Corriere della Sera, 2 giugno 2017
Dall’ambiente a Cuba Donald fa proprio quello che aveva promesso
Dal clima a Cuba, dall’immigrazione al protezionismo: com’è cattivo Donald Trump. L’indignazione unisce almeno mezza America, e buona parte del resto del mondo. Ma Trump non sta facendo (quasi) nulla che non avesse anticipato in campagna elettorale. Il suo effetto dirompente è anche questo: a differenza di altri politici che regolarmente tradivano le promesse, lui si ostina a fare proprio quello che diceva. Per lo zoccolo duro dei suoi sostenitori è la conferma di una sua qualità essenziale: l’outsider non si fa omologare, non ritorna nei binari della “normalità”. Ecco alcuni esempi della sua implacabile coerenza.
IMMIGRAZIONE
Fu nel primo weekend dopo l’Inauguration Day che Trump firmò il primo ordine esecutivo sigilla-frontiere, quello che vietava l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette paesi islamici, inclusi i detentori di regolare Green Card (permesso di residenza permanente). Quel decreto, così come la sua seconda versione parzialmente modificata, è tuttora bloccato dalla nona corte d’appello federale che lo ha giudicato incostituzionale. È probabile che approdi alla Corte suprema. Ma intanto Trump lo ha firmato, mantenendo una delle promesse anti-immigrazione e anti-islamici. E ha lanciato duri attacchi ai giudici che lo boicottano. Inoltre stanno aumentando retate, arresti ed espulsioni di immigrati clandestini, mediamente il 30% in più rispetto all’Amministrazione precedente. La base elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca abbraccia l’idea che «una nazione per essere tale deve avere il diritto di decidere chi può o non può entrare sul proprio territorio». Quella base sostiene Trump e vorrebbe che i giudici «lo lasciassero lavorare».
COMMERCIO
Il Trattato di libero scambio Tpp con l’Asia-Pacifico, che Barack Obama aveva negoziato fino alla ratifica, è stato congelato da questo presidente. «La globalizzazione è un gioco truccato. Io voglio un commercio equo, voglio la reciprocità». Anche questo lo disse più volte in campagna elettorale. I suoi attacchi spaziano dalla Cina alla Germania, due nazioni che accumulano avanzi commerciali. La tensione con Angela Merkel rende Trump ancora più inquietante per buona parte dell’opinione europea, ma lui ha sempre detto di «essere stato eletto presidente dell’America, non del mondo». La base operaia che fu decisiva per la vittoria in cinque Stati del Midwest vede un leader che tiene duro, non ripiega sul tradizionale liberoscambismo dell’establishment. Dopo anni di presidenti allineati sul pensiero unico – Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama – e impegnati a spingere più avanti la liberalizzazione degli scambi e dei movimenti di capitali, la classe operaia vede un leader che finalmente imbocca la strada contraria. Ha anche convinto alcune multinazionali Usa a rinviare o cancellare la delocalizzazione di fabbriche in Messico: poca cosa per i numeri di posti di lavoro salvati, ma altrettanti gesti simbolici in coerenza con la sua ideologia protezionista.
CUBA E IRAN
Si moltiplicano i segnali di un indurimento nei rapporti con L’Avana, il disgelo di Obama è un ricordo che si sta dissolvendo, questa Amministrazione potrebbe reintrodurre i divieti sui viaggi. Con l’Iran non è ancora arrivata la denuncia dell’accordo sul nucleare (legalmente complicata, visto che ha sei Stati diversi come contraenti), però la visita a Riad e la fornitura di armi ai sauditi, nonché il summit di Gerusalemme con Netanyahu, sono state altrettante occasioni per lanciare segnali durissimi contro l’Iran, appaiato all’Isis come principale pericolo in Medio Oriente. Anche qui siamo sempre in un copione che era stato già scritto in campagna elettorale. «Pessimi accordi, dove abbiamo ceduto tanto e ottenuto pochissimo», così Trump definì i due disgeli paralleli che Obama avviò con Cuba e l’Iran.
AMBIENTE
«Il cambiamento climatico è una bufala inventata dai cinesi per danneggiare l’industria americana». Frase assurda eppure popolare, che strappò tanti applausi nei comizi elettorali. Anche sull’ambiente Trump aveva scoperto le sue carte con largo anticipo. Appena arrivato alla Casa Bianca ha cominciato a firmare ordini esecutivi che cancellavano le riforme ambientaliste di Obama (il limite di queste ultime era proprio l’uso del decreto, per aggirare l’opposizione repubblicana al Congresso; questo rende più facile per Trump azzerare con altrettanti tratti di penna l’eredità del predecessore).
Tra la classe operaia americana, dai metalmeccanici dell’industria automobilistica di Detroit fino ai minatori degli Appalachi e ai tecnici del petrolio nel Dakota, l’ambientalismo dei democratici veniva percepito come una minaccia per i loro posti di lavoro. Hanno votato Trump e lui non li tradisce, non li abbandona. È proprio il presidente che volevano.