente sulla questione dell’aborto. La piattaforma sulla quale tutti i collettivi romani hanno trovato un accordo è stata quella di indire una generale protesta contro la violenza.
Al corteo che è stato organizzato dal coordinamento dei collettivi femministi romani, hanno aderito immediatamente la commissione femminile del Psi e l’Udi: «Noi denunciamo», si legge nel documento dell’Unione donne italiane, «i falsi valori di questa società che così come oggi è strutturata, non può esistere senza la violenza contro i deboli, gli emarginati, contro le donne». E quanto alle donne, si legge sempre nello stesso comunicato, «violenza è non decidere della propria vita e della propria maternità; violenza è lavorare gratis; violenza è sottoccupazione; violenza è essere casalinghe per forza. Violenza c’è contro di noi nelle leggi, nel costume, nelle istituzioni, nel linguaggio, nel sentimento. Violenza è l’emarginazione e l’esclusione della donna dal mondo del lavoro».
Nei loro tatzebao, quasi tutti colorati di rosa, o almeno con le scritte rosa su fondi bianchi o neri, le donne del corteo romano ribadivano «pubblicità, aborto, obbedienza: sono tutte forme di violenza», «di giorno angeli del focolare, di notte oggetti da violentare». Labbra troppo rosse, vestiti ridicoli da brutte bambole del cinema o di Carosello: alcune donne del corteo notturno lungo le strade della capitale deliberatamente facevano il verso alla donna-oggetto. Altre, la maggior parte, invece, vestivano le collanine, le sottanone a fiori e gli scialli di quel guardaroba che le nuove donne hanno scelto, non per piacere agli uomini, ma per giocare con gli abiti e con sé stesse: in piena consapevolezza. Tra fiaccola e fiaccola c’erano anche maschere, e anche aquiloni. Tra donna e donna, unite per mano, qualche carrozzina con la creatura addormentata avvolta ih begli scialli dai colori allegri.
Il collettivo del teatro Streghe, quello del teatro Laboratorio, i collettivi universitari e dei licei, nel poco tempo che c’era stato per prepararsi, avevano allestito piccoli spettacoli di animazione, spettacoli improvvisati, mimi. All’insegna di quella rivoluzione per cambiare la qualità della vita, in nome della Felicità al posto del Potere predicata da Rosa Luxemburg, in luogo dei gesti e delle parole di minaccia, le donne hanno scelto di ballare e cantare, inneggiando alla loro prima, straordinaria conquista collettiva quella notte romana: sull’aria della celebre canzone ridevano e irridevano «noi siamo come le lucciole, viviamo nelle tenebre». E sullo striscione: tutto fiorito, del collettivo femminista di Trastevere si leggeva, tra una rosa e l’altra, «Semo trasteverine, nun tremamo: notte è nostra e ce la ripijamo».