Fb bacheca di Maria Giovanna Maglie, 2 giugno 2017
«I gas serra? Meglio tenerseli» scrive il Wall Street Journal
l re è nudo, ma non ci vuole stare. Quante balle listate a lutto state leggendo a proposito di Trump e dell’accordo di Parigi sul clima? Non si sa se c’è più ipocrisia o isteria, io dico che c’è soprattutto una grande mala fede, valga per tutte il tweet disperato di un Matteo Renzi a cui si stringe il cuore.
Donald Trump altro non ha fatto che mantenere una promessa della campagna elettorale e, come ha detto benissimo lui stesso, mi hanno eletto a Pittsburgh non a Parigi, ovvero lo hanno eletto quelli che dall’applicazione di un accordo di Parigi avrebbero forse da guadagnare delle belle parole sulla terra ma perderebbero il posto di lavoro. Inoltre Trump ha detto di no a un accordo che il suo predecessore Barack Obama aveva in pompa magna dichiarato per firmato semplicemente con un escamotage esecutivo e invece i trattati devono essere approvati dal Congresso, e mai neanche il Congresso precedente avrebbe approvato, figuriamoci l’attuale. Trump ha detto che è pronto a rinegoziare i termini dell’accordo in modo che favorisca anche Stati Uniti che ora ne sono danneggiati, non solo la Cina, e il no categorico di Juncker, di Merkel e Macron, non solo è poco realistico, perché un accordo senza gli Stati Uniti sul clima non è un accordo applicabile, e vedrete quante altre nazioni ora avranno il coraggio di dire quello che pensano, a partire dalla Russia, ovvero che si tratta di un impegno inutile costosissimo, ma anche perché gli hanno fatto un favore. Avessero detto di sì, il presidente americano sarebbe stato costretto a un qualche accordo, invece così dimostrano che ha ragione lui a sostenere che si trattava dell’ennesima trappola ai danni degli Stati Uniti, e per ora ti saluto.
Sdegnata dichiarazione anche da Gentiloni, ma quello italiano è un governo a mezzo servizio, che da mezzo servizio si comporta.
Trovate nell’annosa vicenda del clima tutti gli elementi negativi del politically correct, le bugie dell’Unione Europea, gli interessi economici mascherati dal turismo umanitario: e’ un approccio ideologico, fondato sull’esas
perazione catastrofista e religiosa, alla quale Bergoglio ha dato il suo sostanzioso contributo.
Per capire quanto retrivo e ideologico sia, pensate solo che gli scettici vengono bollati come “negazionisti”, quindi accompagnati da uno stigma sociale inammissibile. La verità è semplice. Da 30 anni si insiste solamente sulla predica della riduzione imperativa delle emissioni di CO2 prodotta dall’uomo in atmosfera. Questa scelta è stata accompagnata da politiche impositive molto costose ma le emissioni non sono mai diminuite, solo i costi delle politiche sono aumentati.
Il buon senso avrebbe richiesto dopo 30 anni di ripensare la politica del clima, invece no è arrivata la bomba di propaganda rappresentata dall’accordo di Parigi, che altro non è che un documento di “impegni” da parte di 195 Paesi. Senza le elezioni in Francia però, e la necessità di favorire Macron, nessuno si sarebbe messo a parlarne come di un accordo storico e sarebbe naufragato silenziosamente, accompagnato non solo dal sollievo di grandi nazioni come gli Stati Uniti che sanno benissimo che questi sono impedimenti al mercato, ma anche dal sollievo dei Paesi poveri e di quelli cosiddetti in via di sviluppo, che proprio quei costi non se li possono permettere.
Veniamo ai punti cosiddetti qualificanti del cosiddetto accordo storico. L’aumento di temperatura deve restare inferiore ai due gradi; si devono diminuire le emissioni di gas serra fino a raggiungere, nella seconda parte del secolo, una produzione così bassa da essere assorbita naturalmente; apposite conferenze dovranno valutare i progressi compiuti ogni cinque anni; 100 miliardi di dollari si stanziano ogni anno ai paesi più poveri per aiutarli a sviluppare energia con meno CO2. Si tratta di impegni su base volontaria, ogni Paese può fornire l’obiettivo che si è prefisso, ma il risultato dipende dalle politiche nazionali. Non sono previste sanzioni. Niente di nuovo a Occidente, neanche a Oriente, le stesse balle da 30 anni. A questo punto vi state sicuramente domandando da che cosa si è ritirato Trump. Datevi tranquillamente la risposta, si è ritirato da un bluff
Peggio, si è ritirato da una trappola. Perché se la riduzione di CO2 è necessaria davvero, non si fa con le restrizioni delle fonti fossili ne’ contrapponendo energia rinnovabile a energia fossile ne’ stanziando cifre folli come incentivi. Il fallimento di 30 anni di questa politica è sotto gli occhi di tutti, l’unico risultato ottenuto è stato quello enfatizzato dal presidente americano, ovvero incidere negativamente sull’economia di tutti i paesi.
Se davvero la CO2 è un problema, allora servono grandi investimenti per la ricerca, non culto del catastrofismo. Ho detto se, e siccome non ho sufficienti conoscenze dell’argomento, qui sotto vi riporto stralci da un articolo del Wall Street Journal del 2012. Buona lettura, l’ignoranza è una brutta bestia 27 gennaio del 2012. Articolo del Wall Street Journal “No Need to Panic About Global Warming”, ossia “Non è necessario farsi prendere dal panico riguardo il riscaldamento globale”. “Non ci sono argomentazioni scientifiche convincenti per una drastica azione di ‘decarbonizzazione’ dell’economia mondiale”.
L’articolo del Wall Street Journal apre ricordando il caso delle dimissioni di Ivar Giaever, premio Nobel per la fisica e sostenitore di Obama dall’American Physical Society (che riunisce i fisici statunitensi): motivo, il dissenso nei confronti di una rigida presa di posizione dell’associazione riguardo il cambiamento climatico, a dire dei fisici “incontrovertibile”. “Nell’American Physical Society va bene discutere se la massa del protone cambi o meno nel tempo e di come si comporti un multiverso, ma l’evidenza del riscaldamento globale è incontrovertibile?”, ha chiesto polemicamente Giaever presentando le sue dimissioni. Il caso è solo la punta di un iceberg. La “guerra civile” nella comunità scientifica americana è scoppiata infatti nel 2009, allorquando vennero pubblicate una serie di e-mail di scienziati appartenenti alla commissione ONU sul cambiamento climatico (IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change) che rivelavano una precisa politica di falsificazione dei dati al fine di gonfiare il problema del riscaldamento globale facendolo sembrare più grave di quanto non fosse. La fuga di notizie ha dato vita a un vero e proprio “Climategate”, che ha gravemente compromesso agli occhi dell’opinione pubblica la serietà dei climatologi.
Secondo il Wall Street Journal, le proiezioni apocalittiche sul riscaldamento globale sono state disattese, e ciò in quanto quelle proiezioni erano perlopiù falsificate o, nel migliore dei casi, basate su un assunto sbagliato: “Il fatto è che la CO2 (l’anidride carbonica) non è inquinante”, scrivono i 16 scienziati dissenzienti. “Ciò non deve sorprendere dal momento che piante e animali si sono evoluti quando la concentrazione di CO2 era circa dieci volte maggiore di quella di oggi”, ricordano gli esperti; secondo i quali vigerebbe ormai un vero e proprio stato di censura nei confronti delle opinioni scientifiche eretiche riguardo la questione del cambiamento climatico. “Nel 2003 il dottor Chris de Freitas, editor della rivista Climate Research, osò pubblicare un articolo peer-reviewed che sosteneva la tesi politicamente scorretta (ma di fatto corretta) che il recente riscaldamento non è inusuale nel contesto dei cambiamenti climatici degli ultimi millenni. L’establishment internazionale del riscaldamento globale montò in tutta fretta una campagna allo scopo di rimuovere de Freitas dal suo posto di editor e dalla sua posizione universitaria”. Un esempio, sostengono gli scienziati firmatari della lettera sul Wall Street Journal, che dà l’idea di come lo scontro sia diventato rovente.
A loro dire, la ragione per cui la maggioranza degli scienziati sostiene la campagna riguardo il riscaldamento globale risiede in motivazioni non scientifiche ma economiche. Fondi governativi per la ricerca accademica, istituzione di panel e commissioni, donazioni alle associazioni ambientaliste e guadagni stellari per le nuove imprese della green economy: sarebbero questi i ritorni tangibili della crociata contro i gas serra. Una crociata che tuttavia “offre anche una scusa ai governi per alzare le tasse”. Secondo uno studio citato nella lettera, realizzato da un economista di Yale, William Nordhaus, l’economia mondiale si risolleverebbe se venisse garantita una crescita economica per 50 anni senza politiche di riduzione dei gas serra. La crescita che ne risulterebbe farebbe uscire le nazioni occidentali dalla crisi economica e permetterebbe ai paesi in via di sviluppo di raggiungere in breve tempo il nostro attuale livello di benessere